La rivoluzione danubiana a Bergamo
E le tre volte del magiaro Payer

La storia dei cinque cognomi di Nehadoma e della sua fine, ancora oggi, sconosciuta, ha riportato alla memoria un altro allenatore di origini magiare, arrivato qualche anno prima del collega e connazionale, ma capace di riportare l’Atalanta nella massima serie nazionale nella seconda, difficilissima, metà degli anni Venti.

L’arrivo a Bergamo. Imre Payer non arriva per caso in Italia, perché i tecnici del suo Paese, perso con l’Austria e due terzi del suo territorio dopo la Prima Guerra Mondiale, hanno iniziato a spargersi per l’Europa: girano insegnando ciò che avevano appreso da chi aveva inventato il gioco del football, e che loro avevano modulato secondo le loro esigenze. Sono gli anni dell’esplosione della rivoluzione danubiana: il calcio di Ungheria e Austria conquista l’Europa, con uno stile godibile e rapido, fatto di palleggio ed eleganza atletica. Un altro motivo è la presenza di due magiari nel club orobico durante gli anni della prima divisione, la Serie B dell’epoca. Su tutti, Gedeone Lukacs, che il 13 marzo 1927 segna quattro dei cinque gol che l’Atalanta rifila al Treviso, portandola ad un passo dalla promozione. Un successo che però sfumerà una settimana dopo a Fiume, città dieci anni prima proprio ungherese, nel ’27 italiana ed oggi, sotto il nome di Rijeka, parte dell’Istria croata. La Fiumana vince 6-1 e l’Atalanta deve rimanere un altro anno in cadetteria, a farne le spese sono il tecnico Cesare Lovati ed il presidente Gambirasi. Al posto del primo, c’è quindi Payer, mentre il secondo verrà rilevato dal gerarca fascista Pietro Capoferri.

 

[Imre Payer]

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Stop giocatori stranieri. La tegola, però, arriva in estate ed è probabile che Capoferri, nonostante le posizioni politiche, avesse maledetto non poco la decisione di rendere il calcio italiano, almeno sul campo, completamente autarchico. La decisione presa è che possono rimanere gli allenatori e, previo passaggio all’ambasciata di competenza, gli oriundi. Questo significa che per Imre Payer c’è posto, ma non per bomber Lukacs e i suoi 20 gol in 17 partite. Per rimpiazzarlo arriverebbe, in teoria, Chiabotto dalla Biellese, ma l’uomo della svolta della Dea è un bresciano, si chiama Eridio Bonardi: proverà a non far rimpiangere Gedeone con 11 gol. Con lui, Romano Buschi e Aldo Perani: promozione assicurata. Si segna meno, ma almeno vengono evitati passivi memorabili come, invece, accadeva sotto Lovati, zemaniano ante litteram, capace di prenderne sette in trasferta a Busto Arsizio.

 

[Payer calciatore, con la nazionale ungherese in un match con l’Olanda del 1911. Finì 4-4]

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Aveva cambiato cognome. Imre Payer era arrivato in Italia nel 1921 ed era passato dall’essere un ufficiale dell’esercito ad una sorta di profugo, dopo la guerra civile che scatenò i periodi denominati “terrore bianco” e “terrore rosso”, a seconda dell’inclinazione politica. Lo stesso Payer aveva abbandonato il suo cognome originale, Perenyi (a quanto pare un vizio, per gli ungheresi), per adottare la forma austriaca che già aveva utilizzato a fine carriera quando giocava nel Wiener. Prima di Bergamo, aveva fatto sfracelli a Carrara dove portò la squadra dalla terza alla seconda serie, per poi essere chiamato per tentare di arrivare dove non era riuscito Lovati.

Anche il fratello fece bene. A Bergamo Payer si porta dietro anche il fratello, Eugen, e lo aiuta a piazzarsi a Cremona: non male, però, perchè il più piccolo dei due riesce a portare la Cremonese appena dietro la grande Juve di Bigatto e Combi nel girone Lombardo-Piemontese del 1925-26. Eugen allenerà in seguito Torino e Napoli, ma soprattutto vincerà uno scudetto storico, ovvero l’unico ottenuto dal Bellinzona nella Serie A elvetica, anno 1947-48. Quando al più grande dei Payer, al primo anno di massima serie prova ad introdurre alcune figure oggi ritenute basilari: una di queste è quella del massaggiatore, e ci sono motivi per credere che all’epoca i contrasti, con tacchetti chiodati e terreni di gioco più adatti alla coltivazione di patate, dessero non pochi grattacapi.

