L’ingegnere ecologista di Mozzo
(prima che fosse di moda esserlo)

La passione del mozzese Vincenzo Bellini per le tecnologie “green” risale ai tempi universitari, negli anni ’80, da giovane ingegnere meccanico in tecnologie energetiche. «Appena laureato avevo rifiutato diverse offerte di lavoro in campi di ricerca poco innovativi, anche quando l’offerta arrivò dalla Philco, allora azienda molto importante nella nostra zona. Che ci potevo fare io in una azienda che produceva lavatrici? I proprietari, allora iraniani, parenti dello Scià di Persia Reza Pahlavi, però seppero essere convincenti con un’idea molto innovativa: un pannello solare a tubi di calore». Il progetto, studiato con il Cnr, prevedeva una piastra con un circuito caricato a gas che se riscaldato dal sole produceva vapore, con pochissima energia, a 100 gradi, scaldando l’acqua per un principio termodinamico e quindi acqua calda e condizionamento dell’aria. «La Philco mi chiese poi di sviluppare lo stesso progetto per il mercato Usa, ma io avevo già in testa altre idee e aprii il mio primo studio di engineering».

 

 

Bellini proponeva tecnologie per energie rinnovabili, ma la sensibilità allora era molto scarsa  «La tecnologia sviluppata per il riscaldamento a pavimento a 30 gradi si scontrava allora con gli idraulici che non concepivano soluzioni diverse da quelle che prevedevano produzione di calore inferiori agli 80 gradi con grandi sprechi energetici». Terzo di cinque fratelli: Franco, Raffaella, Vincenzo, Lucia e Elvira. Papà Giancarlo tastierista e la mamma Rina centralinista, tutti e due a L’Eco di Bergamo. «Mio padre, appassionato di montagna, era appena andato in pensione e da Lizzola con alcuni amici stava andando verso il Pizzo dei Tre Signori. Io non potei andare per impegni di lavoro. Un percorso fatto centinaia di volte, ma una pozzanghera d’acqua ghiacciata fu per lui fatale. Aveva solo 60 anni.. Mi dispiace che proprio tre giorni prima gli avevo raccontato che in sogno lo vedevo morire in montagna. Lui rise “magari, è la morte che mi piacerebbe fare”.  Ma troppo presto per la nostra famiglia».

Nel frattempo coglie le opportunità offerte dal settore industriale che inizia a manifestare una sensibilità ambientale, soprattutto nel settore tessile: «Le acque e vapori prodotti dalle lavorazione del settore andavano disperse nell’ambiente con effetti inquietanti, da qui l’idea di sviluppare tecnologie per il recupero energetico anche per la salvaguardia ambientale». Negli anni 2000 un gruppo bergamasco decise di acquisire Actea, una società che il gruppo Radici decise di cedere. «Mi chiesero di gestire questo progetto come amministratore delegato e responsabile tecnico per lo sviluppo di tecnologie innovative per la…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 38 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 2 maggio. In versione digitale, qui.

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