Sinisa, il burbero che tutti vogliono

Sinisa che gioca alla Roma e poi nella Lazio; Sinisa che ha il cuore nerazzurro ma che allenerebbe volentieri il Milan; Sinisa che fa il necrologio di Arkan e che in conferenza stampa cita Kennedy; Sinisa che mette le mani addosso a Regini per un fallo inutile, che abbandona i giocatori all’allenamento perché non si impegnano abbastanza, e che poi ride di gusto di fronte ad un campo ai limiti dell’impraticabilità. Sinisa che è nato a Vukovar, in Croazia, ma è un serbo fervente. Quel Sinisa che sta facendo impazzire tutta la Serie A, in campo con la sua Sampdoria e in sede di mercato con i dirigenti, perché l’anno prossimo tutti lo vorrebbero sulla propria panchina. Sì, proprio quel Sinisa lì, Sinisa Mihajlovic. Un tipo aggressivo, sincero, senza peli sulla lingua, eppure mai scomodo. Un duro, un burbero, che però i giocatori amano e seguirebbero anche in capo al mondo. Uno che più di ogni cosa vuole vincere, ma che tanto quanto ama il momento della sconfitta, per il gusto di poter rialzarsi subito dopo. Tutto ciò e molto altro ancora è Sinisa Mihajlovic, un allenatore così poco inquadrabile da riuscire a inquadrarsi in ogni situazione e contesto.

 

 

Ha vinto ovunque. Lo era già da giocatore un tipo parecchio sfaccettato, basti pensare che in carriera ha fatto il difensore centrale, il terzino, il mediano e qualche volta persino il regista. Ha vinto con la Stella Rossa, ha vinto con la Lazio e ha vinto con l’Inter, ha vinto, insomma, più o meno ovunque sia stato. Poi ha cominciato ad allenare, e in nemmeno sette anni di carriera si è già preso due esoneri e mezzo (l’uscita di scena dalla nazionale serba è stata piuttosto consensuale). Eppure, dal momento che ha deciso di mollare tacchetti e parastinchi per indossare giacca e cravatta ed accomodarsi in panchina, l’hanno sempre voluto in tanti, sempre accostato a moltissimi club, anche di fascia elevata, pur senza aver mai vinto nulla. Eccolo, Sinisa l’eclettico, che stupisce in continuazione, Sinisa che non ti riesci mai a spiegare. Stupisce ma, soprattutto, affascina. Perché? Dov’è il carisma di questo serbo dalla faccia ferrea e dal cuore ancora più duro?

 

 

Grintoso, ma senza imporsi. Sinisa ama lavorare, con costanza e senza posa, e induce i suoi ragazzi ad amare il lavoro tanto quanto lui. È un tipo che ha nel sangue più grinta che globuli rossi, così come la sua Sampdoria. È un maniaco della fase difensiva (ha la quarta miglior difesa del campionato), ma gioca sempre all’attacco, in maniera veloce, intelligente, efficace. Gli piace lanciare e valorizzare giovani promesse come Duncan e Romagnoli, e sa sfruttare alla perfezione vecchi leoni dalla pancia piena come Eto’o. È uno che di fronte alla moglie, a un avversario o al panettiere ha sempre la stessa faccia, lo stesso ghigno che terrorizza, inflessibile, che se ne infischia di ciò che la gente vorrebbe che lui sia. Eppure è andato d’accordo con i presidenti più diversi, dal controverso Pulvirenti, all’imprenditoriale Della Valle fino al vulcanico e barocco Ferrero. Forse è proprio per questo che tutti impazziscono per Sinisa: perché non è che sia uno che imponga la propria figura e il proprio metodo, ma è chi lo circonda che si convince non ci potrebbe essere nulla di meglio della sua figura e del suo metodo.

 

 

E il futuro? «Non chiedetevi cosa può fare la Sampdoria per voi, ma cosa voi potete fare per la Sampdoria»: il suo credo è riassumibile tutto in questa frase che disse il primo giorno presso il club genovese, rivolgendosi ai suoi giocatori. La responsabilità anzitutto è sua, loro, di allenatore e giocatori, che per poter ricevere devono prima aver dato. È quanto qualsiasi tifoso e presidente vorrebbe dal proprio mister: non mi interessa cosa hai da offrire, prima mi occupo di meritarmela. L’anno prossimo sarà ancora Sampdoria? Chissà, probabilmente no. Forse sarà Napoli, o magari Milan, o perché no qualcosa all’estero. Qualunque cosa accada, c’è da esser certi che Mihajlovic conquisterà ambiente e persone esattamente come ha fatto in questi anni: seguendo e dando sempre ragione a se stesso, perché solo così riesce a farsi seguire e farsi dar ragione da tutti. È il paradigma di un uomo così poco inquadrabile da riuscire ad inquadrarsi ovunque e con chiunque.