In memoria di Umberto Eco

Dunque: prima di tutto era simpatico. Molto simpatico. Abituati com’eravamo ad ascoltare conferenze – per tutte: quelle di padre Cornelio Fabro su Kierkegaard e l’esistenzialismo: metà in tedesco, metà in greco classico e l’altra ancora (la metà eccedente e matematicamente incongrua) in filosofico stretto, gli interventi di Umberto Eco erano come il primo vento di primavera dalla finestra di cucina. Meravigliosi.

Poi era intelligente, che non è cosa comune in certi ambiti. Anzi: maledettamente intelligente. Dalla combinazione delle due caratteristiche suesposte sono nate esperienze di cui non possiamo non essergli grati: riuscì a convincere Roland Barthes – il suo corrispettivo francese – a scrivere per Einaudi quegli Elementi di semiologia che andrebbero più letti di quanto non siano; trovandosi in viaggio negli USA modificò il suo itinerario per mettere insieme due pezzi sui musei filantropici di quel paese incolto che sono un inno alla cultura del kitsch e della paccottiglia e, insieme, un riferimento ineludibile per tutti i malati dei percorsi inconsueti e sorprendenti.

Gianno Vattimo ha detto stamani – con doloroso affetto – che, fondamentalmente, era – come lui, del resto – un buon allievo di Liceo Classico. Un ottimo allievo di quella scuola che fu il Liceo Classico italiano e, segnatamente, piemontese. Concluse un’intervista a Dina Luce – alla radio, nel primo pomeriggio, tanti anni fa – stilando la classifica delle tre opere predilette dicendo qualcosa come: vi stupirò, ma per me sono, nell’ordine: il Cantico dei Cantici, la Divina Commedia e I promessi sposi. Mancava Pinocchio, ma dato che le prime tre classificate non possono essere quattro per la stessa ragione metafisica per cui le metà non possono essere tre, rimediò a questa grave lacuna mettendo a lavorare su Collodi i suoi studenti del DAMS di Bologna.

Da piccolo aveva giocato con un orsacchiotto e coi soldatini, e uno dei suoi testi più affascinanti è certamente quello su Angelo Orso, ne L’Espresso: “L’ho amato molto, era un orso giallo, alto più o meno venti centimetri. Era l’orso mio e di mia sorella. Angelo era il re di tutti i giocattoli. Anche i soldatini dovevano rispondere a lui. Col passare del tempo Angelo subì un degrado fatale, perse prima un braccio, poi un gomito, cominciò ad uscirgli anche la paglia di dietro. Alla fine era solo un troncone, nient’ altro. Però quel troncone regnava incontrastato. Se si giocava con i soldatini cercavamo sempre di trovare un posto di riguardo per lui, uno sgabello rovesciato dal quale Angelo potesse assistere, in posizione di preminenza. Che fine ha fatto Angelo? Non lo so, si son perse le tracce. È scomparso…”.

Anche l’altro pezzo sulla necessità di imparare a memoria le poesie – per vivere non una sola vita, ma tante – ce lo fa sentire vicino. “Ce” sta per “a noi” che abbiamo amato quello che studiavamo perché non ce lo insegnavano nel modo in cui lo insegnano adesso. Invitava – seriamente – a mandare a mente La vispa Teresa e questo è un dato che me lo renderà indimenticabile perché appunto qualche giorno fa mi sono trovato improvvisamente privo di due versi centrali di quella poesia immortale e non ho avuto pace fino a che non li ho ricostruiti. Temo che – ingravescente aetate, come disse Benedetto XVI – l’evento si ripeterà sempre più spesso nella sua struttura (ossia su altri testi in prosa e poesia) nei prossimi anni e questo sarà un modo per far memoria, contestualmente, anche del grande professore.

L’autore, non si può non ricordarlo, di quel romanzo – Il nome della rosa – da cui fu tratto un film orribile (tanto orribile che Eco non volle che nei titoli di testa fosse scritto “dal romanzo di…” ma “da un’idea di…”), ma che contiene anche – nella furia con cui il giovane monaco scrive parole d’amore per la sua donna – una eco del Cantico di cui si è detto sopra. E poi tanto, tantissimo medioevo vero. Con buona pace di coloro a cui piacerebbe che fosse stato diverso.

Alcuni hanno trovato errori di matematica o di fisica nell’altro suo romanzo, Kant e l’ornitorinco e altri ancora se la sono presa per certi passaggi de Il cimitero di Praga. A me, invece, non è piaciuto l’ultimo romanzo, Numero Zero, sul giornalismo dei nostri giorni. Ma chi se ne importa, detto fra noi. Come del fatto che flirtasse coi girotondini: cose che capitano.

Piuttosto, se uno volesse togliersi la malinconia per la perdita che ci ha colpito oggi assieme a quella della professoressa di Castellamonte e della cinquantenne di Padova – e del povero sommozzatore impegnato nelle ricerche del suo cadavere nel Brenta – vada a trovarsi il suo geniale intervento su Achille Campanile o l’altro, tenerissimo, in occasione dell’apertura del Museo Morandi a Bologna. Poi altri pezzi, per esempio sul teatrino dei burattini fatto in casa, o l’altro su Kathy Berberian – il mezzosoprano moglie di Luciano Berio. O forse non era su Kathy Berberian. Era sulla musica contemporanea in generale. Amava molto la musica, Eco. Forse perché la capiva così bene. Ce ne veicolerà la memoria.

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