Le ragazze magiche dell’Orobica
Ovvero, il calcio in purezza

Siamo stati a trovare l’Orobica Calcio poco più di due settimane fa, dopo la netta vittoria della formazione bergamasca sull’Inter e a ridosso della sfida con il Milan. Le ragazze dell’Orobica hanno poi battuto anche le rossonere e, nell’ultimo turno di campionato, si sono imposte 4-1 sul Padova, mantenendo saldamente la testa della classifica del Girone B di Serie B femminile a quota 40 punti, a più due sull’Inter ma con una partita in meno. Alla fine della stagione regolamentare mancano ancora otto partite e i giochi sono dunque apertissimi. Intanto, nei giorni scorsi, l’Orobica Calcio Bergamo ha annunciato, con il patrocinio del Dipartimento Calcio Femminile, la prima edizione del Torneo Bergamo Women’s Cup, a cui parteciperanno S.S. Lazio Women, Milan Ladies e Orobica Calcio. Il Torneo sarà il preludio all’inaugurazione del Centro Facchetti di Cologno al Serio quale Centro Tecnico Federale Territoriale, inaugurazione che avverrà il 5 marzo con le prime convocazioni dei ragazzi e delle ragazze U14.

 

In piazza Aquileia, Villaggio degli Sposi, proprio dietro la chiesa parrocchiale di Grumello del Piano si sta costruendo qualcosa di bello. E, per certi versi, unico. Perché l’Orobica è tra le poche realtà calcistiche femminili in Italia completamente autonome, interamente nate e costruite attorno al pallone “in rosa”, e che oggi vanta anche un piccolo ma completo centro sportivo tutto per lei.

«Scusate il disordine, siamo ancora in fase di assestamento. Dopo quasi due anni che siamo qua» dice ridendo Katiuscia Sala Danna, che all’Orobica è un po’ la tuttofare. Questo campo è la sede della squadra da meno di due anni, da quando, cioè, si è vista costretta a lasciare il centro sportivo di Azzano San Paolo per questioni di spazio. Un po’ com’era successo prima a Zanica e prima ancora a Urgnano. In campo le ragazze facevano faville (Serie D, Serie C, Serie B, poi addirittura l’assaggio di A prima del ritorno in B) e sempre più bambine guardavano con interesse quello sport «per maschi» che tutti i loro amici praticavano e loro no.

 

 

Dal passato al presente. Adesso, con centoventi iscritte e un settore giovanile che va dai primi calci alla juniores, l’Orobica ha trovato casa. Lo racconta col sorriso e gli occhi stanchi di chi non si ferma mai, Marianna Marini, figlia della presidente, ex stella di questa squadra e oggi allenatrice: «Volevamo uno spazio tutto per noi dove poter costruire qualcosa oltre che dove allenarci e giocare. E l’oratorio di qui si è reso disponibile. Ci siamo rimboccate le maniche e abbiamo iniziato a lavorare». Lavorare duro, per davvero. Il vecchio campo da tennis è stato ribaltato e trasformato in un perfetto campo d’allenamento; gli spogliatoi sono stati sistemati, ripiastrellati, riverniciati, messi a nuovo; sono stati costruiti tre capanni: uno è il magazzino per gli attrezzi, l’altro la segreteria e il terzo la sala video; un piccolo container è stato trasformato in un’accogliente “club house” con divanetti e angolo bar per i soci. E presto arriverà anche una palestra, per la gioia di Alessia Giudici, preparatrice atletica. Anzi, sarebbe meglio dire colei che si occupa della salute fisica di tutte le ragazze dell’Orobica. «Non vedo l’ora – dice col sorriso -. La chiedo da anni (ride, ndr). Scherzi a parte, è veramente una cosa bella e importante per noi». Il resto dello staff, invece, guarda già oltre e spera di poter presto installare un campo sintetico al posto dell’attuale campo principale. Ma per questo serve ancora un po’ di pazienza.

 

 

Le ragazze fanno faville. Intanto, però, tra quel rettangolo verde dove si allenano e quello di Cologno al Serio dove giocano le partite ufficiali, le ragazze stanno facendo faville: a dieci partite dalla fine della stagione sono prime in classifica e n e l l’ultima giornata hanno battuto le rivali dell’Inter. «L’obiettivo che abbiamo fissato a inizio stagione è la permanenza nella categoria – dice Marini -. Che però non è cosa semplice». Perché nel calcio femminile le cose sono un po’ diverse rispetto a quello maschile: le formazioni di B giocano in quattro diversi gironi, che l’anno prossimo spariranno, lasciando spazio a un unico campionato a dodici squadre, nazionale, a cui accederanno solo le migliori tre di ogni girone. Tutte le altre retrocederanno. La prima classificata della B, invece, si giocherà la promozione in A con le ultime due classificate del campionato di massima categoria. E, oggi, l’Orobica è proprio in quella posizione, prima. «A ‘sto punto, diciamo che ci proviamo» ammette Marini, anche se poi sottolinea come manchino «ancora tante partite. L’obiettivo che ci siamo poste, per ora, sono le vittorie che ci servono per essere certe di restare in B. Poi vedremo».

