“Generale” di De Gregori, spiegata

Potrebbe darsi che un giorno vi capiti di trovarvi in Val Venosta, in Trentino Alto Adige. Qualora dovesse accadere, fra un morso e l’altro delle leggendarie mele, non esitate nell’andare a fare quattro passi sul colle di Tarces. Si tratta di poca roba, sia chiaro, una tondeggiante altura su cui il passeggiare è più un piacere che una fatica. Certo, il contesto lascia a desiderare: vegetazione rada, roccia spoglia, giusto qualche larice qua e là. Perché andarci allora? Per un semplice motivo: affacciato alle finestre di una caserma che fu, diversi decenni fa, osservando proprio le crude asperità del colle di Tarces, Francesco De Gregori fissava le immagini con le quali avrebbe composto una delle sue più celebri canzoni, Generale.

«Generale dietro alla collina…». Quella collina, infatti, altro non è se non il colle di Tarces, nei pressi del quale il giovane De Gregori prestò servizio militare. Un luogo che reca in seno la storia e la morte di tantissimi giovani, su tutti i terroristi indipendentisti altoatesini. Piccolo balzo storico: nel 1956, il politico tirolese Sepp Kerschbaumer fondò il BAS (Befreiungsausschuss Sudtirol…molto meglio BAS), un’organizzazione terroristica che aveva il preciso scopo di portare il Trentino all’indipendenza dal resto dell’Italia. Operante fino alla fine degli anni Sessanta, il BAS fu coinvolto in numerosi attentati e vere e proprie battaglie, alcune delle quali ebbero come scenario proprio la Val Venosta e il suo colle di Tarces, in particolare quella che si svolse la notte fra il 18 e il 19 giugno 1961, quella che proprio in Generale De Gregori chiamerà «la notte crucca ed assassina», a ricordare la lingua tedesca parlata dagli indipendentisti e il bagno di sangue che ne seguì. Ma non solo il BAS: la Val Venosta fu anche uno dei principali teatri degli scontri più duri della Prima Guerra Mondiale, e su quel maledetto colle di Tarces chissà quanti giovani, e chissà quanti spari, e chissà quanta morte.

E allora è bello provare ad immaginare De Gregori, poco più che ragazzo, che guarda le lande divenute pochi anni prima teatro di tante tragedie. Ma c’era dell’altro, racchiuso in quel piccolo orizzonte montano: una contadina, china sul raccolto, piegata dal peso del lavoro, dei suoi cinquant’anni, e della fatica di aver tirato su cinque figli in mezzo alla guerra, quella folle, appunto, del BAS. E poi un treno, che muoveva la sua mastodontica figura dalla stazione appena visibile dalle finestre dei bagni della caserma Wackernell, dove prestava servizio De Gregori: quel treno, negli anni precedenti, riportò a casa i soldati, membri del BAS o dell’esercito italiano o di quello austriaco – che differenza fa? – madidi del terrore della guerra, che non appare più tanto affascinante come all’inizio, quando gli impeti ideali offuscavano il realismo. Tutto ciò che si desidera è tornare a casa, il prima possibile, a costo anche di «non far fermate neanche per pisciare».

Questa, qualora non fosse ancora chiaro, è una canzone contro la guerra, voluta da De Gregori non in forza di quegli impeti pacifisti tanto diffusi negli anni Settanta (Generale uscì nel 1978), ma dell’aver respirato con il proprio naso l’aria carica di morte e di sofferenza del colle di Tarces. Un sentimento che non poteva non legare a doppio filo il cantautore con quel genio letterario di Ernest Hemingway, che con il suo Addio alle armi si fece portatore di una delle più ispirate espressioni contro la guerra di tutto il Novecento letterario. È a lui che De Gregori, come dichiarato in un’intervista del 1997, guarda nella composizione di Generale, tanto da chiedere in prestito proprio ad Addio alle armi un’espressione che è fra le più celebri della canzone: «a farci far l’amore, l’amore, dalle infermiere».

Che cosa lascia allora, la guerra? All’apparenza una bella vittoria, con il nemico «scappato», «vinto» e «battuto», ma realmente «aghi di pino e silenzio e funghi», buoni per farci il sugo a Natale, ovvero buoni proprio ad un bel niente. Lascia anche una finta gloria, lascia cinque stelle come riconoscimento di chissà quale valore, private di ogni senso e tramutate in lacrime dal silenzio di un treno mezzo vuoto che fila verso casa, per non guardarsi più indietro, per non costringere più nessuno ad alzare gli occhi e farsi pungere dalle asperità ammantate di sangue e sofferenza del colle di Tarces, il colle della follia della guerra, il colle di Francesco De Gregori.