«L’alpinista che recise la corda»
(e lasciò cadere il suo compagno)

Non deve essere facile essere conosciuti come “The man who cut the rope” (“L’uomo che taglia la corda”, per lasciare cadere nel vuoto un compagno), ma è proprio questo il peso con cui Simon Yates, alpinista inglese, convive da quasi trent’anni. Un incontro dal titolo Trent’anni dopo, lo vedrà presto protagonista all’Auditorium Modernissimo di Nembro. Programmato in un primo tempo per venerdì 12 dicembre, l’appuntamento è stato rinviato a causa di un improvviso black out all’aeroporto di Londra. Nell’incontro – che si terrà probabilmente settimana prossima – Yates parlerà della sua esperienza sulle cime più alte del mondo, quindici giorni dopo la proiezione del film La morte sospesa, di Kevin Mc Donald, pellicola che narra una delle avventure più famose di Yates, quella che gli è valsa il famigerato appellativo, tratta dal libro del 1998 di Joe Simpson Touching the Void.

 

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[Simon Yates]

Chi è Simon Yates. Simon Yates è nato nel 1963 nel Leicestershire, in Inghilterra. Ha studiato biochimica all’università ed è sempre stato appassionato di alpinismo. Nel 1985 conosce un alpinista di tre anni più grande, Joe Simpson, anche lui britannico. I due decidono di affrontare la parete ovest del Siula Grande, 6.356 metri sulle Ande peruviane; Yates ha ventidue anni e Simpson venticinque, sono sì al massimo delle loro forze fisiche, ma non esattamente esperti, come affermerà lo stesso Yates anni dopo. Raggiungono la sommità della montagna dopo due giorni e mezzo di scalata; arrivati in cima quasi allo stremo delle forze, scattano qualche foto e decidono di iniziare subito la discesa. Calato il buio, trascorrono la notte in mezzo alla neve.

Il giorno dopo, a discesa ripresa, Simpson scivola e si rompe una gamba. Yates decide di continuare la discesa, tenendo Simpson legato a una fune e facendolo calare giù dalla montagna un tratto alla volta. Scendono ancora di qualche centinaio di metri, torna il buio e Yates non si accorge di una sporgenza di ghiaccio sul percorso. Ha calato Simpson oltre la sporgenza, nel vuoto, e sente il suo peso trascinarlo verso il basso. Yates passa un’ora cercando di capire se il compagno è ancora in vita o meno, sentendo sempre di più il peso che lo attira verso il basso e usando tutte le proprie forze per restare attaccato alla montagna. A un certo punto, Yates taglia la fune e consegna Simpson all’oscurità.

Non c’era tempo per ponderare e riflettere sui pro e i contro della decisione, dirà dopo; il peso del compagno lo stava trascinando verso il basso e doveva agire in fretta. Quasi in stato di shock, Yates torna al campo base, trascinandosi a stento e lentamente, e senza aver realizzato completamente quanto successo, nonostante la decisione presa in quegli attimi fatali fosse stata fredda, istintiva, di sopravvivenza. Dopo due giorni di recupero fisico, decide di abbandonare il campo e tornare a casa.

 

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[Joe Simpson]

E Simpson? Dopo il taglio della fune, Simpson cade in un crepaccio nei pressi del ghiacciaio. Senza acqua né cibo e con una gamba rotta, l’alpinista si trascina letteralmente verso il campo base, dove giunge dopo tre giorni, svegliando Yates nella notte, un paio d’ore prima che questi se ne torni a casa. I dottori predicono a Simpson un futuro senza la possibilità di arrampicare, e forse nemmeno di camminare, infausta previsione che dopo cinque anni l’alpinista smentisce, tornando a scalare.

La decisione di Yates l’ha reso estremamente impopolare, soprattutto nel mondo dell’alpinismo, ma il suo ex compagno sembra essere l’unico a capire; sostiene che anche lui, trovandosi nella stessa situazione, seppur a ruoli invertiti, avrebbe fatto esattamente la stessa cosa. Dopotutto, afferma Simpson, non avrebbe avuto senso che Yates si lasciasse andare, consegnando non una ma ben due vite alla morte.

I due non scalano più insieme e il primo periodo di tempo che hanno passato vicini è stato quando si sono ritrovati per un mese in Peru, durante le riprese del film. La vicenda non ha avuto chissà quale inspiegabile potere di unirli per tutta la vita e gli alpinisti, soprattutto Yates, hanno probabilmente deciso di lasciarsi alle spalle l’accaduto, come un incidente, un’evenienza al di sopra della loro umana capacità di controllare gli eventi e oltre qualsiasi grado di esperienza un alpinista possa vivere.

Sebbene le sue opere non abbiano riscosso lo stesso successo del libro di Simpson, anche Yates ha scritto dei libri: Against The Wall, The Flame of Adventure e The Wild Within, tutti sulle sue avventure di alpinista.

Un alpinista impopolare. Yates è naturalmente dispiaciuto per le continue insinuazioni sulla sua dubbia moralità, nonché dalle continue domande sui suoi sentimenti. Da un lato, gli scalatori più anziani, abituati a salire sulle montagne in gruppo e non in coppia (il che offre la possibilità di chiedere aiuto), hanno condannato Yates, tacciandolo di codardia ed egoismo. Dall’altro lato, evenienza verificatasi in particolare girando il film de La morte sospesa, c’è stato, e probabilmente c’è ancora, chi cerca di estrapolare a Joe un momento di emotività senza freni, un ricordo pieno di pathos dell’episodio, condito magari da sano pentimento per avere fatto quello che l’ha reso tristemente celebre.

Invece, ciò che è successo a Yates e al suo ex compagno di alpinismo, soprattutto grazie all’epilogo positivo e inaspettato della vicenda, non può essere compreso da molte persone. Così come quasi nessuno potrà mai capire cos’ha pensato Yates negli istanti che hanno portato alla fatidica decisione.