La gioia di ritrovare una sorella
73 anni dopo, come una sorpresa

Giuseppe Vavassori è diventato pittore, per passione e per necessità. Quando si trasferì a Mozzo nel 1974 la sua famiglia era cresciuta, e nella vecchia casa di Almè, dove erano nati e diventavano grandi i due figli Monica e Marco, non c’era più spazio. Così con la moglie Graziella decise di acquistare una nuova casa. Un grande impegno per un operaio che faceva due mestieri, in quanto era l’unico che portava a casa lo stipendio per mantenere la famiglia. «Da piccolo mi piaceva disegnare – racconta Giuseppe –, ma mio padre non poteva permettersi di pagarmi gli studi dopo le elementari e così rimase una passione nascosta. Quando vidi le pareti spoglie della nuova casa, e i quadri allora costavano cari, decisi di riempirle con mie creazioni. Di giorno facevo due lavori e di notte dipingevo».

Un’infanzia difficile. La storia del pittore ha inizio il 6 agosto del 1938, quando in Borgo Canale la mamma Angela Nessi diede alla luce il suo primogenito Giuseppe. Purtroppo però, per il bambino la vita non fu facile: la mamma Angela morì a soli trentadue anni, quando Giuseppe ne aveva solo due. Il marito Natale rimase solo a crescere i due figli Osvaldo e Giuseppe. La famiglia Vavassori si trasferì a Longuelo e poi in Valle d’Aosta per cercare lavoro. «Fummo costretti – continua Giuseppe – a fuggire da Bergamo. Non c’era lavoro e poi mio padre era un comunista, non ben visto al tempo. Ci trasferimmo così ai piedi del Monte Bianco, insieme alla sua nuova moglie, la mia matrigna. Mio padre, manovale, lavorò per la costruzione della galleria del Monte Bianco».

Gli anni del lavoro. Nel dopoguerra, nel pieno del boom economico, i Vavassori ritornarono a Bergamo e si stabilirono a Loreto. Giuseppe nel frattempo lavorava come garzone, fruttivendolo, fornaio. Partì poi per Silandro nel 1962, come artigliere alpino, e terminato il servizio militare andò a lavorare nella Fonderia Casari di Boccaleone. Successivamente come operaio nel settore delle acque minerali: Nezossi, Tinti e Comi a Pontida. «La famiglia cresceva – prosegue Giuseppe – e avevo bisogno di più stabilità economica. Ebbi l’opportunità di entrare in Philco come operaio turnista. Durante le pause dei turni facevo l’autista di camion per le aziende di acque minerali che già mi conoscevano. E la notte dipingevo».

La pensione da pittore. Nel 1997 Vavassori è andato in pensione e la pittura è diventata la sua occupazione principale insieme alla attività di volontario nell’associazione Trasporto Amico. «Sono autodidatta, dipingo nature morte, fiori, paesaggi, animali. Sono molto grato agli insegnamenti del grande pittore mozzese Giovanni Pelliccioli che ha avuto la pazienza di correggere i miei errori da novello artista». E qui si potrebbe scrivere la fine della storia di Giuseppe, che ha coronato la sua grande passione per la pittura. Ma ecco il colpo di scena.

L’incontro con una sorella mai conosciuta. Il racconto si fa più serio, intimo. «Sette anni fa ho ricevuto una telefonata – continua Giuseppe -: “Sono Idilvio, tuo nipote”. Lì per lì pensavo fosse uno scherzo. Ma il mio interlocutore sconosciuto proseguì il racconto: “Mia madre, Elisabetta Vavassori, è tua sorella”. Non potevo credere alle mie orecchie e alle lettere che Idilvio nel frattempo aveva scritto a me e a mio fratello». «Mio padre quando aveva diciassette anni, fece il birichino e mise incinta una ragazza, che diede alla luce Elisabetta – prosegue Giuseppe -. La madre abbandonò la neonata, ma mio papà le diede il suo cognome. La bambina crebbe nella casa dei miei nonni e poi venne affidata a una nuova famiglia di Novara. Ma io non seppi mai nulla. O meglio, avevo saputo di una bambina in casa dei nonni, ma essendo piccolo non detti alcuna importanza alla vicenda».

Idilvio, figlio di Elisabetta, in occasione della nascita della nipote, otto anni fa, volle indagare sul nome della bisnonna. Fece delle ricerche e scopri che Elisabetta era stata abbandonata e poi adottata, ma il padre era noto. Poi arrivò il giorno dell’incontro e la verità a Elisabetta venne raccontata poco per volta, vista l’età avanzata. Da sette anni Elisabetta, Giuseppe e Osvaldo si incontrano a Novara in occasione della festa di compleanno di lei, insieme a figli, nipoti e pronipoti di entrambi. «Tutti i sabati la chiamo per sapere come sta, anche se negli ultimi anni mia sorella, che ha 91 anni, si è ammalata e quindi parlo solo con mio nipote Idilvio». Un po’ di malinconia vela gli occhi di Giuseppe, per non aver vissuto più tempo con la sorella, ma presto ritorna la grande gioia di averla ritrovata dopo settantatré anni.

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