L’infermiere di Mozzo in trincea

Filippo Gatti, classe 1978, è rientrato a Mozzo un paio di giovedì fa da Kandahar, la seconda città dell’Afghanistan, dove l’infermiere bergamasco dal 2006 è impegnato nelle missioni con la Croce Rossa internazionale.

La sua storia. Filippo era un ragazzo dell’oratorio e il suo impegno con i bambini e i ragazzi ha un imprinting che poi ha segnato tutta la sua carriera professionale. In paese lo ricordano ancora quando era uno dei punti di riferimento nella gestione del cinema dell’oratorio, sceglieva con il curato don Giovanni i titoli e cambiava le pizze delle pellicole. Nel frattempo gli studi al liceo Lussana: preferendo alla medicina un rapporto più stretto con i malati, Filippo sceglie quindi il percorso universitario di infermieristica all’Università Statale di Milano. Alla fine del 2003 si laurea e nel 2004 è già sul campo agli Ospedali Riuniti di Bergamo nel reparto di terapia intensiva pediatrica. «In Italia, al contrario di alcuni Paesi europei, l’infermiere fa da assistente al medico in corsia – spiega Filippo -. All’estero invece l’infermiere gestisce il reparto e se necessario chiede un consulto al medico. Volevo fare qualcosa di più e mi sembrava che esperienze, anche difficili, all’estero, potessero soddisfare ciò che mi mancava professionalmente».

Il primo anno in Afghanistan. Così nel 2006 Filippo frequenta il master in medicina tropicale e salute internazionale all’Università di Brescia, prerequisito per affrontare esperienze all’estero. All’open day del master sceglie, tra le organizzazioni umanitarie presenti, Emergency. Subito viene chiamato per una missione in Afghanistan di sei mesi. Si mette in aspettativa non retribuita e parte. «Qualche preoccupazione da parte della mamma Irene e del papà Giuseppe, più per quello che leggevano sui giornali che per rischi reali poi incontrati, c’è stata», minimizza Gatti. Filippo era responsabile di quattordici centri di primo soccorso dove arrivavano uomini, donne, solo gli stranieri potevano curarle, e bambini. Il rapporto con gli afgani era un misto di stupore e riconoscenza: non si spiegavano come mai un cristiano veniva ad aiutare i musulmani. «Corano e Bibbia dicono di aiutare il prossimo», rispondeva Filippo. I centri erano sparsi in zone impervie dove si arrivava dopo ore di auto e poi, zaino in spalla, altrettante a piedi, con i medicinali per soccorrere i feriti. «Ricordo una volta che mi regalarono una forma di formaggio – continua Filippo – che loro ci avrebbero mangiato una settimana. Rifiutare sarebbe stata un’offesa: era il loro modo di dire “tashakor”, “grazie” misto a tanti sorrisi e abbracci in silenzio. Durante le medicazioni sopportavano il dolore, persino i bambini, senza piangere».

 

 

Le altre missioni nei teatri di guerra. Difficile è stato il rientro a Bergamo, ma nel 2007 è arrivata una nuova chiamata per altri sei mesi in Sierra Leone, a Goderich, un villaggio alla periferia di Freetown per curare i feriti della sanguinosa guerra civile e i bambini, almeno 100 al giorno, denutriti e affetti da malaria. Nel frattempo, Gatti si iscrive a un master di tre anni in Disaster management a Glamorgan, in Galles. Rientra per due anni a Bergamo e nel 2009 torna in Afghanistan, nel Panshir, e a Kabul nei centri di primo soccorso delle carceri e degli orfanotrofi, e poi nel 2011 a Port Sudan in Sudan.

Nel 2012, al rientro dall’ultima missione, Filippo comprende le difficoltà organizzative causate dalle sue continue assenze dall’ospedale di Bergamo e decide di dimettersi definitivamente per dedicarsi interamente alle missioni all’estero con Emergency. Il 2012 in Sierra Leone, poi nel 2013 in Afghanistan a Lashkargah, nel sud del Paese: «Ogni giorno i proiettili sfioravano il campo», nel 2014 con la Croce rossa a Malakal, in Sud Sudan è testimone della guerriglia e del colpo di stato per il quale il team medico fu costretto a operare per mesi in un bunker sotterraneo. Nel 2015 un nuovo teatro di guerra. In Libano a Tripoli con la Croce rossa dove si curavano i profughi siriani vittime dei bombardamenti, per sottoporli a operazioni di chirurgia ricostruttiva o all’applicazione di protesi.

 

 

Di nuovo in Afghanistan. Ultima missione nel 2016, in Afghanistan, a Kandahar, in supporto al ministero locale della Sanità per recuperare dai posti più remoti feriti di guerra o a causa delle mine. «Gli afgani, donne, bambini e uomini, vanno al fiume per prendere l’acqua o nei boschi a fare la legna e possono incappare in una delle migliaia di mine seminate dai talebani – spiega Filippo -. La legge coranica prevede che il talebano non uccida civili ma militari. Ogni talebano è responsabile di una mina e se un civile muore, il “custode” viene giustiziato perché non ha sorvegliato la sua mina. Ogni settimana vengono uccisi in combattimento circa cento talebani e quindi cento mine rimangono non sorvegliate».

Prima del rientro da una delle missioni una infermiera afgana gli aveva regalato un burka per far provare alle ragazze italiane cosa voleva dire questo obbligo. Chi l’ha indossato in Italia raccontava: «Che angoscia, mi sembrava di morire». A fine novembre, Filippo rientrerà a Kandahar. «La sera quando siamo chiusi nel campo con altri colleghi che vengono da tutto il mondo, la polenta non manca mai: la porto da casa come il salame e il grana. I casoncelli li faccio io, ovviamente senza il maiale».

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