Mrs Nepios, fortissimamente Tullia

Di origini emiliane – è nata a Reggio – a cinque anni e mezzo si è trasferita con la famiglia a Bergamo, rimanendo però sempre legata a Correggio e alle sue campagne. Si riconosce ancora come una donna emiliana, aperta, dinamica e di compagnia. Questo carattere l’ha aiutata molto nel suo lavoro di impiegata nell’amministrazione comunale della nostra città. Ha cominciato negli uffici di giunta e di Consiglio e negli anni a seguire ha lavorato nelle segreterie di diversi assessori appartenenti a tutte le parti politiche. Ha chiuso la sua carriera professionale, come collaboratrice esterna, nelle vesti di capo staff del sindaco Franco Tentorio. Nel 2001 ha fondato l’associazione Nepios, a tutela dell’infanzia e della famiglia, che opera in collaborazione con l’ospedale e le istituzioni cittadine. Nepios ha raccolto e distribuito finora più di un milione e 400mila euro, donati anche a progetti internazionali. Per sostenere i progetti organizza mostre di pittura, concerti e un Gran Galà che sono diventati appuntamenti attesi della città. Il suo impegno a favore dei bambini e dei loro genitori continua senza sosta.

 

Signora Tullia, com’è nata la Nepios?
«Un fotografo aveva proposto al Comune di fare una mostra sull’India. In quel periodo mio figlio stava per sposarsi e improvvisamente la mia vita, che avevo sempre riempito dedicandomi a lui, si stava svuotando. Mi sono dedicata a organizzarla».

Dopodiché?
«Un giorno entrano in ufficio Severino e Rosa Citaristi: “Sappiamo che lei ha realizzato quella mostra e noi vorremmo costruire un villaggio intitolato a Silvia e Michele Citaristi – la figlia e il nipote morti in una disgrazia aerea in Colombia -, se lei ci aiuta noi contribuiremo, perché è il nostro modo di essere riconoscenti all’India che ci ospita un’altra figlia”».

Avete costruito un villaggio in India?
«Ad Azimganj, in collaborazione con i Salesiani di Calcutta, 45 case. Non le abbiamo regalate perché Nepios non ha mai regalato niente: ogni famiglia, man mano che entrava, doveva restituire col tempo i soldi in modo da poter costruire altre abitazioni».

Poi si è impegnata in Uganda.
«Per dieci anni abbiamo sostenuto alcuni progetti del St. Mary Hospital, specializzando quattro laureati, informando le donne sulla prevenzione dell’Aids, acquistando un ecografo e formando in Italia un tecnico per il suo utilizzo intensivo. Ancora adesso inviamo i pezzi per la manutenzione».

Lei faceva tutto questo mentre lavorava?
«Sì, ma per me il lavoro è un conto, l’amore e le passioni sono un’altra cosa. Il lavoro non è mio, lo faccio per qualcun altro, l’associazione invece è una creatura mia: scelgo i progetti e cerco di portarli avanti il meglio possibile».

È partita da sola?
«A quell’epoca lavoravo nell’amministrazione Veneziani e l’assessore alle politiche sociali era Maurizio Bonassi, che è sempre stato una preziosa spalla per me. Lui è diventato uno dei soci fondatori, poi si sono aggiunti altri».

Chi comanda nella Nepios?
«Comando io. E sa perché? Perché ci lavoro a tempo pieno ed è ormai una piccola azienda. Gli altri soci – siamo dieci in tutto – hanno poco tempo, ma riusciamo a tenerci in contatto. Io ho il vantaggio di conoscere tutte le realtà di Bergamo, vado avanti e poi riferisco».

Che cosa significa Nepios?
«In greco antico vuol dire bambino piccolo bisognoso di attenzione».

L’associazione a Bergamo si occupa di loro.
«Sì, dei bambini, ma coinvolgendo le famiglie. Questa è stata la nostra prima novità. La seconda è che non ero io a scegliere che cosa fare o a chi dare un contributo: tutti i passi sono sempre stati concordati con la direzione ospedaliera e con l’Asl, andando incontro al loro bisogno, non a quello che piaceva a me. Penso che l’istituzione sia sempre la miglior garanzia».

Cosa le hanno chiesto dall’ospedale?
«Di dedicarci alla neuropsichiatria infantile, che era la Cenerentola della sanità. Mi sono buttata. La cosa più bella che abbiamo realizzato è il Centro per il bambino e la famiglia di Longuelo che tratta problemi di violenza, abuso e maltrattamento con un approccio nuovo. Bonassi mi suggerì di coinvolgere ospedale, Asl, Curia e Provincia. Ho fatto il giro ed è nata questa realtà. Oggi ne fanno parte solo ospedale, Nepios e Comune, che è proprietario dell’immobile».

Quanti soldi ha raccolto finora?
«Un milione e mezzo».

Come? «Ogni anno in agosto organizziamo una mostra-mercato di quadri. I pittori ce li regalano e noi li mettiamo in vendita al luogo Pio Colleoni in Città Alta. Così i nostri sostenitori, anziché dare i mille o duemila euro a fondo perduto, si portano via una bella opera di Longaretti, Donizetti o di Bonfanti. Contenti loro, contenti gli artisti e contenta io».

 

 

E oltre alla mostra?
«Ogni due-tre anni organizziamo il Gran Galà al Donizetti. L’anno scorso lo abbiamo rinviato a marzo 2017 perché Roby Facchinetti era impegnato in esclusiva con i Pooh».

