Franco Perlotto, l’alpinista solitario
a mani nude in cima a El Capitan

Prende avvio sabato 7 novembre la settima edizione della rassegna Il Grande Sentiero, a cura di Lab 80 con la collaborazione del Cai di Bergamo, incentrata sul racconto di imprese sportive, avventure, viaggi straordinari. Oltre a numerosi film di pregio, si avranno anche diversi incontri con ospiti legati in modi diversi al tema centrale. Tra questi, alpinisti di fama mondiale (come Tom Ballard, Jakub Radziejowksi, Franco Perlotto), viaggiatori particolari come Giacomo De Stefano (ha attraversato l’Europa in barca a remi lungo fiumi e piccoli canali), scrittori e storici.

Tra i film, diverse anteprime, come Ninì di Gigi Giustiniani, dedicato alla pioniera dell’alpinismo di inizio Novecento Ninì Pietrasanta, o K2 e i portatori invisibili di Iara Lee, sugli sherpa che accompagnano gli alpinisti occidentali sull’Himalaya. E poi, musica dal vivo: due sonorizzazioni elettro-acustiche originali accompagneranno proiezioni di film. Novità è il gruppo Squadra Omega che sonorizzerà il film Lost Coast dedicato alla bellezza selvaggia della costa nord-californiana. Il programma completo, qui.

 

Il primo incontro: Franco Perlotto

Si parte benissimo con una figura davvero significativa:  interverrà Franco Perlotto, presentato da Luca Calvi, sabato 7 novembre alle 21.00 presso il Palamonti. Quest’uomo merita davvero di essere ascoltato, perché negli anni ha saputo far coesistere la sua passione per l’alpinismo, soprattutto in solitaria, a uno spiccato senso umanitario, che l’ha portato a vivere per sette anni in Amazzonia. In seguito si è dedicato anche alla scrittura, con reportage giornalistici, libri documentari e romanzi.

Le ascensioni negli anni Settanta. Franco ha compiuto davvero numerose scalate difficili: tra le più importanti, il salto Angel in Amazzonia, due prime solitarie del Capitan in California e la prima solitaria della più lunga via di roccia d’Europa, il Trollryggen in Norvegia. «Sono stato uno scalatore solitario principalmente, verso la fine degli anni Settanta andavo sempre da solo e senza corda, anticipando il free solo che si è diffuso in seguito. Il Trollryggen ha 2400 metri di dislivello: l’ho fatto senza corda. Il Capitan invece aveva molta arrampicata coi chiodi. In America hanno il culto per l’arrampicata artificiale pulita, che non lascia segni. Adesso è di moda anche in Europa, 40 anni dopo. Nel 1976 sono diventato guida alpina, uno dei più giovani in Italia, ma ho continuato a fare le mie scalate. Ho vissuto di sponsor e consulenze tecniche. Ho ideato ad esempio una delle prime scarpe da arrampicata a suola liscia. In quegli anni si andava ad arrampicare con le braghe a zuava: ho suggerimento quindi un cambiamento radicale nell’abbigliamento, oltre che nel modo di frequentare le pareti, al fine di lasciarle sempre più pulite».

Cooperante allo sviluppo: sette anni in Amazzonia. Dal 1989 è esperto in cooperazione allo sviluppo per il Ministero degli Affari Esteri. «Avevo cominciato a fare volontariato ed è diventata subito una professione: ho fatto il cooperante per 26 anni. Ho iniziato con tre anni in Amazzonia, vivendo con gli indios Yanomami, poi ci sono tornato e ne ha fatti altri quattro nel 2001-2005, coordinando un programma del Ministero degli Esteri contro gli incendi forestali. In seguito mi hanno dato una laurea ad onore in educazione ambientale perché esperto di Amazzonia. Negli anni ho portato avanti progetti di sviluppo sostenibile e tutela ambientale. Io mi sono messo a disposizione, ci sono delle valorizzazioni da fare in questi Paesi, i quadri dirigenti sono abbastanza preparati. Ho lavorato in Palestina per due anni a sostengo dell’olivicoltura, a supportarmi c’era gente preparata. In Amazzonia avevo nove collaboratori tra ingegneri forestali e agronomi brasiliani di alto livello. Noi dovevamo più che altro dare un piano di lavoro. In Ciad, uno dei Paesi più poveri al mondo, ho trovato anche dei laureati alla Sorbona. Quindi i problemi non sono tanto di competenza, ma eminentemente economici ed organizzativi».

Ricostruire dopo le emergenze. Ha coordinato progetti umanitari in Afghanistan, nei Territori Palestinesi nello Sri Lanka dopo lo Tsunami, in Zaire durante le rivolte del pane, in Bosnia durante la guerra civile, nel Sud del Sudan. In Ruanda, in Congo e in Ciad ha gestito programmi di reinserimento dei profughi per l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati. «Ho lavorato molto nel settore delle emergenze, in varie guerre, coordinando i quadri locali, realizzando progetti di sviluppo per tamponare le situazioni più gravi. In Sri Lanka siamo riusciti a ricostruire case, ospedali e scuole, dopo la tragedia dello Tsunami».

 

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La scrittura: reportage e romanzi. Ha pubblicato reportage su grandi testate italiane ed internazionali. «Ho iniziato a fare giornalismo verso la fine degli anni Ottanta. Ho fatto servizi su Epoca (tra cui uno sul bergamasco Walter Bonatti), su Panorama,  ho collaborato per dieci anni con Avvenire. I miei articoli erano sia racconti di quanto avevo fatto, ma anche letture geopolitiche, colte andando sul posto: un lavoro legato alle politiche internazionali, mantenendo sempre un occhio vigile e critico sulle situazioni. Ho pubblicato dodici libri: i primi dieci tutti documentari, su alpinismo, viaggi, avventura; gli ultimi due sono romanzi. Indio è un romanzo ambientato in Amazzonia, così come La montagna degli invisibili: quella terra è la mia seconda patria. Ho costruito storie con personaggi del luogo ma anche della realtà veneta da cui provengo, inseriti però sempre nel contesto amazzonico. Ho arricchito con elementi di invenzione, ma non troppi: se conosci bene la realtà sai che questa supera di molto la fantasia».