Mattia prepara sushi in Danimarca
ma sogna sempre la sua Atalanta

Arriva dal paesino che tutti conoscono per il Parco delle Cornelle (Valbrembo) e oggi è aiuto cuoco in un ristorante giapponese dove prepara sushi, ma nel suo percorso di vita è passato dall’essere un metalmeccanico a fare il pizzaiolo. Mattia Bonfanti ha 30 anni e la sua vita sembra uno di quei libri gialli dove salti da una storia all’altra senza capirci granché fino a quando non ti rendi conto che un filo conduttore, in realtà, c’è. E in questo caso si chiama Atalanta. «Sono uno che si butta spesso nella vita – racconta Mattia –, e ormai da tre anni e mezzo vivo in Danimarca. Mi ha portato qui il lavoro quando ho deciso di cambiare e ho iniziato a fare il pizzaiolo, sia in Italia che all’estero. Sono partito per l’Europa. Adesso mi trovo in una città chiamata Herning, al centro della penisola dello Jutland (Jylland in danese, ndr)». Herning è famosa calcisticamente per la sua squadra, il Midtjylland FC. Mattia, ovviamente, segue il calcio, ma, da buon bergamasco, è anche un lavoratore indefesso, abituato a tirarsi su le maniche. Grazie alle possibilità offerte dal Paese scandinavo, però, lassù ha pure ricominciato a studiare. «Frequento l’Università, son al terzo anno. Ho ottenuto un diploma in Retail design e management di due anni. Avendo la possibilità di poter studiare gratuitamente ho voluto provarci e mi sono buttato, un po’ come ho sempre fatto nella mia vita. È bellissimo provar nuove cose».

 

 

Dipinto il quadretto di uno dei tanti ragazzi orobici partiti per il mondo alla ricerca di fortuna, ora parliamo di Atalanta. Se, da un lato, il racconto della sua vita può sembrare a tanti una lunga avventura, dall’altro basta toccare temi a tinte nerazzurre per capire che, in fondo, siamo tutti uguali, noi atalantini. «Fin dal giorno che sono nato ho tifato i colori nerazzurri ed è un amore ereditato dalla mia famiglia, specialmente da mio padre Franco e da mio nonno Alessio. Tutto molto partecipato, sentito e veramente emozionante: ci sono anche zio Bruno e nonna Gemma, una tifosa sfegatata che è sempre lì a urlare dietro ai giocatori e commentare le partite». Un amore per l’Atalanta che è iniziato subito dallo stadio: «Fin da piccolo papà mi ci ha portato. Più che “stadio”, lo definisco un piccolo grande universo di emozioni: per noi tifosi è questo che significa andare all’Atalanta. Ancora ricordo me da piccolo che sbattevo i pugni sul vetro della Nord. Allora era papà che mi portava allo stadio nelle macchinate con nonno e zio: si parcheggiava lontano dall’impianto e si camminava fino a sentire i cori dei nostri e l’altoparlante con le pubblicità. Il lavoro mi ha fatto perdere molte domeniche, ma mai l’amore per la Dea. Quello è invincibile». Ma dalla Danimarca, come si vive una passione così forte senza poter partecipare dal vivo alle gare? «Ora che sono all’estero – continua Mattia – mi tocca guardare tutto in streaming. È dura non poter essere lì con mio padre a veder quella che, forse, è la Dea più bella e forte di sempre».

Ad ogni ritorno a Bergamo, Mattia non perde però occasione per cercare di vedere la sua (nostra) squadra dal vivo: «Quando torno a casa capita che ho la fortuna di beccare una partita e negli ultimi due anni son riuscito a vedere le gare col Sassuolo (1-1 nel 2017, ndr) e con la Juve nel recente pareggio per 2-2. Ogni volta è una grande emozione rientrare allo stadio. Sono stato anche a Copenhagen per la fatal serata che noi tutti ancora abbiamo in mente purtroppo. Lì ho incontrato vecchi amici di paese e ne ho conosciuti di nuovi, come Nicola e Mauro, che come me vivono all’estero da anni ma che non hanno mai smesso di amare l’Atalanta». La chiosa di Mattia è una di quelle cartoline d’amore che non vanno nemmeno commentate: «Posso dire che con gli anni che passano e un po’ di nostalgia di casa, l’Atalanta è molto di più che una semplice passione calcistica. È una fede, un amore che dura da sempre e per sempre; perché per me l’Atalanta è Bergamo, è la mia famiglia, il mio sangue e la mia tradizione. Ogni volta che gioca, lavoro permettendo sono davanti alla televisione col telefono in mano pronto a scrivere a mio padre o mandare un messaggio vocale a nonna e zio. Sono sincero, in questi ultimi anni il rapporto tra me e mio padre è diventato stupendo grazie a questa passione: prima non ero capace di condividere totalmente le emozioni con lui, ora mi tengo tutto stretto e porto nel cuore ogni momento vissuto allo stadio o alla Festa della Dea. Un’esperienza da brividi».

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