L’ambigua sinistra intellettuale
che ha coperto il criminale Battisti

È decollato dall’aeroporto internazionale di Santa Cruz intorno alle 22 di domenica 13 ora italiana in direzione dell’aeroporto romano di Ciampino. La lunghissima fuga di Cesare Battisti, durata quasi trent’anni, terrorista delle formazioni denominate Pac, Proletari armati per il comunismo, dalla fuga del carcere di Fossombrone nel 1981, è davvero finita. In tutti questi lunghi anni ha goduto di ogni protezione possibile, a cominciare da quella garantita dalla dottrina Mitterrand, che ancora tiene sotto il suo ombrello un gruppetto di terroristi ricercati dalla polizia italiana. Poi ci aveva pensato il presidente Lula a conferirgli lo status abbastanza incredibile di “rifugiato politico”. Ora con l’arrivo al potere del duro Bolsonaro la rete che ha garantito a Battisti quasi trent’anni di vita avventurosa ma abbastanza normale, si è sfaldata.

 

 

Dal dicembre scorso era ufficialmente latitante e quindi si era mosso per cercare altri territori più sicuri, attraversando con la sua identità il confine boliviano. Ma la Digos di Milano ormai gli era alle calcagna. Venivano tenuti sotto controllo una quindicina fra telefoni, tablet e pc, intestati a prestanome, ma tutti ricollegabili a Battisti: è così che gli agenti italiani hanno potuto seguire i suoi spostamenti.

Su Battisti pende la condanna all’ergastolo, già passata in giudicato, per due omicidi commessi materialmente e due invece in concorso morale, oltre che per altri vari reati connessi con la lotta armata. Non fu lui a sparare nel caso del delitto più celebre, quello dell’orefice Pierluigi Torregiani, ucciso alla Bovisa la sera del 22 gennaio 1979. Spararono a lui e anche al figlio allora quindicenne, Alberto, che venne colpito alla spina dorsale ed è restato paraplegico per tutta la vita.

 

 

Ora che la storia si è chiusa e che Battisti torna nelle mani della giustizia italiana, al costo di incredibili sforzi e anche di ingenti spese, è tempo di mettere sul tavolo alcune domande. Com’è possibile che un uomo, con queste colpe accertate sulle spalle, non abbia mai sentito il minimo obbligo morale di chiedere scusa alle sue vittime? È questo l’aspetto sconcertante di un personaggio che è riuscito a tratti anche a costruirsi una vita pubblica, scrivendo libri, sposandosi e facendo anche due figli (un altro figlio, più piccolo, gli è nato da una relazione recente in Brasile). Fosse stato un criminale “normale” nulla di tutto questo gli sarebbe stato possibile. Invece Battisti è l’emblema di quella posizione ambigua di tanta sinistra intellettuale italiana, che per tanti anni ha ritenuto che il terrorismo fosse frutto di una particolare temperie storica e che quindi si potessero in qualche modo giustificarne le scelte pur sbagliate ed estreme.

A tutt’oggi la Francia, Paese simbolo di questo atteggiamento assolutorio, tiene sotto la sua protezione sei terroristi italiani, alcuni condannati all’ergastolo: tra questi anche Narciso Manenti che a capo di un commando di Guerriglia proletaria uccise nel 1979 a Bergamo il carabiniere Giuseppe Gurrieri. Tutti capitoli di una storia sanguinosa che sono stati lasciato colpevolmente aperti.

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