Maria Lucia, cinquant’anni da suora
(disse no alla Nazionale di basket)

Il basket e quel tiro da tre punti (quando ancora non esisteva) chiamato vocazione. È la storia di suor Maria Lucia Carrara, che ha festeggiato da poco il suo cinquantesimo di professione religiosa. Originaria di Albino ma da molti anni punto di riferimento di una Comunità Religiosa a Riano, alle porte di Roma, dove opera all’interno della Cittadella Ecumenica Taddeide. Questa importante ricorrenza è stata l’occasione, per la religiosa, di riflettere sulla propria vocazione e ricordare le sue origini albinesi, dove tuttora vivono i suoi fratelli e famigliari. Qualcuno forse la ricorderà in un frame che la riprendeva orante in ginocchio nella maestosa piazza San Pietro nei giorni dell’agonia di Giovanni Paolo II. Quell’immagine fece il giro del mondo.

 

 

Suor Lucia, quale significato ha ricordare una data tanto significativa nel suo paese?

«Celebrare il cinquantesimo dei miei primi voti è rivivere con grande gratitudine il dono della chiamata, che comporta risalire alla radice “fin dal seno materno ti ho chiamata” e allo stesso tempo ringraziare papà e mamma che hanno accolto il seme della vita, lo hanno circondato di tutte quelle attenzioni: la primordiale dopo quattro giorni dalla nascita, il 6 aprile, con il dono del Battesimo e così via nella semplicità e nella loro responsabile missione non è mai mancato nulla del necessario: l’affetto, l’educazione sia umana che religiosa, come nella vita parrocchiale che veniva coadiuvata nell’Azione Cattolica, iscritta tra gli Angioletti, Beniamine, Aspiranti, Giovanissime. Anche all’Oratorio con il catechismo e la scuola di tre anni per divenire catechista, tenuta da don Domenico Gianati».

Cosa l’ha colpita in quegli anni?

«L’uccisione di Pierina Morosini (da parte di chi voleva violentarla), ora già Beata martire della purezza. La conoscevo perché la incontravo sul ponte del fiume Serio quando passava per andare al lavoro nel turno pomeridiano (al Cotonificio Honegger, ndr) e io uscivo di casa per andare a scuola. Ho ancora presente il suo saluto, il suo sorriso, la sua amabilità. Mi impressionava il suo semplice vestire, i suoi zoccoli che portava sia in estate che d’inverno. Il giorno del suo decesso, il 6 di aprile, che coincideva con il decimo anniversario del mio Battesimo, mi ha fatto riflettere sull’importanza della testimonianza cristiana nella nostra vita di ogni giorno, compiendo la sua Parola, compiendo la Volontà del Signore; e da allora divenne la mia preghiera: “Signore fa che compia sempre la tua Volontà”. Ma aggiungevo: “Però che non sia suora”. Desideravo andare in missione come laica, forse anche sposata e con dodici figli (sogni di adolescente…). Finisco la terza avviamento Commerciale e subito ho il posto di lavoro presso la Ditta Siama, dove mio papà era portinaio».

E lo sport?

«Anche lo sport prende parte nella formazione, aiuta ed educa a uno stile di vita che sprona ad allenarsi per raggiungere la meta, la vittoria, e anche a saper perdere per ricominciare con più impegno. Lo vedevo anche come un apostolato: relazionarsi e fare amicizia con le atlete delle squadre che incontravamo nelle diverse città della nostra regione. Così la pallacanestro divenne la mia passione, tanto che alla richiesta del parroco don Antonio Milesi nel giugno 1966 di accettare l’incarico di dirigente dell’Azione Cattolica risposi che non potevo, avevo il lavoro, ero la delegata delle aspiranti e delle Giovanissime studenti e lavoratrici, il catechismo e la pallacanestro e aggiunsi: “Lascerei tutto meno che la pallacanestro” (Lucia giocò dal 1963 al 1966 come pivot nei primi anni di vita dell’Edelweiss, squadra tuttora presente nel campionato A2 femminile di basket, ndr). Lui ci rimase male e se ci penso bene è stata l’unica volta nella mia vita che ho rifiutato un impegno. Arriva il mese di agosto e durante le ferie ho l’invito a partecipare a un campo scuola tipo vocazionale al mare, a Roseto degli Abruzzi, dove conosco mons. Giulio Penitenti, fondatore di una nuova comunità a cui fanno parte sacerdoti, suore e laici. Dopo una decina di giorni, la chiamata a lasciare tutto si fece talmente chiara e sicura che manifestai al Padre il desiderio di entrare anche subito come laica consacrata. Accolse il mio desiderio e mi invitò a utilizzare gli ultimi giorni che mi rimanevano di vacanza per andare a Roma e conoscere più da vicino la comunità. Così feci e fu un’esperienza bellissima: la giovialità, la semplicità e anche molta povertà, mi fecero ancora più decisa in ciò che avevo manifestato».

