Quattro film per raccontare
quant’era bravo P. S. Hoffman

Philip Seymour Hoffman è stato uno dei migliori attori della Hollywood contemporanea, in grado di creare personaggi profondi al servizio di storie mai banali e sempre colme di grande umanità. Il ritrovamento del suo corpo senza vita ai primi dello scorso Febbraio, nel suo appartamento di Manhattan (probabilmente per mix letale di droghe), ha scosso profondamente l’industria cinematografica americana, che, con la sua morte, ha perso uno dei suoi migliori e più amati interpreti. Dopo gli esordi, spesso incerti, nel cinema indipendente, Hoffman – fianco a fianco con i più grandi registi del cinema statunitense – ha affinato le sue capacità, fino alla consacrazione, nel 2006, con la vittoria dell’Oscar come miglior attore.
L’ultimo film realizzato prima della morte uscirà nelle sale il 30 ottobre 2014 (in questi giorni è comparso il trailer). Ne La spia – A most wanted man, per la regia di Anton Corbjin, Hoffmann avrà il ruolo di protagonista. Lo vedremo nei panni di un agente antiterrorismo, in quello che si preannuncia un thriller intenso.

Intanto, rendiamo omaggio a questo grande attore con una rosa selezionatissima di quattro sue interpretazioni magistrali.

 

 

Fra i grandi titoli a cui Hoffman ha lavorato è impensabile non citare Il grande Lebowski, uno dei capolavori di Joel ed Ethan Cohen, datato 1998. In questa divertente commedia degli equivoci, Hoffman interpreta l’assistente personale del Sig. Lebowski, ricco magnate minacciato di morte da due sicari. I malviventi, però, si ritroveranno sulle tracce dell’uomo sbagliato e l’annodarsi della situazione si scioglierà solo alla fine. Hoffman, quasi sempre in scena con Mr. Lebowski, ci regala qui un siparietto divertente e mai sopra le righe, a dimostrare la capacità indiscussa di un attore di gestire la propria parte con capacità e intelligenza, senza sconfinare nella macchietta. Per quanto la parte ricoperta nel film sia in termini di tempo piuttosto secondaria, il personaggio di Brandt, creato da Hoffman con grande maestria, è uno di quelli che più si è sedimentato nella memoria collettiva legata a questa pellicola.

 

 

È però con la parte principale di Truman Capote – A sangue freddo che Hoffman fa incetta di premi nel 2006, guadagnandosi – fra gli altri – un Oscar e un Golden Globe come migliore attore protagonista. Il film, diretto da Bennett Miller, ricostruisce con attenzione la vita del grande scrittore Truman Capote, seguendo in particolare i lavori di redazione della sua ultima opera compiuta, il romanzo A sangue freddo. Documentando l’omicidio della famiglia Clutter, Capote racconta un’America cinica e spietata, che le atmosfere del film rendono in maniera impeccabile. Miller però si spinge oltre, mostrando i lati oscuri del successo e i dubbi profondi che si radicano nello scrittore dopo lo straordinario successo della sua opera: cosa è giusto che uno scrittore racconti? Come deve raccontare? A queste domande Capote non avrà mai risposta e questo gli impedirà di completare tutte le sue opere successive. Hoffman, pienamente padrone del personaggio, regala al pubblico un ritratto profondo e commovente dell’autore cui il film è dedicato, toccandone a fondo ombre e fobie.

 

 

Lo straordinario successo di critica e di pubblico porta Hoffman a godere di una popolarità mai vista prima, che conduce direttamente al film del 2007 Onora il padre e la madre, firmato da Sidney Lumet e nel quale ancora una volta ricopre un ruolo di primo piano. Accompagnato da altri grandi (tra gli altri, Ethan Hawke), Hoffman si getta in un racconto di grande impatto emotivo. I segreti familiari degli Hanson portano a conseguenze catastrofiche e Lumet riesce a inserire in un film apparentemente inadatto allo scopo, un meraviglioso e attuale discorso sulla bioetica, che impreziosisce il portato di un film già molto impegnato e interessante. Il precipitare della situazione si trascina dietro i castelli di menzogne costruiti dai protagonisti, che si mostrano in ogni momento deboli ma paradossalmente spietati. Anche nei panni oscuri che gli sono stati imposti per questa occasione, Hoffman si è dimostrato assolutamente adatto alla parte, come dimostra lo strabiliante successo della pellicola a livello internazionale.

 

 

Intrighi e doppiogioco sono alla base anche del successivo Le idi di Marzo, uno degli ultimi lavori cui Hoffman ha partecipato e che lo vede collaborare con George Clooney e con il giovane Ryan Gosling, certamente uno dei volti più interessanti della sua generazione. Il film, diretto dallo stesso Clooney, è un libero adattamento da un testo teatrale di Beau Willimon e mette a tema gli oscuri meccanismi della politica americana, raccontando la battaglia demagogica di due candidati alle primarie del Partito Democratico. La corsa alla Casa Bianca diventa in questo lavoro un affare sporco per il quale non ci sono mezzi termini e che si basa interamente sulla strategia e sul compromesso. Scandali, menzogne e etica della politica si fondono in un racconto concitato nel quale sembra essere venuta meno qualsiasi differenza fra bene e male. Hoffman interpreta qui il responsabile della campagna del governatore Mike Morris (Clooney) e costituisce il meccanismo necessario al realizzarsi del film, essendo il punto di congiunzione ideale fra il candidato e l’addetto stampa Stephen Meyers (Ryan Gosling).