Tomasoni, «Ho imparato a vivere
dopo aver tentato il suicidio»

Giordano Tomasoni è qui in redazione, seduto sulla carrozzina, dice che non soffre il fatto di doversi muoversi su una sedia con le ruote, che per lui è come se fosse una bicicletta. Ha quarantotto anni, occhi grandi e chiari, una maglietta a maniche corte, due braccia muscolose, l’aria da atleta.

Giordano, lei aveva deciso di farla finita.
«Sì. Non ne potevo più».

Che cosa ha fatto?
«Erano le 7.30 di quella mattina di novembre del 2008, ho salutato mia moglie come tutti i giorni e sono sceso in auto fino al ponte della Valle dei Mulini di Castione della Presolana, il mio paese. Qualche giorno prima avevo avuto quella idea e subito mi era sembrata una liberazione».

Quale idea?
«Quella del suicidio: potevo smettere di soffrire. In un attimo avrei finalmente avuto la pace, il mio destino era nelle mie mani».

Il suo destino era nelle sue mani.
«Sì. Lo credo ancora, credo nelle scelte. Quella mattina avevo deciso che potevo liberarmi dalla sofferenza. Arrivai al ponte, mi fermai, guardai giù. Poi feci il giro, scesi a controllare che non ci fossero arbusti, tappeti erbosi, per essere sicuro che non mi sarei salvato. Poi sono risalito».

Molto lucido.
«Sì, assolutamente lucido».

E che cosa è successo?
«Ero alla balaustra, mi sono sporto, volevo cadere di testa. Per sporgermi di più, mi sono piegato sul parapetto aiutandomi con le mani e mi sono lanciato di sotto».

Però non è morto.
«No».

 

 

Che cosa è successo?
«Le mani mi hanno tradito. Non si sono staccate dal parapetto. Io volevo cadere, ma loro erano lì ferme, allora io ho pensato che era questione di qualche secondo, poi avrebbero ceduto. Sono rimasto lì appeso e poi davvero hanno ceduto. Ma, a quel punto, sono caduto modificando la traiettoria e sono arrivato giù con le gambe. Mi sono fracassato gambe, caviglie, testa del femore, ho spaccato il bacino in due, due vertebre della spina dorsale sono esplose. Ma non sono morto. Non ho nemmeno perso coscienza».

Che cosa ha fatto?
«Ho cominciato a gridare, a chiedere aiuto. Passava un mio conoscente che faceva l’infermiere, è sceso, abbiamo parlato, ha chiamato il 118, è arrivata l’ambulanza. Io ho pensato: “Qualcuno adesso si occuperà di me. E ho provato un senso di pace. Ho fatto un anno di ospedale, compresa la riabilitazione alla Casa degli Angeli, a Mozzo”».

Non ha più provato la voglia di farla finita?
«No. In quella caduta e nei mesi successivi mi sono liberato di tutto quel peso».

Adesso è disabile.
«Non importa. La disabilità più grande, terribile, l’ho provata quando ero depresso. Tutto ti sembra una montagna da scalare, tutto ti schiaccia, ti opprime. Arrivano l’insonnia, l’inappetenza, la freddezza verso le persone care. Non ti interessa più niente, nemmeno tua figlia. Nemmeno la tua vita. Perché tutto è un peso. Come se avessi sempre il mondo sulle tue spalle. Io facevo il falegname, eravamo una ditta composta da due persone, si lavorava tantissimo. Io facevo tutti i lavori, con una certa abilità. A un certo punto, mi trovavo con l’avvitatore in mano e non sapevo più che vite usare…».

Non era così, prima.
«No, io ero un giovane contento della vita, appassionato di sport, di montagna; mi sono sposato, abbiamo avuto una bambina, mia moglie era incinta di un secondo figlio. Avevo tutto. La casa, l’automobile, un buon lavoro. Poi è crollato tutto».

 

 

Perché?
«Non lo so. Ho pensato a tante ragioni».

Per esempio?
«Per esempio al fatto che io dicessi sempre sì, che non mi tirassi mai indietro. Ero troppo disponibile con gli altri. Come se mi annullassi. Io penso che sia giusto essere disponibili, dire sì. Ma con dei limiti. Non si può dire sì a tutto, accettare tutto. Può significare che non consideri le tue stesse esigenze, che ti stai annullando. Da lì alla depressione il passo può risultare breve. Poi penso a una cosa che, in apparenza, non c’entra nulla».

Racconti.
«Quando ero un ragazzino, passavo le estati dal nonno Prospero. Era un incanto per me. Il nonno aveva la cascina con le mucche, gli animali. Stavo bene con lui, in quel posto, mi piaceva la vita dura e libera del contadino. Mio nonno aveva un amico che veniva spesso a trovarlo, aveva la barba bianca e i baffi e somigliava a Garibaldi, per questo lo chiamavano Garibaldi. Quando feci l’esame di terza media, mi chiesero in che anno era morto l’eroe. Io risposi che Garibaldi era ancora vivo e che passava da mio nonno quasi tutti i giorni».