 

 

Zero soldi, tanta passione. Centrare quella promozione, o quantomeno i playoff, sarebbe il premio di tanti sacrifici che tutti, nell’Orobica, fanno. Dalla Marini stessa, che lavora come impiegata al Comune di Dalmine, alle giocatrici, tutte studentesse o lavoratrici oltre che calciatrici. E alcune provenienti anche da lontano, costrette a macinare chilometri e chilometri non solo sul rettangolo verde, ma anche sulle strade della provincia per allenarsi e inseguire un sogno, oltre che un pallone. Il tutto, ovviamente, gratis. «Professionismo? Macché, in Italia le parole “donne” e “professionismo” non stanno mai nella stessa frase, quando si parla di sport – dichiara sconsolata l’allenatrice -. Lo dice il regolamento, purtroppo. Non esiste alcuno sport femminile in Italia considerato professionistico. Figurarsi il calcio. Ci si sta lavorando, negli ultimi anni le cose sono un po’ migliorate…». Merito di Tavecchio, presidente dimissionario della Federazione, che ha avviato un progetto di sette anni per il (ri)lancio del calcio femminile. «Sì, è stato il primo a fare qualcosa di davvero concreto per noi. Anche se, a dire il vero, è stata la Uefa a obbligare l’Italia ad adeguarsi, altrimenti nessuna formazione avrebbe più potuto giocare in competizioni continentali». Intanto, però, di soldi ancora non se ne vedono: «Nessuna ha uno stipendio, al massimo il rimborso spese chilometrico. E noi siamo già fortunate ad avere degli sponsor che ci aiutano e una lavatrice al centro sportivo, così possiamo evitare di portarci ogni volta a casa le magliette da lavare. Che lusso, eh?».

 

 

La purezza del gioco. E allora, viene da chiedersi, perché farlo? Perché gettarsi con anima e corpo in un’impresa di questo tipo? «Perché qui c’è ancora il calcio vero, quello più puro». Parola di uomo, uno dei pochi dell’Orobica: Gian Luca Nicolini, responsabile del settore giovanile, colui che si occupa insieme al resto dello staff di tenere in piedi una realtà che vanta una squadra per ogni età. «Io non amavo il calcio – dice Nicolini -. E non volevo nemmeno che le mie figlie cominciassero. Ma sbagliavo, le ragazze sono pazzesche. Sai quant’è, nel calcio femminile, il tempo effettivo di gioco di una partita? Settantacinque minuti. Altro che simulazioni, proteste, piagnistei. Si corre e si gioca, stop». Questione di valori, che all’Orobica si tenta di trasmettere di generazione in generazione con un lavoro pazzesco, studiato sin nei minimi dettagli, e che prevede un continuo scambio di competenze da una formazione all’altra. Ogni settimana, due o tre ragazze di età inferiore si allenano con quelle più grandi e le stesse allenatrici lavorano a stretto contatto tra loro, così da dare vita a una vera e propria “cantera” supervisionata in tutto e per tutto da Marini.

 

 

L’Orobica Academy. Su queste basi è nata anche l’idea dell’Orobica Academy: «Abbiamo tre squadre affiliate con le quali collaboriamo con l’obiettivo di far conoscere la nostra realtà e trasmettere i nostri valori. Parallelamente a questo progetto, abbiamo creato anche uno staff di sette, otto persone che accompagnano anche scolasticamente le ragazze più giovani, con spazi pensati per permettere loro di studiare. Spesso lo sport viene visto come alternativo allo studio, quando invece è un fondamento educativo che deve essere sviluppato, non ridotto a un hobby».

Il futuro. È incredibile pensare che tutto questo stia nascendo su delle fondamenta puramente passionali, su un fai-da-te non supportato da alcuna Federazione. Eppure è così. Perché il calcio femminile vive ancora in un cono d’ombra che solo raramente viene scalfito da spiragli di luce. «Qualcosina si sta muovendo – osserva con un pizzico di ottimismo Marini -. Regina Baresi ad esempio, capitano dell’Inter che abbiamo battuto, sta dando grande visibilità al movimento. È seguitissima sui social e ospitata in tante trasmissioni. Poi lei è una bravissima ragazza e si pone bene, riesce veramente a far passare un bel messaggio. Ma non basta. Il seguito dell’Orobica cresce e siamo contente, ma a livello nazionale non è così… La cosa che mi dà più fastidio è non avere pari opportunità: senza quelle non potremo mai migliorare. Spero che tra un po’ si possano vedere le nostre partite in televisione, che finalmente qualcuno si prenda la briga di definirci “professioniste”. E di riuscire finalmente a realizzare quel dannato campo in erba sintetica».

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