L’intervista che fece Fornoni
ad Anna Politkovskaja

Lunedì 9 giugno il Tribunale di Mosca, al terzo processo, ha condannato tutti e cinque gli imputati per l’omicidio della giornalista Anna Politkovskaja. L’ergastolo è scattato per il presunto assassino Rustam Makhmudov e per l’organizzatore, suo zio Lom-Ali Gaitukayev. Pene detentive dai 12 ai 20 anni per gli altri tre colpevoli. Resta ancora un alone di mistero sui mandanti dell’omicidio. «Le indagini sull’assassinio devono proseguire finché non sarà trovato chi c’è dietro», ha dichiarato Serghiei Sokholov, vice direttore del quotidiano della giornalista uccisa.

È il 7 ottobre 2006 quando Anna Politkovskaja viene trovata senza vita nell’ascensore del suo palazzo a Mosca. La polizia trova sul luogo una pistola Makarov PM e quattro bossoli accanto al cadavere. Uno aveva trapassato la testa. La Politkovskaja era una giornalista russa molto attiva sul fronte dei diritti umani e molto conosciuta per i suoi reportage sulla Cecenia e la sua accanita avversione nei confronti del Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin. Scriveva per il quotidiano dell’opposizione Novaya Gaseta e, al momento del suo assassinio, stava lavorando ad un lungo articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro Ramsan Kadyrov.

Riproponiamo qui l’intervista ad Anna Politkovskaja, realizzata nell’agosto 2003 per Report (Raitre) da Giorgio Fornoni. Già sindaco di Ardesio (BG) e commercialista di professione, Fornoni si dedica al giornalismo indipendente. Ha intervistato anche il comandante Marcos e il Nobel per la pace Rigoberta Menchù.

 

Lei condivide le scelte del presidente Putin?
Ritengo che se siedi al Cremlino la tua responsabilità principale è la pace. Personalmente non è che non mi piaccia Putin, è che non mi piace ciò che sta facendo. Lui deve mantenere la pace, è un suo dovere costituzionale. Invece continua la guerra nel Caucaso, con migliaia di morti non solo ceceni, ma anche russi. Gli attentati non possono cessare. Putin deve smetterla con questa guerra suicida e mettersi a trattare anche con quelle persone che non gli piacciono.

Perché Mosca non vuole osservatori internazionali in Cecenia?
È chiaro che non li vogliono perché sono stati commessi molto delitti. Gli osservatori vedrebbero i cadaveri, le donne violentate e capirebbero chi è stato. Per questo l’accesso è limitato al massimo. Non vogliono testimoni.

Racconti il fatto più feroce perpetrato dai militari russi sui civili ceceni.
No, non dirò nulla. Non ho una buona opinione della società occidentale. Non siamo nel 2000, quando c’erano grandi speranze che raccontando ciò che stava accadendo l’Occidente avrebbe fatto qualcosa per aiutarci. So da tempo che l’Occidente non si interessa di questi problemi, ha tradito queste persone che pure vivono in Europa. La Cecenia tra l’altro fa parte dell’Europa, geograficamente. Per questo non mi metterò a solleticare i nervi con racconti di come hanno ucciso, tolto scalpi e tagliato nasi e orecchie. Capitemi bene, non è quello lo scopo del mio lavoro, ma prevenire atrocità di questo genere in futuro.

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