E poi?

«Tornata a casa dovevo avvisare i genitori, ero la prima di sei figli, mi resi conto che la mia partenza privava tutta la famiglia del mio apporto economico oltre che di quello affettivo. Non ebbi il coraggio di manifestarlo a voce e lasciai uno scritto in cui dicevo il mio desiderio e con la frase evangelica “e quelli lasciata subito la barca lo seguirono”. Ma aggiunsi: “Se considerate che avete bisogno del mio apporto posso aspettare a compiere 21 anni”. Devo essere eternamente grata per la loro grande generosità e fede: “Se vai per il Signore non ti preoccupare che non ci mancherà la sua Provvidenza, se c’è altro motivo pensaci bene”. Mamma mi chiese di rimandare tutto a dopo Natale. E d’accordo con il Padre Fondatore si fissò la data del 9 gennaio, lui sarebbe venuto qualche giorno prima invitato dal parroco per celebrare la domenica 8 il nostro patrono San Giuliano. Si continua a lavorare e a giocare senza dire niente a nessuno fino a fine novembre quando, specialmente per il lavoro, ma anche per la pallacanestro, dovevo avvisare che era l’ultimo mese della mia presenza sia lavorativa che di giocatrice».

 

 

Cosa successe?

«Quella sera di fine novembre eravamo per l’allenamento nella palestra a Bergamo, arriva da Milano anche Mariella Bosis, giocatrice della squadra che stava frequentando l’Isef, si avvicina e mi dice: “Ho una bella notizia da darti”. E io le rispondo: “Anch’io ne ho una, dopo ne parliamo negli spogliatoi”. Lascio che sia lei a darmi per prima la notizia: “Ti hanno convocata in Nazionale, pagano 350.000 mila lire alla squadra, hai il posto di lavoro e l’appartamento tutto spesato”. Come risposta ebbe la mia notizia: “È l’ultimo mese che gioco, a gennaio vado a Roma per essere missionaria”. Quel lascerei tutto meno la pallacanestro pronunciato qualche mese prima aveva perso il suo valore».

Com’è stato questo nuovo cammino?

«Il 9 gennaio 1967 partivo per Roma. Dopo alcuni mesi, in aprile, il nostro Padre Fondatore mi propose di andare in Spagna, presso le nostre suore che da due anni avevano iniziato in Cizur Mayor – Pamplona il nostro apostolato. Imparare lo spagnolo, aiutare nell’asilo infantile e apostolato tra le giovani. Ad agosto vado a fare gli Esercizi Spirituali a Loyola presso la casa Natale di Sant’Ignazio, sento la chiamata che mi porta alla decisione di consacrarmi in modo più totale entrando nella comunità delle nostre suore. Manifesto questo al nostro Padre Fondatore e mi viene concesso l’entrata al Noviziato il 12 ottobre dello stesso anno e poi i primi voti il 22 settembre dell’anno successivo. In Spagna rimasi sei anni. Quasi tutti gli anni, nel periodo estivo, con la nostra Fiat 600 raggiungevamo Roma per stare con il Fondatore e dare una mano nelle attività della casa Madre».

Il passo successivo?

«Alla fine di agosto del 1974 si parte per il Messico – Celaya Guanajuato, nella periferia della città si vede la necessità della catechesi e della diffusione e conoscenza della Sacra Scrittura. Nel luglio 1975 si apre la Guadalajara, la casa Noviziato, si inizia con due novizie e due postulanti, non so come descrivere i quindici anni trascorsi tra varie vicende, tutte impregnate di grande Provvidenza. Dicono che gli inizi siano sempre duri, difficili, prove di vario tipo, ma posso assicurare che è stata un’esperienza meravigliosa, trovare sempre al momento giusto un aiuto specifico per quello di cui avevamo bisogno, sperimentare le frasi del Vangelo: “Cercate il Regno di Dio e tutto vi sarà dato in abbondanza”. Dopo sette anni abbiamo potuto costruire il nostro convento, si parte con poco o niente e si finisce con molto di più. Ci vorrebbero molte pagine per poter descrivere come arrivava la Provvidenza al momento opportuno per pagare gli operai, comperare il materiale e per il sostento quotidiano, avevamo per noi e anche per aiutare famiglie bisognose. Apostolato vocazionale, Catechesi, preparazione per i matrimoni, battesimi, missione nei villaggi. La gente è molto accogliente e desiderosa di conoscere la Parola, un popolo Mariano al cento per cento, devoto alla Vergine di Guadalupe».

Quando è tornata in Italia?

«Nel 1989, alla fine di settembre ritorno alla Casa Madre a Riano, dove anche oggi continuo e desidero continuare la mia donazione a Lui, nei vari compiti e impegni che mi vengono richiesti. Niente è inutile, o meglio, in positivo, tutto serve, “dalle stalle alle stelle” ut omnes unum sint (che tutti siano una cosa sola)».

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