Il grande architetto bergamasco
che insegna l’arte agli haitiani

Il quotidiano Avvenire gli dedicato un’intera pagina, Lovere propone una mostra sui suoi lavori: Edoardo Milesi, bergamasco, con studio ad Albino, è oggi uno degli esponenti più interessanti e innovativi dell’architettura italiana. Se Avvenire gli ha dedicato tanto spazio il motivo è molto preciso. Tra i cantieri che Milesi ha portato a termine ce n’è uno simbolicamente più importante: è la scuola costruita ad Haiti per i Padri Monfortani e finanziata dalla Caritas di Bergamo.

 

 

Come tutti sanno Haiti, uno dei paesi più poveri del mondo, nel 2010 è stato travolto da un terremoto devastante che ha causato oltre 260mila morti e che sconvolse la vita di più di 4milioni di persone. Costruire una scuola professionale ad Haiti quindi rappresentava una duplice sfida. Da una parte era un segnale positivo, in direzione del futuro. Preparare i giovani e insegnare loro un mestiere significa infatti investire sul domani di tutta Haiti. «La scuola deve fungere da emittente per proiettare verso un futuro più umano un popolo tenuto volutamente in una tragica letargia sociale della quale siamo tutti responsabili. Gli haitiani non possono rimanere ancora a lungo spettatori della loro vita sociale», ha scritto Milesi presentando il progetto.

La seconda sfida, delicatissima per un architetto, era quella di costruire un edificio pubblico in un paese altamente sismico e avendo pochi mezzi a disposizione. È qui che la filosofia costruttiva di Milesi si è rivelata preziosa. Lui infatti è sostenitore della bioarchitettura, una filosofia che ha messo in pratica anche in tutti i suoi progetti italiani (il più famoso è l’auditorium della Fondazione Bertarelli in Maremma; ma notevole è la Cantina Collemassari vicino a Grosseto, premiata dal Gambero Rosso nel 2014).

La costruzione della scuola di Haiti, intitolata a Giovanni XXIII, è stata a sua volta una scuola di formazione per giovani haitiani e anche volontari coinvolti attivamente nel cantiere. «L’autocostruzione della scuola è stato momento formativo e di sperimentazione», ha spiegato Milesi. Che nell’intervista ad Avvenire rivela anche un segreto: «Il segreto è stata l’invenzione in loco di un nodo, un nodo metallico, punto di congiunzione dell’unico materiale usato, le assi di legno, che permettono di resistere a venti a 180 km all’ora».

La tecnica di costruzione a secco usata, implica un modo di costruire trasparente, dove la tecnologia non è affidata a formule chimiche e dove la resistenza al vento, alla pioggia, le schermature al sole e la manutenzione passano attraverso considerazioni visibili e condivise. Nella filosofia di Milesi infatti la costruzione della scuola doveva essere un’occasione per ricostruire relazioni, ricreare il senso di comunità e riavviare attività produttive. Il progetto deve creare un luogo dove la comunità possa riconoscersi, anche con orgoglio, forse ritrovando frammenti di un passato perduto.

Che la scommessa sia stata vinta lo dimostra il fatto che otto ragazzi e una ragazza, tutti tra i 22 e i 28 anni, siano stati diplomati capicantiere. «È stato così possibile costruire due villaggi, l’ultimo di 40 case», conclude Milesi. «Una risposta alternativa ai caseggiati multipiano in cemento armato che generano situazioni di grave invivibilità».

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