Morte di uno scrittore arrabbiato

Günter Grass è morto. Aveva 87 anni. Perché ce ne occupiamo? Perché era uno scrittore Premio Nobel per la Letteratura nel 1999. Perché ne parlano tutti, essendo uno scrittore noto in tutto il mondo. Però noi – noi di Bergamopost – non siamo né Wikipedia – che già riporta la notizia, avvisandoci che è morto oggi a Lubecca – né (al momento) il NY Times, né la Frankfurther Allgemeine o Die Welt (oppure qui), i maggiori giornali tedeschi. Potremmo pertanto limitarci a scrivere nella colonnina di sinistra: è morto Günter Grass, andate su questo sito o quest’altro e vedete cosa vi serve sapere di lui.

Preferiamo seguire un altro itinerario, prendendo spunto dal nome della città in cui nacque: Danzica, allora città che godeva di un statuto autonomo. Prima di Lech Walesa e Giovanni Paolo II Danzica (Gdansk in Polacco, Danzig in tedesco) voleva dire per tutti: “il Corridoio di Danzica”, che veniva associato all’inizio della II Guerra Mondiale. Hitler aveva invaso la Polonia per poter raggiungere quel porto sul Baltico. Günter Grass vi nacque da padre tedesco protestante e da madre alcuni dicono tedesca altri polacca, comunque di religione cattolica. Già questo fatto qualche problema lo pone. Era il 1927 e nessuno era in grado di immaginare cosa sarebbe successo anni dopo.

Il giovane Günter cresce, attraversa la guerra, e nel 1959, dopo una vita piuttosto varia e intensa, si propone al mondo con un romanzo decisamente angosciante: Il tamburo di latta. Non è come Mattatoio 5 di Kurt Vonnegut – che uscirà dieci anni dopo -, però i suoi incubi riesce comunque a procurarli. È la storia di un bambino non cresciuto che urla quel che ha da dire battendo forsennatamente sul suo tamburo, appunto. Successo mondiale, tutti a magnificare la letteratura tedesca risorta dal lutto.

Passa qualche anno e in Germania si afferma la SPD, il partito socialdemocratico che dopo la “svolta” di Bad Godesberg (la città in cui si era tenuto, nel 1959, il famoso congresso in cui i socialisti abbandonarono il marxismo) partecipa, dal 1966 al 1969 al governo della “grande coalizione” (Große Koalition) con i partiti cristiano-democratico e cristiano-sociale degli odiati bavaresi. Dopo di che assume la guida del governo con l’ex sindaco di Berlino Willy Brandt e successivamente (nel 1974) con Helmut Schmidt. Willy Brandt è una figura in certo senso carismatica (il che non gli eviterà l’accusa di aver assunto, senza accorgersene, un segretario che faceva la spia per l’Unione Sovietica) e Grass si schiera al suo fianco. Sono gli anni chiamati della Ost-Politik, una politica nei confronti dell’Est (ossia dell’URSS) che si immaginava avrebbe portato alla fine della Guerra Fredda.

Günter Grass appoggiava l’iniziativa contribuendo da arrabbiato a condannare il passato del proprio Paese con una trilogia che al romanzo del tamburino associava Gatto e Topo e Anni di cani. È nota come la Trilogia di Danzica. A questo punto l’autore è ormai affermato, scrive di tutto sempre con grande successo e finalmente nel 1999 ottiene il Nobel per la Letteratura. In una nota che ne spiega le ragioni Paolo Petroni scriveva, nei giorni del vino e delle rose: «Ha segnato la fine della ”letteratura delle macerie”, ripiegata dolorosamente su se stessa, esprimendo una sorta di rivolta nichilista, senza riguardi e rispetto di scale di valori, specchio di un mondo deforme. E lo ha fatto dando forma a un’urgenza magmatica che è stata la forza del suo stile e linguaggio. Oggi quell’urgenza non è più tale e il Nobel arriva a Grass mentre si trasforma in un narratore intellettuale che sente di dover sfuggire la vecchia maniera». Chiamalo sopravvissuto, si sarebbe detto parafrasando Henry Roth.

Ma non era finita. Nell’agosto del 2006, in occasione della pubblicazione di Sbucciando la cipolla, un libro di memorie, Grass, ormai alla vigilia degli ottant’anni, ammise in un’intervista alla Frankfurther Allgemeine di essersi arruolato volontario (volontario) nella 10. SS-Panzer-Division “Frundsberg” delle Waffen-SS. Cercò di spiegare che era finito nei carri armati perché in realtà voleva fare il sommergibilista (nei tristemente noti U-Boot; si vede che amava i luoghi claustrofobici) e infine raccontò che il motivo per cui entrò nelle SS «fu comune per quelli della mia generazione: un modo per girare l’angolo e voltare le spalle ai genitori».

E qui ci siamo, finalmente. Perché chi voleva capirlo lo aveva capito da tempo di che si trattava, che cosa c’era dentro (dietro e sopra e sotto) quella rabbia trasformata in smagliante letteratura: c’era la contraddizione satanica del nazismo scelto come luogo mitico-pratico di liberazione da figli in rivolta contro padri e madri e decisi a rimuovere, a coprire di sangue e di terra, l’origine del loro sentimento di ribellione travestendolo da amore per i destini del proprio Paese. Voi avete mai visto, su Youtube o da qualche altra parte, SS o affini che abbiano un’espressione appena appena umana? No, son tutti arrabbiati, gli occhi come bottoni da spaventapasseri. Li odiano, i loro genitori.

Con tutto ciò volevamo solo dire – perché al resto hanno pensato gli altri – che è molto probabile che il nostro amico di Danzica non sopravviva a questa generazione, nonostante siano stati tanti a volerlo imitare, senza per altro mai riuscirci. Ma chi negli anni e nei secoli a venire volesse capire in cosa è consistito il grumo nero e irrisolto che ha sotteso gli anni del nazismo, della catastrofe e della rinascita tedesca non troverà un altro che come lui ne abbia dato, senza mai nominarla se non troppo tardi, la testimonianza paranoica e irrisolta – perfettamente controllata dalla e nella scrittura – che si riassume nel battere assoluto e totale di un adulto mancato sul suo tamburo di latta.