I luoghi di Sant’Antonio a Bergamo

Il 17 gennaio è la festa di Sant’Antonio Abate. Dove lo celebriamo in città oggi e nei tempi passati? Dove possiamo rendere omaggio a una sua effige e rintracciare segni della fervente devozione a lui rivolta nei secoli? Di una cosa siamo certi: in bergamasca la più bella raffigurazione di Sant’Antonio ci è offerta dalle due strepitose pale del maestro veneziano Lorenzo Lotto, datate 1521 e ubicate nelle chiese di S. Bernardino e di Santo Spirito in Borgo Pignolo, poste rispettivamente ai piedi di Borgo Pignolo alto e a metà di Borgo Pignolo basso. Della prima vi invitiamo a sorridere di fronte al canuto personaggio sulla sinistra, che ipovedente viene aiutato dal Battista a riconoscere Cristo, con tanto di fuocherello che divampa alle sue spalle dietro la radura, mentre del secondo vorremmo deliziarvi facendovi notare che le calze verdi che trapelano dai miseri sandali salgono internamente la figura e sbucano dall’abito all’altezza di manica e collo.

 

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Borgo Pignolo oppure…? Se passiamo in rassegna i santi raffigurati nelle due pale, notiamo di come ognuno abbia una connessione col borgo che noi oggi chiamiamo Pignolo: per la titolazione della chiesa (Bernardino e lo Spirito Santo), per la presenza di un ospedale (Giovanni Battista, nei pressi dell’ingresso dell’ex Caserma Montelungo), per un particolare culto (Giuseppe, promosso da Bernardino), per riverenza all’Ordine di appartenenza (Agostino e Caterina). All’appello manca Sant’Antonio, quindi perché compare in entrambi i dipinti? Perché se facessimo un salto nel tempo, scopriremmo che la porzione di Borgo Pignolo che noi tradizionalmente chiamiamo basso in passato era un Borgo dalla propria identità, per l’appunto Borgo Sant’Antonio.

La chiesupola e l’ospedaletto. Il borgo fino alla metà del XIII secolo faceva parte della vicinia di S. Andrea (Via Porta Dipinta) e i suoi confini al piano correvano a ridosso delle antiche Muraine medioevali, dalla Porta di Santa Caterina, posta all’imbocco del borgo omonimo, fino al Borgo di San Leonardo, transitando quindi lungo l’attuale asse urbano di Via San Giovanni-Frizzoni-Camozzi. La sua autonomia e la sua nuova titolazione vennero giustificati dalla presenza della chiesupoletta di Sant’Antonio in foris con annesso ospedaletto, eretti nel 1208 da Giovanni Gatussi di Parre proprio alla sua estremità meridionale, all’inizio di quello che ancora oggi è il Borgo Palazzo, dal forte insediamento di attività tessili e dalla presenza dei mulini, favoriti dalla vicinanza alla Roggia Serio.

 

 

Oggi purtroppo l’edificio sacro, sconsacrato dall’Ottocento, è quasi irriconoscibile, sia per la posizione arretrata sullo slargo (una volta praticello), sia per il cambio della destinazione d’uso, passata da magazzino a laboratorio fino all’attuale attività commerciale. Eppure scrutando bene bene quella porzione di muro, si può ancora notare il tetto spiovente, la facciata a capanna posta a cavallo del portone d’ingresso la corte interna, così come la lunetta con l’ombra ormai di affreschi duecenteschi (tra i più antichi del territorio e per questi strappati e conservati nel Museo dell’Affresco di Bergamo Alta), che rappresentano la Madonna con bimbo affiancati da un monaco e da un santo vescovo, posti sotto un arco in cotto sui cui conci sono ritratti volti umani. Della ex-chiesa manca anche il campaniletto e tutte le pertinenze interne: resta un grande affresco devozionale posto nel cortile sopra lo spazio in cui viene abitualmente riposta l’immondizia dello stabile, mentre l’ospedaletto è stato sicuramente stravolto a metà del Settecento. In ogni caso dalle cronache risulta non fossero molto curati e la chiesa utilizzata per celebrare la messa giornaliera da parte dei frati Zoccolanti del vicino convento delle Grazie, remunerati per questo onere dall’Ospedale Grande di San Marco.

