Il “mite” Matteo Rossi si toglie
qualche bel macigno dalle scarpe

L’amarezza c’è ancora, ma si intravede soltanto in pochi flash, in alcune battute buttate qua e là. Matteo Rossi, a due mesi esatti dalla mancata elezione in Consiglio regionale, è tornato alla vita di sempre: la scuola, la famiglia e, soprattutto, la Provincia. Un impegno, quest’ultimo, che ha anche pensato di mollare dopo la batosta del 4 marzo, quando non gli sono bastate 5.199 preferenze per essere eletto in Regione.

Brucia ancora?
«Io ho ottenuto un bel risultato. In città ho preso le stesse preferenze di Maurizio Martina cinque anni fa. Purtroppo non è bastato».

Di chi è la colpa?
«Al novanta per cento del risultato pessimo del partito e di un clima generale che ci ha travolti».

E il restante dieci?
«È un discorso lungo. Se andiamo a vedere i numeri, la Lista Gori ha superato il tre per cento solo a Milano. Grazie a questo risultato ha eletto anche un bergamasco (Niccolò Carretta, ndr). Ciò dimostra che, probabilmente, la strategia delle civiche composte da persone del Pd non è stata utile ad allargare l’elettorato come invece alcuni sostenevano. Quando io e Gabriele Riva abbiamo posto il tema a Maurizio Betelli, coordinatore delle liste, ci è stato risposto che l’importante era vincere. Be’, ecco i risultati. Però non ho sentito nessuna autocritica, sembra vada di moda così. Io continuo a pensare che non è normale che lì ci fosse un sindaco importante del Pd come Enea Bagini e un consigliere comunale giovane iscritto al partito. Da un lato ha portato via voti al Pd, cosa che fa riflettere sul modello di partito che abbiamo in mente, e dall’altro dimostra, senza nulla togliere ai singoli, che gli iscritti al Pd dovrebbero battagliare per il partito».

 

 

Perché è stata fatta questa scelta?
«In quella lista, chiaramente, c’erano persone legate al sindaco. Ma nella mia idea i partiti non funzionano così: ci si mette a disposizione, si portano avanti delle battaglie e poi, se si ha il consenso, si passa. Avere delle vie preferenziali non è nel mio stile. Detto questo, auguro a chi è stato eletto un buon lavoro».

Quindi se non è stato eletto è anche colpa di Gori.
«Ma no. Giorgio va solo ringraziato per la campagna che ha fatto. Probabilmente il Pd lo ha lasciato troppo libero…».

Libero o solo?
«Lui ha avuto il coraggio di candidarsi quando nessuno voleva farlo. Quindi si è sentito in diritto e in dovere di impostare la strategia. Sono state scelte sue, legittime. Un partito, del resto, deve anche saper difendere se stesso: o decide di lasciare al caso chi viene eletto, oppure, in una comunità organizzata, si dovrebbe anche pensare alla selezione della classe dirigente. Questa cosa non c’è minimamente stata. Più che un soggetto politico siamo diventati uno spazio aperto dove chi vuole giocarsela se la gioca. E un’organizzazione di questo tipo rischia di crollare davanti alle sconfitte».

Il Pd ha smesso di fare il partito, insomma.
«Diciamo che ha fatto più da comitato elettorale».

Ma non c’è qualcuno che guida il partito, scusi?
«Questa è stata la linea di Renzi a livello nazionale, seguita senza discussione da Alfieri a livello regionale. Non c’è stato il coraggio di fare il segretario fino in fondo. Poi, sui territori, le cose vanno di conseguenza. Io sottolineo solo che il nostro statuto prevede che gli iscritti, per correre in altre liste civiche, devono avere una deroga della direzione. Io non ho visto direzioni in cui si è discusso di questo».

 

 

In più la città ha candidato Marzia Marchesi. Un competitor forte, che si sapeva non sarebbe stata eletta ma che ha “rubato” preferenze a lei e agli altri candidati. Non è stato un errore?
«Non credo. Penso che con la questione uomo-donna la candidatura di Marzia non sia stata un problema. Lei era rappresentativa di un’area. Mi ha stupito di più vedere avversari storici degli ultimi congressi, penso a Sergio Gandi e a Federico Pedersoli, alleati nel sostenere un consigliere come Jacopo Scandella, che in città non si è mai visto. L’ho trovata un’operazione contro il sottoscritto più che a favore di altri. Mi è sembrata una piccola strategia per interessi congressuali che prima o poi scopriremo. Ma ognuno risponde della sua coerenza».

Tutto questo rafforza l’idea di un’assenza del partito, a Bergamo.
«In questi anni il partito è stato destrutturato per volere del gruppo dirigente nazionale. Ognuno si è trovato quindi a combattere questa battaglia con i propri mezzi. Guardiamo il recente dibattito: si fa di tutto per sabotare Martina, si pubblicano liste di proscrizione. Così una comunità va a sbattere. Ma io credo ancora che la politica sia servizio e che un partito debba essere una comunità».

Forse è rimasto legato a una visione di partito superata.
«Può essere. Ma io continuo a credere nel valore della gavetta. Non è che se non si fa più una cosa significa che fosse sbagliata. Selezionare la classe dirigente è importante. Si può decidere di costruirla in base al merito o si può decidere di lasciarla al caso o alle logiche di fedeltà. Mi pare che il Pd abbia imboccato la seconda strada ed è una via molto pericolosa. Dopodiché, in una competizione senza reti il mio risultato è stato buono e non essere entrato amareggia, è ovvio. Ma resta anche il fatto che in più di 160 Comuni bergamaschi il più votato del centrosinistra sono stato io. Jacopo è stato bravo ad aumentare il distacco nei trenta, quaranta Comuni in cui era in vantaggio».

Non è che l’alleanza in Provincia con Forza Italia l’ha danneggiata?
«Diciamo che è stata usata da chi non mi voleva bene. E anche questa mi è sembrata una caduta di stile».

Da chi?
«Li ho già citati. C’è un…»

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 9 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 10 maggio. In versione digitale, qui.

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