Oggi è la festa di San Giuseppe
Uno che non disse mai una parola

Giuseppe, lo sposo di Maria, non c’è nemmeno in tutti i Vangeli. Marco e Giovanni lo saltano a piè pari. Gli altri due lo ricordano appena. Dapprima non vorrebbe sposare Maria, poi gli vien suggerito di farlo. Nato il piccolo a Betlemme vorrebbe tornare a casa, e gli vien detto che sarebbe meglio che lo portasse in Egitto. Quando è in Egitto gli vien dato finalmente il permesso di tornare a casa e lui torna. Qualche anno dopo perde il figlio a Gerusalemme e deve rifare il percorso a ritroso con la madre per riprenderlo, ma non viene neanche fatto il suo nome. Ed è l’ultima volta che compare senza aver detto, nel frattempo, neanche una parola.

Oltre ad andare e tornare da un paese all’altro Giuseppe sogna. Quello che è bene che pensi, lui lo sogna. Il suo sonno è abitato da angeli che gli parlano. Oggi si direbbe che ha l’inconscio affiorante. Quello che pensa di fare da sveglio serve solo per mostrarci come sia obbediente a chi, mentre dorme, lo invita a far altro. Pensava – a quel che vien detto – di diventare un bravo artigiano, è stato chiamato a partecipare a una vicenda molto complicata e rischiosa che ha permesso al suo nome di arrivare fino a noi. Se ha potuto sognare cosa doveva fare significa che era in pace con l’altro se stesso che la vita lo aveva fatto diventare. Con la sua funzione di uomo dello schermo, per usare una metafora familiare ai poeti del Duecento.

Non appena il bambino è cresciuto abbastanza, che ha ricevuto il bar mitzvah a Gerusalemme, può scomparire: non ne ha più la responsabilità, come dice la preghiera dell’occasione. Dunque un padre non è, perché il Padre è l’Altro. E allora cos’è? È il segno della compagnia che gli uomini possono fare agli eletti: a Maria, a Gesù, a chi porta avanti la storia. Per questo è piuttosto quotato come autore di miracoli semplici, quotidiani, discreti. Per esempio: fammi venire un’idea per un regalo a mia moglie; dimmi dove posso trovare una camicetta che le piaccia davvero e che poi se la metta; suggeriscimi un libro da leggere per i nipoti, un viaggio per portarli a vedere cose grandi. Occasioni del genere, che uno ci pensa per giorni e poi, magari, una notte ha l’illuminazione. È san Giuseppe che si è dato da fare perché, se non si ha fiducia che lui sia lì pronto a entrare in azione, non si va a letto tranquilli e i sogni non vengono.

Un tempo il suo nome era anche usato al femminile: Giusy, Pina, Pinuccia, Giuseppa, come una che è morta l’anno scorso a Mombaroccio (PU) e c’erano tutti i muri tappezzati di questa Giuseppa. Forse le madri e i padri che impietosamente caricavano sulle spalle delle neonate questa soma eccessiva sognavano che sarebbero cresciute silenziose, attente ai bisogni altrui ma anche pronte a farsi da parte quando la situazione lo richiedesse, disposte a convincersi che la soluzione apparsa improvvisa al mattino dopo poteva essere migliore di quella pensata il giorno prima. Generazioni e generazioni di genitori sono passate senza che questo loro desiderio si compisse, se non in casi eccezionali. Tant’è vero che poi – disperati – hanno virato su altri nomi biblici o hollywoodiani che hanno potuto soltanto peggiorare la situazione, come ovvio.

 

 

Noi penso che faremmo meglio a continuare quella tradizione, anche perché Giuseppe è il santo della buona morte, cioè colui che ci ha promesso un aiuto, nella forma di una presenza amica, nell’ora in cui saremo chiamati a raggiungerlo. Basta solo ricordarsi ogni giorno di ricordarglielo (detto così si imprime meglio nella memoria), di fargli tornare in mente la nostra fragilità. E soprattutto, di dirgli che non aspettiamo altro che andarlo a trovare, così, finalmente, capiremo cosa pensi oggi e cosa abbia pensato allora di quella vicenda che lo prese a Nazareth. In paradiso almeno parlerà, ne siamo convinti.