Chi è Matteo Rossi
Presidente della Provincia

Il nuovo presidente della Provincia è Matteo Rossi, del Pd. È stato eletto domenica 28 settembre dai sindaci e consiglieri comunali della bergamasca con il 59% delle preferenze, battendo lo sfidante Giuseppe Pezzoni, candidato proposto dalla Lega. «Insieme abbiamo testimoniato che è possibile una politica diversa, appassionata del territorio e capace di dialogare», ha detto Rossi ringraziando il suo avversario. Pezzoni si è congratulato con il nuovo presidente e ha definito la campagna elettorale appena conclusa «una bella avventura e non – come si prospettava – una mera formalità». Ai tre seggi, allestiti alla Cittadella dello Sport, si sono presentate 2.098 persone, il 73.59% degli aventi diritto. Rossi sarà già oggi in via Tasso per incontrare i dipendenti. Sono stati eletti anche i 16 membri che comporranno il Consiglio provinciale. Appena conosciuto l’esito del voto, il nuovo leader di via Tasso ha voluto ribadire un concetto più volte espresso nelle ultime settimane: «Ci si salva solo se si lavora tutti insieme». In questa intervista il neopresidente si presenta.

Presidente, chi è Matteo Rossi?

«Ho 37 anni. Sono sposato e padre di due figli, Jacopo, di 7 anni, e Sveva di 3. Ho una laurea in scienze politiche. Insegno storia, diritto ed economia all’Engim, una scuola di formazione professionale, è il quarto anno che lavoro lì».

Stipendio?

«1250 euro al mese. Lavora anche mia moglie, è sindacalista agli edili della CGIL. È una ragazza norvegese che era venuta in Italia per laurearsi in antropologia, con una tesi sul rapporto tra bergamaschi e immigrati».

Sua moglie è contenta di vivere a Bergamo?

«Siamo contenti di stare insieme, anche se a proposito del rimanere qui, ogni tanto lei ci pensa, perché la Norvegia è il mondo perfetto. Dai mondi perfetti escono le tragedie perfette, come quella di Breivik, ma quella norvegese è una società con 4 milioni e mezzo di abitanti, ricca di petrolio e costruita dal punto di vista dei bambini. Se sali su un autobus da solo paghi 5 euro. Se sali con moglie e figli ne paghi 2. Tutta la società è pensata così».

Ma a lei tanto impegno politico non ha mai fruttato niente?

«In questi anni ho percepito 800 euro al mese come consigliere provinciale e altri 600-700 per collaborare con il gruppo consiliare del Pd lombardo alla risoluzione dei problemi degli enti locali. Ora la Provincia di ieri è finita, a dicembre scade il contratto con il Consiglio regionale e ho rinunciato a una proposta di collaborazione con il Parlamento Europeo perché ci tenevo tanto ad assumermi questa sfida».

D’ora in poi guidare la Provincia sarà un impegno gratuito, oltre che gravoso.

«Ne ho parlato con mia moglie, e lei mi ha detto: “Tiriamo la cinghia, inseguiamo insieme questa cosa”. Abbiamo deciso che si poteva fare. Poi se Renzi riconoscesse almeno la spesa per la benzina non sarebbe male, però la mia è davvero una scelta di passione e amore per la politica e per il territorio».

Eccolo qui Matteo Rossi, quello che ha la fama di essere un buono.  

«Nei tre mesi che hanno preceduto la mia investitura si diceva che “Matteo Rossi divideva”. Ma io è dai tempi dell’oratorio che cerco di tenere insieme, e quando c’è da fare un passo indietro l’ho sempre fatto. Non so davvero perché sia nata questa nomea».

Perché Rossi è della sinistra del PD. Non è un renziano.

«In realtà sono difficilmente collocabile: sono stato uno dei primi a dire che a Bergamo toccava a Giorgio Gori. Però ognuno ha la sua opinione. Ma secondo me chi guida la  Provincia dev’essere capace di mettere insieme le persone, le parti sociali, i sindaci, le istituzioni e le imprese».

E magari anche il centrodestra: a quanto pare in molti si sono schierati con lei, meno Lega e M5S.

«Al centrodestra avevo detto quello che ho espresso a tutti gli altri. La situazione è drammatica. C’è una legge da applicare che è imperfetta, ma allo stesso tempo c’è la grande opportunità di poter costruire un nuovo modello di governance del territorio, in cui i vari pezzi inizino a collaborare fra di loro. Il modello della concertazione territoriale è quello su cui deve costruirsi la nuova Provincia».

Un grande inciucio, ha commentato qualcuno.

«Mettersi d’accordo cercando di operare per il meglio non è un inciucio, è l’essenza del fare politica».

