Martina Caironi, un attimo prima
che i giochi abbiano di nuovo inizio

«L’intervista? Adesso? Mi sto lisciando i capelli. Poi se vengono troppo mossi e non lisci come voglio io la colpa è vostra, eh». Sembra una principessa al ballo, Martina Caironi. «Macché principessa – fa lei -, più che altro mi sembra di andare a una festa». Mancano una manciata di ore al ballo, che poi sarebbe la cerimonia di apertura di queste Paralimpiadi a Rio. Facciamo la parte dei guastafeste, noi di BergamoPost. Se avete presente, quelli che ogni volta che sei in ritardo e devi fare di corsa, accidenti, ti suonano alla porta. Fortuna che ad aprirci arriva lei, Martina, già oro a Londra quattro anni fa, campionessa di tutto, amputata alla gamba sinistra a seguito di un incidente in motorino nel 2007, portabandiera della nostra nazionale. «Dov’è la spazzola? Dov’eeeè?». Uhm, meglio non farla arrabbiare. Lei che ha perso una gamba e mai il coraggio, lei che ha sconfitto i limiti e superato le ansie, alla fine lo dice chiaro e tondo: «È davvero come prepararmi per andare a un party: tutto in disordine, sono in ritardo, i capelli fatti all’ultimo. La differenza è che sono con le mie compagne di nazionale, e gli ho anche prestato i miei orecchini a forma di piuma».

Ormai ci siamo, la cerimonia inizia tra qualche minuto…
«Non vedo l’ora. Mi sto pian piano rendendo conto di tutto, dopo tanto parlare finalmente è arrivata questa grande festa da cui poi comincerà tutto. Si inizierà a gareggiare, e a quel punto cambierà anche l’aria».

Si farà più nervosa?
«Questo non lo so. Vorrei godermi la serata, questo sì. È un bel momento, da vivere tutti insieme».

La Pellegrini come le ha raccontato la sua esperienza da portabandiera? Ha fatto un post su Instagram…
«Lei mi ha scritto in bocca al lupo, io le ho risposto grazie. Ci conosciamo, qualche volta ci sentiamo su Instagram. Questo è quanto».

 

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Rispetto a Londra cosa è cambiato?
«Non voglio paragonare questi Giochi a quelli di quattro anni fa. Perché sono cresciuta, ho fatto tante esperienze. Questa semmai è la continuazione di quell’oro olimpico. Vediamo che cosa succede».

La gioia per quel successo quanto è durata?
«Quell’attimo è durato pochissimo. È stato come un sasso lanciato in uno stagno. Avete presente?».

Tutte quelle ondine…
«Sì, tutte quelle ondine, quei cerchi… Ecco, adesso sono sul pontile pronta a lanciare un altro sasso».

Diceva di aver fatto tante esperienze in questi anni.
«Sì. In termini di impegni, di università piantata a metà, adesso faccio discorsi in pubblico, devo sorridere anche quando non ne ho voglia».

 

London 2012 Paralympic Games

 

Cose positive?
«Il fatto di essere ascoltata, e quando uno parla non è così scontato. Questo è un aspetto davvero positivo».

Anche a Bergamo l’hanno ascoltata…
«Vero. Vicino a casa c’è il campo Coni. Quando ho vinto l’oro a Londra mi hanno chiesto di esprimere un desiderio per la mia città. Io ho detto: “Bene”. Nel giro di pochi anni hanno aperto l’indoor e rifatto il campo. Il progetto c’era già, è vero. Ma in pochi anni è stato fatto. È un bel segno».

Invece che rapporto ha con Bergamo?
«Bergamo in questo momento mi sembra davvero molto lontana. Mi stanno aspettando tutti, devo andare…».

Aspetti, ci dica di più.
«Bergamo è stato il mio primo trampolino di lancio. Ma poi la vita ti porta a fare tante cose, a scegliere strade diverse. Adesso vivo a Bologna. Lì la gente vive senza stress».

 

Martina Caironi

 

Adesso ci dica del Villaggio olimpico.
«È stato un po’ un deja-vu, ma dal sapore brasiliano. Qui non è come Londra, anche se il clima di internazionalità è lo stesso. C’è fermento, e il Brasile mi sembra proprio un mondo a sé».

E all’interno?
«C’è la lavanderia, ci sono le bandiere di tutto il mondo appese, ci sono atleti di tutto il mondo. È bellissimo. Ah, e non si paga nulla. Funziona proprio come in un villaggio».

Che cos’è la sofferenza per lei?
«Le domande filosofiche adesso? Ho la festa…».

Ci provi…
«Sofferenza, due punti: stringere i denti e mandare giù il rospo, e poi mi viene in mente la gocciolina di sudore e la faccia incazzata. Per me la sofferenza è rabbia. Anzi, la sofferenza diventa rabbia».

E la paura?
«È un limite. Il limite più grande».

 

Casa Italia paralimpica

Pubblicato da Martina Caironi su Martedì 6 settembre 2016

 

Quanto ha lavorato per la gara che l’aspetta?
«A Rio fa caldo. In Italia mi sono allenata duramente tutti i giorni negli orari più caldi, alle 12, e anche dopo. Ma ci arrivo con l’allenamento che avrei voluto. Con il mio allenatore ho fatto un buon lavoro sulla testa, però».

Niente paura?
«Ci proviamo…».

Vincere è sempre la cosa più importante?
«Certe cose non si dovrebbero dire…».

Lei cosa dice?
«Dare il meglio, quello è proprio il top».

Potrebbe gareggiare il giorno del suo 27esimo compleanno…
«Sarò in gara il 10 e il 17. Vorrei farmi un regalo. Magari prima e dopo. Vediamo».

Lei è una che la gara se la immagina la notte prima o la vive tutta d’un fiato?
«Comincio già una settimana prima. Mi porto avanti per non arrivare tardi».

Per quello c’è sempre il belletto prima della festa.

 

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