Quindi?
«Quindi chiusi con la scuola e andai a lavorare».

Falegname.
«Sì. E forse questo è stato un errore, forse ho accettato di fare una vita che non era la mia. Una vita di corsa, una vita compressa, una vita di lavoro continuo, consegne, orari. È la vita di questo nostro mondo che, secondo me, non va bene alla maggior parte degli esseri umani. Tutti di fretta e tutti per conto proprio. Non va bene. Per questo tante depressioni, tante persone scontente, tanti psicofarmaci».

Bisogna recuperare la cascina.
«Credo che si debba recuperare il valore del rapporto umano, del parlarsi fra le persone, del darsi del tempo».

Lei non parlava?
«Io mi ero chiuso».

 

 

Con chi ha parlato della depressione?
«Con nessuno».

Nemmeno con sua moglie?
«No, nemmeno con lei. Temevo di opprimerla con questi problemi, non volevo appesantire la sua vita. Avevo fatto due parole con un mio vecchio amico, lui mi aveva detto che ben altri erano i problemi della vita, che io in realtà ero fortunato, che c’era chi stava male davvero, chi era malato, chi disoccupato, chi aveva perso un figlio… Qualche volta sono andato al pronto soccorso perché avevo tachicardie. Ma tutto finiva con un elettrocardiogramma. C’è da dire anche un’altra cosa: quando sei depresso, non te ne frega più niente di niente, non ti interessa parlare, non ti interessa di te stesso. Ma il non parlarne è l’errore più grave».

Qual è la parola contraria di depressione?
«Vitalità. Avere voglia di vivere, di fare, di correre, di amare, di vedere, di scoprire».

C’è una cura per la depressione?
«Prima di tutto parlarne. Aprirsi. Trovare qualcuno che ascolti. E poi gli psicofarmaci, che non sono da demonizzare. Stare con le persone, sentirsi capiti, parlare e ascoltare. Essere comunità. Questo aiuta tanto».

Come è la sua vita oggi?
«Cerco di parlare il più possibile, vado nelle scuole, ho scritto quattro libri, il primo nel 2011, ha per titolo Mi spinge la salita. Voglio portare la mia testimonianza. Voglio che le persone capiscano che non c’è da vergognarsi per la depressione, che non c’è da nascondersi. Anzi. Voglio dire che una speranza ce l’hai sempre. E poi faccio tanto sport, handbike e sci di fondo da seduto. Con la handbike ho vinto due Giri d’Italia».

La sua famiglia?
«Mia moglie ha vissuto il mio gesto come un tradimento. Viviamo insieme, ma credo che non mi abbia davvero perdonato. Quando ero a Mozzo, in quell’anno in cui ho imparato a vivere in questo modo, in carrozzina, ne ho viste di storie. Ho visto tante coppie separarsi, tante storie d’amore finire a causa della disabilità».

Lei dice che essere forti uccide.
«Sì, voglio dire che bisogna riconoscere le proprie fragilità, debolezze. Ammetterle. Ammettere che si ha bisogno di qualcuno, di consolazione. Che non si è forti nel senso che ci si chiude, non si ha bisogno di nessuno e si va avanti come se non avessimo una sensibilità, paure, speranze, frustrazioni…».

 

 

Decidere di morire, buttarsi da un ponte, richiede coraggio?
«No, richiede disperazione. Vedere tutto buio, senza speranza. Allora vuoi smettere di soffrire».

Il suicidio è un gesto egoista.
«Non è un giudizio giusto. In apparenza è così perché tu non pensi a tua moglie, ai tuoi figli, al loro dolore, ai problemi che crei. Ma il depresso che si suicida vive su un altro pianeta, vive un dolore interiore che cancella tutto, a cominciare dalla sua stessa vita, dal suo senso nel mondo».

La fede può aiutare?
«Sì, perché ti aiuta a dare un senso alla vita».

Ci sono circa sessanta persone che ogni anno, in media, si tolgono la vita nella nostra provincia. Più i tentativi non riusciti.
«Più le depressioni, più il disagio, più le ansie, le crisi di panico… Non viviamo in un buon modo, dobbiamo aprirci, cambiare stile di vita. Io continuo a parlarne e a scriverne anche perché i casi sono ancora troppi. Penso a una mamma di tre figli del mio paese. Non la trovavano più, rintracciarono il suo corpo dopo un mese, in Val di Scalve. Venerdì scorso è successo a un uomo di Clusone, si è tolto la vita. È per queste persone che se ne sono andate, che hanno deciso di chiudere la loro vita, che continuo ad andare in giro e a parlarne. Bisogna togliere le maschere, bisogna aprirsi».

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.