Come si è arrivati al nome di Matteo Rossi?

«Anzitutto abbiamo messo in campo una proposta politica, la fase costituente. Poi si è pensato alle persone più adatte a interpretarla. Per favorire l’intesa, Gabriele Riva, sindaco di Casirate, ha dichiarato la sua indisponibilità in quanto segretario del Pd. Si è quindi pensato a Gori, al quale però interessa soprattutto l’area metropolitana, o a giovani sindaci in gamba come Davide Casati e Pasquale Gandolfi. Essendo alla guida di paesi con oltre 10mila abitanti hanno preferito rispettare il loro mandato. La terza possibilità – valida solo in questa occasione, grazie a un emendamento di Calderoli – era quella di indicare un consigliere provinciale. A quel punto si è ragionato in termini di conoscenza della macchina amministrativa e del territorio, di competenza sui temi provinciali, tempo, voglia di fare. E sul tavolo sono rimasto io».

Con un sì convinto?

«Ci sono cose che uno si sente dentro, al netto delle condizioni difficili. Penso che solo un’esperienza in Provincia possa dare a un politico lo spettro della complessità del nostro territorio, delle sue incredibili ricchezze e relazioni. Essere consigliere provinciale è stata per me una grande scuola di formazione. Credo che rispetto al passato ci saranno meno riunioni su piccole cose (abbiamo imparato tutto sugli ungulati) e da adesso si ragionerà più di programmazione e visione».

Quanti dipendenti ha la Provincia,?

«Seicento».

Come intende organizzarla?

«Dobbiamo creare istituzioni che abbiano il fisico per stare all’altezza e alla velocità dei processi economici e sociali. Ci illudiamo, se pensiamo che il singolo Comune possa governare da solo queste cose. È un lavoro di costruzione molto importante. Ci saranno dieci zone, ognuna con un consigliere provinciale e un sindaco di riferimento. Intendo riorganizzare i dipendenti in modo tale che le diverse zone abbiano personale a loro disposizione».

Avrà accanto degli assessori?

«No, non c’è la giunta, il presidente è un organo monocratico. Avrà tutta la responsabilità. Però ai 16 consiglieri si possono attribuire deleghe e io le darò. Per me il consiglio provinciale deve diventare la Camera dei bergamaschi. E visto che oltretutto rispetto al passato ci saranno venti sedie libere, vorrei che ad ogni seduta del consiglio fossero presenti le imprese, i sindacati, gli studenti, la cooperazione. Perché mi sembra che tutti, in questi cinque anni, abbiano detto: manca una visione e la capacità della politica di “tenere insieme”».

Un altro modo di agire rispetto a Bettoni e Pirovano

«Un altro mondo in termini di risorse. Sono due personaggi che han fatto un pezzo di storia di questo territorio, ciascuno col suo stile. Io sono io, insomma».

Quanto dura una nomina?

«Quattro anni. Credo che debbano modificare la legge, perché stando al regolamento attuale la prossima volta si potranno candidare solo i sindaci che hanno davanti almeno 18 mesi di mandato. Cioè nessuno. Solo Pezzoni se vince a Treviglio nel 2016. Non credo che sia una norma ad personam».

Com’è stato Pezzoni come avversario?

«Pezzoni è una bella persona. Sono andato ad incontrarlo per primo appena ho iniziato il viaggio nella Bergamasca e nel corso della campagna elettorale ci siamo sentiti spesso, condividendo anche le stanchezze. Adesso spero sia il mio primo alleato, insieme a Gori. È il secondo sindaco di questa provincia».

La Lega ha scelto di non stare con lei.

«La Lega è il partito che ha fatto del territorio la sua bandiera e se oggi non entra nella sfida della nuova Provincia rischia di mettersi in opposizione al territorio stesso e di tradire la sua natura. Comunque per me i leghisti sono interlocutori: hanno sindaci e gente capace di amministrare».

E i Cinque Stelle?

«Nei Cinque Stelle c’è una grande differenza: un conto sono i militanti sul territorio, un altro la leadership di Beppe Grillo. Questo è il tema irrisolto di un movimento politico ipermoderno, liquido, che ha idee. Su mia richiesta ho incontrato il consigliere del Movimento senza chiedergli un voto. Volevano sapere di ambiente, rifiuti, e così via. Sono state due ore bellissime, le più belle dal punto di vista della profondità dei contenuti. Dopodiché un movimento politico ha senso di esistere se gioca la sua responsabilità».

Hanno detto: “Non partecipiamo alla futura casta”.

«Se un lavoratore precario che va a gestire 300 milioni di bilancio a costo zero è casta… Avanti il prossimo».

