L’Albania di Giampaolo Azzola
ucciso per caso a Tirana

Nella notte tra lunedì 3 e martedì 4 novembre, a Tirana, è stato ucciso Giampaolo Azzola, imprenditore bergamasco da oltre due anni residente nella capitale albanese. Ancora poco chiari i fatti, anche se le autorità locali hanno già arrestato tre uomini, compreso il presunto assassino: Kostantin Xhuvani, 25 anni e figlio di Luiza Xhuvani, ex attrice e oggi parlamentare della maggioranza guidata da Edi Rama. La donna, dopo l’arresto del figlio, si è dimessa dal proprio incarico politico.

Erano circa le 4.30 quando nel night club Ante Grand Club, proprio in centro a Tirana e distante pochi metri dall’ambasciata americana, è avvenuto il massacro. Oltre ad Azzola, infatti, sono rimaste uccise altre tre persone, tutte albanesi. L’imprenditore bergamasco si trovava nel locale, secondo le prime informazioni, insieme ad un amico italiano. Proprio mentre i due trascorrevano la serata, dei giovani albanesi seduti su due tavoli vicini hanno iniziato a litigare. La stampa locale parla di futili motivi ma non esclude che la scintilla del litigio sia riconducibile al traffico di droga. All’improvviso uno dei giovani, secondo gli inquirenti Kostantin Xhuvanio, avrebbe tirato fuori una pistola e avrebbe cominciato a sparare all’impazzata. Sotto i suoi colpi sono rimasti uccisi tre albanesi (di cui uno faceva parte della sua compagnia di amici) e Azzola, vittima innocente della furia omicida. Xhuvani, rendono noto i media albanesi, era già stato arrestato nel 2010 per omicidio ed era stato condannato nel 2011.

Un amico dell’Albania. Le autorità stanno cercando, proprio in queste ore, di dare ordine ai fatti, ma sembra certo che Azzola si sia semplicemente trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato. L’imprenditore era nato 55 anni fa ad Alzano Lombardo ma era cresciuto a Nembro, nella casa di famiglia in via Luigi Carrara. Di fianco all’abitazione sorge la Azzola Trucks, concessionaria di veicoli industriali fondata dal padre di Giampaolo, Alessandro Azzola. Proprio nell’attività di famiglia ha a lungo lavorato la vittima, come responsabile delle vendite e della gestione del personale commerciale. Con quel ruolo imparò a viaggiare, a conoscere il mondo: Grecia, Turchia, Marocco. Poi, nel 1990, la Bulgaria. Fu proprio allora che scoprì l’Albania: il volo che lo doveva portare a Sofia, capitale bulgara, fece tappa a Tirana. Una decina di giorni, non di più. Fu il primo contatto di Azzola con la terra che, molti anni dopo, sarebbe diventata anche sua. A ricordare l’impatto che ebbe con quella terra, allora così malvista dagli italiani a causa delle migliaia di “carrette del mare” che scaricavano disperati sulle coste adriatiche, è lui stesso, in un articolo che scrisse, il 30 giugno 2013, per il sito di informazione italo-albanese Albania News:

«Il mio primo viaggio in Albania fu nell’ormai lontano 1990. Tutti all’epoca mi dissero che ero un pazzo. Ero di transito per la Bulgaria, giusto il tempo di rendermi conto che in Albania, pur essendoci molto, troppo da fare, non ci avrei mai più rimesso piede. Ma mai dire mai! Dieci giorni divisi tra Tirana e Durazzo, dieci giorni da incubo. Ricordo gli occhi di queste persone; donne, uomini, vecchi e bambini che esprimevano ognuno a modo loro, ma con tanta dignità, richieste di aiuto mai espresse verbalmente e questi momenti sono quelli che mi sono portato dentro per tutti gli anni della mia assenza da questo Paese. La cosa che più mi colpì fu che in quel periodo, maggio 1990, era come essere stato proiettato indietro di 50 anni e stavo vivendo nella realtà delle immagini e dei racconti, quello che i miei bisnonni e nonni mi raccontavano dell’Italia della dopoguerra. Nel 2009, dopo 19 da quella mia prima visita, ho ritrovato un paese completamente cambiato. Durazzo resa irriconoscibile dallo scempio e abuso edilizio, una giungla di palazzi e case una a ridosso dell’altra, senza logica senza senso, se non quello d’aver rovinato tutto quanto, e ti rendi conto che il paesaggio può fare schifo e che il “dio denaro” ha vinto ancora una volta! È proprio dal 2009 che iniziai a capire e conoscere cultura e tradizioni di questo Paese abitato da una popolazione che per mezzo secolo era rimasta senza un volto, senza una fisionomia. So che ho ancora molta strada da percorrere. La cosa che però a me interessa di più è che possa continuare a percorrerla qua, per trovare quelle soddisfazioni personali che fanno del proprio impegno e lavoro la soddisfazione più grande della vita di un uomo».