 

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L’altra chiesetta. Ma perché in foris, cioè fuori? Fuori perché posta fuori le Muraine, o meglio poco fuori la Porta di Sant’Antonio, che prima di essere abbattuta raccordava gli antichi edifici a fianco dei pilomat che oggi immettono i residenti e gli aventi diritto in via Pignolo bassa. Ma foris anche per essere distinta dall’altra chiesetta omonima. E questa invece dove si trovava? Lo intuiamo dalla sua rinnovata titolazione (Sant’Antonio di Vienne – in Prato – dell’Ospedale).

In Prato perché costruita con annesso ospedaletto nel XIV secolo sul Prato di S. Alessandro, quasi dirimpetto le colonne di Prato e a fianco del complesso domenicano femminile di Santa Marta e verso la strada (attuale via XX Settembre), che conduceva al popoloso quartiere di San Leonardo.

Di Vienne perché è la località in Francia che vide la nascita di una comunità ospedaliera, grazie al voto espresso del nobile Gaston per la guarigione del figlio: questi con altri otto compagni si dette alla cura dei malati di “fuoco sacro”, vestendo un abito con distintivo di panno celeste a forma di tau e vivendo di questue ed elemosine. Data la repentina diffusione dell’Ordine Antoniano in Europa e in Oriente, papa Bonifacio VIII ridenominò i suoi membri Canonici Regolari, ponendoli sotto la regola di Sant’Agostino.

Dell’Ospedale perché sarebbe dovuta divenire la chiesa del nuovo grande ospedale di Bergamo, quello di San Marco, che nel 1477 decretò la soppressione degli 11 ospedaletti cittadini per realizzarne uno solo “grande”, al fine di razionalizzare i servizi e creare un’unica dirigenza, esercitando così un maggiore controllo sull’intero operato dell’ente caritatevole.

Il dato certo è che il complesso lo costruì su basi laiche o la famiglia dei De la Sale o il frate Francesco tra gli anni 1380 e 1382: la chiesa nel tempo venne ampliata, mentre l’ospedale verrà utilizzato più come locale di accoglienza che di cura, dando residenza anche al cappellano che aveva il compito di celebrare la messa ogni giorno per volontà degli amministratori dell’Ospedale, proprio come per Sant’Antonio in foris. Venduto nel 1585 alle suore domenicane, che lo ridedicarono alle Sante Lucia ed Agata, in occasione del trasferimento delle monache di Santa Lucia dal borgo omonimo, nell’Ottocento passerà alla famiglia di imprenditori svizzeri Frizzoni, che lo demolirono per farvi la propria residenza cittadina, oggi sede del nostro Comune, Palazzo Frizzoni.

 

 

Le feste dedicate. Per quanto riguarda invece la chiesa dell’Ospedale Grande di San Marco, fondato nel 1457 ma i cui lavori prenderanno il via solamente dal 1478, la sua costruzione risale al 1572 per ottemperare a funzioni battesimali per gli esposti e cimiteriali per i degenti più sfortunati del nosocomio: nonostante la dedicazione in omaggio alla Serenissima, vi si festeggiavano anche le ricorrenze dedicate al santo taumaturgo Antonio abate. Il portico che dava sul cimitero del complesso, di cui restano tracce nella muratura sulle vie Locatelli e Zelasco, era adibito a magazzino d’uso per il mercato delle biade nei giorni di martedì giovedì e sabato, mentre quello posto a fianco e parte del complesso ospedaliero serviva per accatastare la legna e fungeva da dogana per l’annuale mercato della Fiera di Bergamo. Un altro mercato, della durata di tre giorni, si teneva proprio nelle ricorrenze di S. Antonio (17 gennaio) e di S. Marco (25 aprile). Oggi restano poche porzioni di alzato di questo bell’edificio rinascimentale, che a detta delle fonti doveva essere splendido: la chiesa ha assunto fogge barocche nel corso del Settecento, mentre del cimiterino non resta più nulla, nonostante alcune tracce siano emerse durante i lavori di realizzazione del parcheggio di Piazza della Libertà.

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