Maria Assunta in Cielo, così bella
(che nemmeno Charlize Theron)

Dio santo come mi pace il salmo 45 (44) che canteremo a Ferragosto tra le due letture! Veramente mi piacerebbe poterlo cantare tutto. E, dato che ci siamo, anche in latino. Invece nel corso della messa ne viene offerto soltanto qualche pezzettino, come gli highlight di un matrimonio del secolo durante i telegiornali. Lo spettatore entusiasta è stato lì tutta la mattinata a seguire re e regine, abiti e cappellini, gioielli e décolleté: vorrebbe rivedere tutto da capo due o tre volte, e invece, se va bene, mandano in onda dieci secondi dell’entrata in chiesa e quindici di saluto dal balcone.

Il salmo 45 (44) è una radiocronaca tipo quella di Giampiero Galeazzi a Seoul, dell’oro ai fratelli Abbagnale: la voce del salmista è parte integrante dello spettacolo. Comincia così: Eructavit cor meum verbum bonum…: Il mio cuore è un vulcano in eruzione di parole meravigliose, voglio dire al mio re tutto ciò che son capace di dire, il mio canto sarà ancora più veloce di Eminem in Rap God.

Cosa dirà dunque il salmista del suo re, cosa ha nel cuore di tanto esplosivo? Dirà: Sei bellissimo, un vero miracolo tanto sei bello. Irresistibile quando parli sorridendo. Seguono alcuni inviti a pensarsi quando scende in battaglia forte della sua bellezza. E d’improvviso un verso incredibile: Et doceat te mirabilia dextera tua. Che vorremmo tradurre: «Lasciati stupire da quel che ti succede quando entri in azione»; accetta di essere più di quel che pensi di essere; arrenditi: ammetti per una volta che abbiamo ragione noi quando diciamo che sei più bello di Brad Pitt, di Richard Gere e di Robert Redford a piedi nudi nel parco. Dài, riconoscilo: non vedi che sei una cosa stupenda, che ti basta manifestare un’intenzione di movimento perché tutti i tuoi nemici cadano stecchiti?

 

 

Questa parte del salmo non compare nella liturgia, perché la festa è dedicata alla donna dell’incredibile personaggio, alla strepitosa woman che risplende fra le sue compagne. Però come è vero che ci riposa il fatto che una persona che amiamo accetti di vedersi  – e di essere – anche per una volta soltanto, anche soltanto per qualche secondo, bella come noi la vediamo. Che accetti il cuore che trabocca nel nostro sguardo, lasciando per un attimo da parte il proprio giudizio su di sé (Ma ha ragione il salmista: solo Dio è capace di una cosa simile).

A questo punto, pertanto, la telecamera si sposta sulla ragazza. E il salmista le dice – dopo averla suggerita al re e a noi adorna del vestito più bello e prezioso che nemmeno Charlize Theron nello spot di J’adore è così tutta d’oro: «Ascolta, ragazza, guardati intorno e dammi ascolto un momento: lascia perdere la tua famiglia e la casa di tuo papà; e vedrai che il re concupiscet speciem tuam: non potrà d’ora in poi fare a meno della tua bellezza». E qui c’è uno di quei vertici, di quei momenti di grazia dell’umanità che avercene due basterebbe per renderci la vita un paradiso: Quoniam ipse est dominus tuus, et adora eum. Ascolta, stupenda, fortunata ragazza: Quello lì, l’uomo più bello al mondo, il più forte che sia mai esistito, la persona più meravigliosa che abbia mai passeggiato sulla terra, vuole che sia tu la regina della sua casa. Fagli capire che ti va bene così, che sei contenta di questo. Digli: J’adore la tua persona. Ti adoro, mio Dio, ti amo con tutto il cuore, ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano ecc. ecc. Dopo di che, rivolto a noi, il rapper prosegue: Attenzione, perché quella fanciulla bellissima, dai vestiti intessuti d’oro, dentro è ancora più bella. Esternamente le sue vesti luccicano di bagliori che vanno dal rosso all’ultravioletto, ma la policromia del suo aspetto, la sua irriducibilità ad altri modelli di donna, sono ancora niente rispetto a come è lei come persona.

Poi segue la telecronaca dell’entrata in casa, col rapper che, stordito da tanta bellezza, non sa più a chi sta parlando, se al re – come all’inizio – o a noi. Ubriaco di felicità, dopo alcune frasi quasi sconnesse su nonni e figli, conclude: Ma vedrai che mi ricorderò di te fino a quando durerà la mia discendenza, perché il mondo intero, fino alla fine del mondo, e fino alla fine di tutti gli altri mondi che verranno dopo questo dovrà fare i conti col momento indimenticabile al quale ho assistito, nel quale hai voluto coinvolgermi.

 

 

D’accordo, diranno i miei cortesi lettori: ma cosa c’entra in tutto ciò la Vergine Assunta in cielo? Ci piacerebbe pensare che la Vergine Assunta sia la ragazza di cui parla il salmo. E che il cielo non sia solo la striscia azzurra che i bambini disegnano in alto nel foglio: il cielo è quando uno si accorge che il Signore ci ha scelti, ci vuole per sé, nella sua casa per sempre. Se così fosse, la festa dell’Assunta sarebbe la festa della nostra elezione, della nostra vocazione. E non sarebbe neanche male, in questa prospettiva, poterci pensare – come il salmista – convocati allo strepitoso royal wedding che si rinnova – come da promessa – di generazione in generazione (cioè ogni giorno), così che nessuno possa sentirsene escluso.

E tuttavia il pensiero continua a battere sui due momenti davvero incredibili del salmo: quello in cui il cantore domanda al re l’umiltà di accettare su di sé il nostro sguardo, che lo vede più bello di come si vede lui stesso. Prima aveva addirittura osato suggerigli: lasciati ammaestrare da quello che ti accade. Vedrai che non stiamo esagerando. Come sarebbe bello – ci viene da pensare – se questa cosa succedesse anche tra noi, così arroccati sulla nostra presunzione o sui nostri limiti da non riuscire a farci addolcire dallo sguardo di chi ci vede migliori di come siamo. Tutto il problema dell’educazione è racchiuso in questi versi. Ma l’audacia di chiedere al Signore di lasciarsi educare dal nostro sguardo è davvero inarrivabile.

L’altra cosa è il suggerimento alla ragazza di mostrarsi lieta del fatto che la scelta del re sia caduta su di lei. Ci è stato detto che è più bella di tutte le belle di Hollywood e di Cinecittà messe insieme; che è vestita meglio di quanto abbiano mai potuto immaginare Armani e Yves Saint-Laurent, ma che dentro è ancora meglio. Ma a renderla irresistibile agli occhi del re – se vorrà seguire il suggerimento del salmista – sarà la decisione di smettere di pensare agli amici e alla famiglia di origine (obliviscere populum tuum et domum patris tui, al mondo di prima) per dirsi sua e solo sua, del re che non si vorrà più staccare da lei nei secoli dei secoli. A una così, non una, ma un milione di feste bisognerebbe farle.

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