 

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A che punto è l’inchiesta sulle firme elettorali che l’ha vista coinvolta in passato?

«Nel giugno del 2013 sono stato assolto dal tribunale di Bergamo. Il giudice ritenne il reato prescritto. Le firme irregolari autenticate erano sette. Mentre maturava la mia candidatura, la Cassazione ha però annullato la decisione del giudice ritenendo la prescrizione di sei anziché di tre anni, perciò si dovrà rifare tutto da capo. La giustizia farà il suo corso e io ovviamente la rispetto. Fino a qualche anno fa per questi errori era prevista solo una multa amministrativa. È una situazione che fa soffrire, ma in coscienza so di aver agito in buona fede, di aver detto la verità e di essere sempre stato trasparente spiegando la questione ai nostri amministratori così come ai coordinatori politici del centrodestra e anche a Beppe Pezzoni.  Il fatto che lui abbia scelto di non strumentalizzarla in campagna elettorale gli fa onore».

L’altro Matteo, Renzi, viene dagli scout. Lei come si definirebbe, un cattolico da oratorio?

«Assolutamente sì. Dai 5 ai 27 anni mi sono formato all’oratorio di Bonate Sopra. Questa è la mia matrice culturale. In questi tempi gli oratori fanno fatica, come la Chiesa in generale, però meno male che su questo territorio ci sono».

Chi sono i suoi amici?

«Quelli che son cresciuti con me fino a quando il curato ci ha sbattuti fuori dicendo: andate nel mondo. Uno ha scelto il sindacato, un altro la professione medica, un altro si è messo a costruire gruppi di acquisto solidale. E poi ci sono io, che ad un certo punto mi sono buttato in un partito, i DS di Veltroni, quando Veltroni è andato a Barbiana da don Milani».

E il ministro Martina?  

«Con Maurizio collaboriamo dal 1999. Quando era segretario della Sinistra Giovanile venne col suo motorino da Mornico a Bonate Sopra per incontrare questo gruppo di ragazzi che si erano impegnati nel paese; da lì sono nate un’amicizia e una collaborazione. Siamo l’uno testimone di nozze dell’altro. Ci sentiamo. Siamo anche molto diversi, ed è bene che sia così».

Chi è, a livello nazionale, il suo punto di riferimento?

«È difficile dirlo. Punti di riferimento a cui essere legato mani e piedi non ne ho mai avuti. Oggi si sostiene Renzi, ma credo che Bersani stia continuando a fare un discorso sul ruolo del partito e sul collettivo che è giusto e che serve anche a Renzi».

Qualche figura di Bergamo che le piace?

«Savino Pezzotta. E, fuori dalla politica, Beppe Guerini, Pierino Persico, Maurizio Carrara, don Fausto Resmini. Ce ne sono tanti altri che non compaiono ma che conosco. Ne aggiungo solo uno: Vittorio Bosio, il presidente del CSI. Nei suoi racconti delle società sportive c’è un mondo che offre opportunità alle nuove generazioni».

La sua esperienza è quella di uno che non hai mai sgomitato…

«Ho avuto persone con le quali collaboravo ogni giorno che nella loro storia avevano dato cento volte quello che avevo dato io, e che avevano ricevuto cento volte meno di quello che avevo io. Il mio metro di misura era quello. Volare basso e rimanere umili. E poi credo nella logica di gruppo in modo quasi ideologico. A me interessa sentirmi parte di un progetto comune, e poi mi assumo le responsabilità».

 

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Cosa può fare il pubblico per la nostra economia in crisi e per il lavoro?

«Tre cose. Primo: guardare all’Europa. Veniamo da anni in cui la classe politica bergamasca ha passato più tempo a segnare la distanza da Roma, piuttosto che ad agganciarsi a quello che succedeva in Europa e a Bruxelles. Nel frattempo però le imprese andavano là. Dobbiamo andare a prendere i finanziamenti da immettere nell’economia locale».

Secondo.

«Non possiamo più pensare di svilupparci consumando suolo. L’agricoltura è l’unico settore che crea occupazione».

Terzo.

«La formazione professionale. Usciamo dall’idea che sia la scuola di serie B, quando invece è la scuola di serie A1, nel senso che il territorio riparte se quei ragazzi che hanno voglia di lavorare vengono messi nelle condizioni di imparare come si fa un lavoro».

Come vede il futuro della bergamasca?

«Rispetto ad altri territori d’Italia, in questi anni difficili abbiamo tenuto. Ridare potere e risorse alle comunità è il presupposto per la coesione. Bisogna pensare da qui a dieci anni, se sarò riuscito a dare un piccolo contributo in questa direzione mi sentirò soddisfatto».