Che c’entra Roby Facchinetti?
«È nostro socio e amico. Me l’aveva presentato l’assessore Marabini: “Vorrei che ti aiutasse per il tuo Gran Galà”. Io ero rimasta sulle mie: “Se vuole…”. A quel punto Roby è intervenuto: “Mi sembra un po’ fredda la signora e allora per sciogliere questa donna di ghiaccio le devo dare un bacio”. Sono rimasta sorpresa dalla sua cordialità. Si è preso del tempo per decidere, poi un giorno mi chiama: “Mi hanno contattato tante associazioni in città, ma ho incontrato solo primedonne. Tu invece hai dimostrato di amare quello che fai, per cui scelgo la tua associazione”. Da allora siamo diventati amici, anche con le famiglie. È una persona attenta».

Al Gran Galà partecipano sempre nomi importanti dello spettacolo, da Pippo Baudo ad Albano. Come fate a portarli gratuitamente a Bergamo?
«Forse sono fortunata, o forse credono che sia una persona che fa le cose per bene. Però questo è un lavoro che porta avanti soprattutto Roby. Pensi che Baudo non ha mai voluto neppure il rimborso delle spese di viaggio e di albergo».

Infine c’è il Gospel di Natale: è andato bene anche quest ’anno.
«Il Gospel e il Gran Galà vanno da sé».

È stato faticoso raccogliere contributi, organizzare eventi e impegnarsi nel tempo libero dal lavoro?
«Molto. E nessuno mi ha facilitato il percorso. Certo, se fossi stata la figlia di… o la moglie di… sarebbe stato più facile raccogliere contributi. Ma siccome non lo sono, le strade me le devo creare. D’altra parte c’è chi dice: io ti stimo proprio per questo. Non sono carina e ho poco tempo anche per andare a comprare i vestiti. Ho sempre faticato tanto nel fare le cose. Questo lo devo proprio dire».

Con quanti sindaci e assessori ha lavorato?
«Con Pezzotta, Zaccarelli, il vicesindaco Passerini Tosi – un uomo di cultura e di grande spessore -, Bombardieri, Saffioti, Zaira Cagnoni, Guerini. Mi sono trovata bene anche con Sanga quando per sei mesi ha fatto il vicesindaco. Mi chiamava alle 8 e diceva che entro le 9 avrei dovuto fare una ricerca, trovare quell’articolo, rispondere a quella persona. Non ho più portato i tacchi e ho cominciato a mettere le scarpe piatte perché dovevo correre».

 

Tullia Vecchi 07

 

Infine ci sono stati gli anni con Tentorio, prima da vicesindaco e poi da sindaco.
«Con lui ho collaborato da esterna perché ormai ero in pensione. Grandi soddisfazioni ma grande fatica».

La stagione migliore?
«Sicuramente quest’ultima. Le conoscenze e l’esperienza acquisite mi mettevano in grado di dialogare con tutti. Ero il capo segreteria: non avrei mai permesso che il sindaco o altri dicessero cose inesatte per una mia negligenza o inefficienza».

Che idea si è fatta di Bergamo?
«Che ci sono tante belle realtà, ma ognuna va per i fatti suoi: non c’è mai stata coesione sui grandi argomenti. La tendenza è non parlarne per non scardinare lo status quo e quindi si tamponano sempre le situazioni. Ma l’idea che quando uno arriva deve buttare all’aria quanto è stato fatto prima è sbagliata. Un sindaco non può ogni volta ripartire da zero».

Che cosa pensa di Gori?
«Penso che sia una persona intelligente e ambiziosa. Ha dimostrato di essere capace e di prendersi tutte le sue responsabilità».

Suo marito cosa dice di questo perenne attivismo?
«Condivide tutto quello che fa la Nepios e mi è di supporto. Le sue considerazioni di uomo equilibrato e pacato mi sono di grande aiuto. Mi mette in ordine le cose».

Lei ha avuto anche un figlio.
«Sì, ma non riesco a parlare di questa cosa, mio figlio è morto nel 2012 a 37 anni».

Le ha lasciato una nipotina sulla quale lei riversa tutto il suo affetto.
«Cerco di viziarla più che posso. Mia nuora lo sa e mi sorveglia. Sono una sorvegliata a vista. Ma del resto i nonni devono viziare i nipoti, sono i genitori che li devono educare. Lei però è una bambina assennata e devo dire che mia nuora è molto brava».

 

 

Qualcuno in questi anni le ha detto grazie per il lavoro che ha fatto con la Nepios?
«I direttori dell’ospedale, dell’Asl e i medici sono sempre stati molto riconoscenti».

Scusi, ma chi glielo fa fare di correre così tanto quando potrebbe godersi la vita?
«Nepios è una mia creatura per cui vado avanti. Io e mio marito siamo in pensione e la nostra vita è anche piena di amici per i quali preparo lo gnocco fritto».

È famoso il suo gnocco fritto.
«Una volta l’anno lo preparavo alla Tordela, la tenuta del conte Grumelli Pedrocca. Da quando è morto mio figlio non l’ho più fatto. Riprenderò quest ’anno e la inviterò».

Qualcosa di più leggero, magari…
«Ma il mio gnocco fritto è leggerissimo!».

Lei è una brava cuoca?
«Sono la classica “sdora” emiliana, la donna di casa che si mette il grembiule, apre il frigorifero, prende quello che c’è e comincia a preparare. Mi piace cucinare e sono sempre a dieta tra un pasto e l’altro: non sarò mai una donna magra. Amo mangiare con gli amici perché mi rilassa».

Come vive questa stagione?
«Guardo tutto con occhi diversi e forse con una coscienza maggiore e più riflessiva. Occuparmi e dedicare tanto tempo alla ricerca di un benessere per i bimbi e per le loro famiglie mi aiuta convivere con il vuoto tremendo che ho dentro di me per la perdita di mio figlio. Desidero, insieme a mio marito, trovare il tempo per godere della compagnia della nostra nipotina che sa regalarci sempre un po’ del suo papà, vederla crescere e amarla».

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