Quello che inventò il semaforo
e tante altre cose, ma era di colore

Il 20 novembre 1923 veniva brevettato il primo semaforo stradale degli Stati Uniti. Bisogna dire “degli Stati Uniti” perché Londra e Parigi ne erano già dotate, e bisogna scrivere “stradale” perché i semafori – ossia indicatori di “stop” e di “go” erano già largamente in uso nelle ferrovie o nei porti.

L’idea venne a Garrett Morgan, un sanguemisto (madre pellerossa e padre discendente da schiavi neri) che aveva dovuto lasciare la scuola per mettersi a lavorare, ma che continuò poi a studiare privatamente grazie ai soldi che guadagnava.

Chi scrive non può tacere la sua ammirazione per questo ragazzo, soprattutto per il fatto che per lungo tempo si dedicò a quegli straordinari gioielli meccanici che sono le macchine per cucire. Faceva il riparatore. Resosi conto che troppo spesso l’ago, penetrando nella stoffa, vi provocava microlacerazioni, trovò il modo di lubrificarlo senza però che lasciasse tracce d’unto sul tessuto. Un’invenzione veramente stupenda.

Da riparatore passò ad utente: divenne sarto. Fece i soldi – le foto lo ritraggono elegante, con una perfetta Lavallière per cravatta – e fu il primo nero (in realtà non era nero, lo abbiamo già detto, ma allora non si andava tanto per il sottile) di Cleveland, Ohio, a possedere un’auto. Certamente non pensava, al momento di acquistarla, che il nuovo status sarebbe stato la sua fortuna. O forse fu il percorso quotidiano, o – più in generale – l’aumento dei veicoli in circolazione a dargli l’idea di inserire, ad un incrocio nel quale si era prodotto un grave incidente di cui era stato testimone, un regolatore del traffico.

Per uno abituato alla meccanica di precisione la realizzazione si presentava semplice come fare un uovo al padellino per un pasticcere: un sostegno verticale all’interno del quale due cavetti di acciaio collegati ad una manovella permettevano di azionare (alzare e abbassare) due braccia su cui si illuminava la scritta “Stop”. Braccia aperte: Fermi. Braccia lungo il palo: Avanti. Una soluzione tutto sommato antropomorfa che derivava in parte dall’osservazione di un vigile e in altra parte dai segnali di “alt” che i casellanti azionavano manualmente dopo il passaggio di un treno. Anche il semaforo di Morgan aveva bisogno di un operatore che girasse la manovella.

L’idea piacque alla General Electric che ne acquisì il brevetto, versando la spaventosa – al tempo – cifra di 40.000 dollari, equivalente a quelle che oggi permettono l’acquisizione di importanti startup da parte dei colossi dell’informatica. Morgan aveva 46 anni quando succedeva tutto questo. Venti anni dopo avrebbe sofferto di una grave forma di glaucoma, e venti anni dopo ancora, nel 1963, sarebbe morto. In tempo, dunque, per vedere come si era sviluppata l’invenzione che lo aveva reso celebre.

Ma Garrett Morgan avrebbe potuto passare alla storia anche per un altro fatto. Nel 1916, dei minatori che stavano scavando un tunnel sotto il Lago Erie (Cleveland è sulla riva meridionale del lago) incontrarono una sacca di gas che – a causa dell’acetilene delle lampade – scoppiò facendo crollare le pareti e intrappolando i poveretti. Venuto a conoscenza della disgrazia, Morgan e suo  fratello si armarono delle maschere d’ossigeno che avevano inventato e commercializzato, entrarono nella galleria ancora piena di fumo e di rischi e riuscirono ad estrarre vivi due operai e a recuperare i corpi di altri quattro prima che le autorità dichiarassero concluse le operazioni.

Due eroi, quei fratelli. Nossignore. I loro concittadini, venuti a conoscenza che Morgan – quello della ditta che vendeva tutti quegli strani apparecchi – era un nero, smisero di comperare i suoi prodotti. Brava gente, quella di Cleveland.