(Liberi appunti di viaggio, 30/06/2013)

Sentirsi parte di una comunità. Azzola non lavorò sempre per l’impresa di famiglia. Si sposò, divorziò, prese residenza a Bergamo, in via Rovelli 48, ma non ci visse praticamente mai perché, nel maggio 2012, dopo un lungo periodo di toccate e fughe, decise di trasferirsi definitivamente a Tirana. Aveva capito che quella terra stava vivendo il proprio boom economico. Dopo aver lasciato il proprio posto sicuro alla Azzola Trucks, lavorò nel campo dell’energia, ma quando si trasferì in Albania decise di concentrarsi sul settore dell’abbigliamento: cedette l’80% delle quote che deteneva della società energetica in cui lavorava e si concentrò sulla sua nuova avventura. A Tirana intraprese anche alcune attività di import-export. Intanto imparava a conoscere una terra nuova, distante da quella da cui proveniva, ma alla quale si sentiva stranamente legato. Forse per questo decise di condividere i propri pensieri con un sito. Il suo primo articolo si intitolava “Pensiero di un italiano a Tirana” e non erano appunti di viaggio, bensì una riflessione sulle elezioni che si erano svolte nei giorni precedenti e che avevano eletto Edi Rama come nuovo primo ministro albanese. Azzola, che si faceva chiamare semplicemente Paolo, si sentiva estremamente coinvolto anche dalla politica locale. Scriveva:

«Mi auguro che vengano adottati tutti quegli strumenti che sono le fondamenta di una vera democrazia, mi auguro che la meritocrazia possa a breve vincere sul “clientelismo”, che ci si impegni sul sociale per ridare dignità a quelle persona che hanno lavorato anni e anni dedicando la loro vita per far progredire questo Paese e che oggi faticano ad arrivare al 15 di ogni mese. Mi auguro che la scuola possa fare un notevole passo in avanti e che le Università non siano solo una voce di bilancio e aziende vere e proprie. Mi auguro che l’attenzione venga rivolta a chi vuole investire in questo Paese e generare occupazione, che le aziende abbiano la serenità e tranquillità di aprire nuove realtà. Gli impegni sono molti, pesanti ed importanti, che impongono appunto di accantonare i rancori e rimboccarsi le maniche e andare oltre. Un solo rammarico, se mi è concesso, si riferisce al fatto che nessuno dei due partiti che hanno “corso da soli” e con programmi degni di una vera democrazia non siano stati premiati, ma bensì penalizzati e oserei dire boicottati. Al di la di queste considerazioni gettate a “ruota libera”… Gëzuar Shqipëri!!!»

(Pensiero di un italiano a Tirana, 26/06/2013)

Azzola si sentiva parte di quella comunità che l’aveva accolto, quella comunità che lui, nel 1990, osservò per la prima volta con gli occhi colmi di pregiudizio, convinto che non avrebbe mai condiviso nulla con essa, e che invece, 22 anni dopo, era diventata anche sua. Raccontava di pic-nic con amici, immerso nelle bellezze naturali dell’Albania più misteriosa, ma anche di come si sentisse vicino alle battaglie sociali e politiche della popolazione albanese, come dimostra il suo articolo intitolato “We can say no!” e dedicato alle manifestazioni di piazza dei giovani albanesi contrari alla possibilità che le armi chimiche siriane venissero smaltite nella terra delle aquile.

All’alba di martedì 4 novembre, Giampaolo Azzola è rimasto vittima di una furia omicida senza senso, vittima incolpevole ed innocente di quel lato di Albania che aveva sempre, volutamente, respinto ed evitato di raccontare. Perché la sua Albania era diversa, era diventata casa sua.

«Ho iniziato a capire che questa Nazione era formata da una popolazione, che non era come i “media” italiani mi avevano sempre fatto credere e cioè un popolo di invasori, violenti e delinquenti, e che tutti vorrebbero rimandare a casa. Al contrario, era un popolo che voleva dare pane e dignità alle proprie Famiglie, con tanta umiltà. Laureati che si sono adattati a fare i lavori più umili senza porsi tante domande. Certo, nel gruppo qualche pecora nera c’era e ancora c’è, servirà ulteriore tempo, ma quale è la Nazione formata da soli Santi e buoni Samaritani?»

(Liberi appunti di viaggio, 30/06/2013)