 

[La formazione del Ferencvaros del 1913, quando Payer era ancora giocatore]

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L’arrivo al “Brumana”. A proposito di terreni di gioco: il 21 ottobre 1928 l’Atalanta gioca l’ultima partita della sua storia allo storico campo della Clementina, ovvero il primo vero stadio (ribattezzato addirittura “Stadium” dagli appassionati dell’epoca) in cui i nerazzurri avevano messo piede, dopo il girovagare dei primi anni. L’impianto era nato grazie all’interessamento di Elisabetta Ambiveri, ma non era più adatto al pubblico della massima serie. Lo 0-0 contro il Modena è il passo d’addio, mentre si aprono le porte per il “Mario Brumana”, nome fortemente voluto dalle alte cariche fasciste che guidano, in quegli anni, la Dea. L’inaugurazione è il giorno di Ognissanti: primo marcatore, Romano Buschi e l’Atalanta batte 4-1 la Triestina. Porta bene questo nuovo stadio, perchè quella è la prima di cinque giornate vittoriose, e, per vedere l’Atalanta sconfitta fra le mura amiche bisognerà aspettare cinque partite interne. Colpa del Milan, che il 20 gennaio passa con un gol di Pastore e spegne l’entusiasmo nerazzurro: l’Atalanta ritorna a lottare per non retrocedere e, dopo lo 0-0 interno col Bari, Payer si dimette. A giugno, purtroppo, la retrocessione è realtà.

In giro per l’Italia. Udine, Savona e Lecco. Queste sono le tappe che segue poi il viaggio di Imre: in Friuli addirittura subentra al fratello. Ma il destino prevede anche un ritorno a Bergamo per Payer. Sulla panchina orobica c’è un altro ungherese, ovvero Jozsef Violak, che ormai si fa chiamare Giuseppe Viola per non dare nell’occhio. Ma quello che è stato un ottimo mediano per la Juventus si rivela un allenatore non in grado di sopperire alle mancanze tecniche dell’organico, causa una pesante crisi economica. A febbraio ’33, c’è spazio per Payer, chiamato, praticamente gratis, ad evitare la retrocessione in Prima Divisione, nel frattempo diventato il terzo livello del calcio dell’epoca. Ci scappa una sorprendente vittoria col Sampierdarena, un 6-0 al Cagliari e un 2-1 alla Serenissima (ovvero il Venezia), ma la salvezza sfuma con il ko interno contro la Pistoiese, l’anno prima allenata da Nehadoma e adesso da un altro ungherese, Koszegy. Farà compagnia a Payer nel duo costretto alla discesa nella terza serie, fino a che una circolare della Federcalcio non allarga il torneo di Serie B a due gironi, offrendo così alla Dea il jolly del ripescaggio.

 

[Sempre Payer calciatore, sempre col Ferencvaros. Anno 1914]

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La morte, nel ’57. Ma Payer preferisce pescare di nuovo la carta di Carrara, per poi salire a Chiavari. Ma nel ’35 non resiste all’ennesima chiamata da Bergamo per provare di nuovo il salto in Serie A. I giocatori ci sono, ad esempio Alessandro Bonetti, già bandiera della Triestina, oppure Orlando Ricci, un vecchio pallino di Payer. Troppo prudente, però, l’atteggiamento dell’Atalanta che si difende bene in casa, ma perde punti in trasferta. Anche per un uomo così legato a Bergamo, è venuto il momento di dire addio e, infatti, sarà la terza e ultima volta per lui al Brumana. Chiuderà la carriera di allenatore in Toscana, tradendo anche le sue esperienze di Carrara scegliendo di guidare più volte i rivali della Massese. Nel suo caso, la data e il luogo della morte sono conosciuti: è rientrato in Ungheria, giusto in tempo per patire l’ultima ferita a distanza di trent’anni dalla guerra civile che lo aveva allontanato. Poco meno di un anno dopo la Rivoluzione del ’56, muore a Gyor 69enne.

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