«Parlavo in bergamasco per Fellini
Gli tornavano in mente gli alpini»

Nemmeno a distanza di trent’anni, «nessuno può mettere Baby in un angolo». Perché una colonna sonora intramontabile e dei balli «proibiti» indimenticabili, insieme al carisma e al fascino dei giovanissimi Patrick Swayze e Jennifer Grey, hanno reso storico il film Dirty dancing del 1987 diretto da Emile Ardolino. Proprio per celebrare i 30 anni della pellicola, mercoledì 14 andrà in scena al Creberg il musical Dirty dancing the classic story on stage, la storia del cult che torna sulle scene in versione musical. Una storia di passione ideale per la serata di San Valentino, e infatti di biglietti non ce ne sono più. Sul palco Sara Santostasi nei panni di Baby, Giuseppe Verzicco sarà il ballerino e insegnante di danza Johnny e Simone Pieroni il Dr. Houseman per la regia di Federico Bellone.

C’è anche un bergamasco. Nel musical c’è anche un bergamasco, Renato Cortesi, 78 anni, nei panni di Mr. Schumacher, il vecchietto ruba-portafogli (personaggio che nel film non c’è). È di Bergamo, via Masone, cresciuto alla scuola di recitazione del Teatro delle Grazie, formatosi alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano negli anni ’60 e poi trasferitosi a Roma. Un grande doppiatore: Visconti, Petri, Montaldo, Vancini si avvalgono di lui in molti film. Dal 1969 a 1989 diventa la voce prediletta di Federico Fellini da I clowns a La voce della Luna: doppia e inventa centinaia di personaggi in diversi dialetti e accenti stranieri. È la voce di William Hurt in Brivido caldo e Stati di allucinazione. Può essere considerato la voce italiana di Gerard Depardieu, avendolo doppiato in ben 13 film (tra cui L’ultimo metrò e Tutte le mattine del mondo). Non mancano prestazioni divertenti: Pippo, a Tigro, il bassotto La Fayette degli Aristogatti. In teatro è stato al fianco di Romolo Valli, Giorgio Albertazzi, Nando Gazzolo, Gianrico Tedeschi. È protagonista o comprimario in una trentina di film nonché in fiction di successo come Vivere, Vento di Ponente, Il bello delle donne, Don Matteo.  «Sono felice di partecipare a Dirty Dancing – racconta -, esperienza che mi elettrizza e mi dona una ventata di gioventù».

Una carriera lunghissima, la sua. E ora il musical.

«Ho già fatto Promesse promesse con Gianluca Guidi nel 2001, e venni anche al Donizetti. Poi A qualcuno piace caldo, in cui facevo il miliardario rincoglionito, parte he mi veniva benissimo (ride, ndr). Infine Dirty Dancing. Ma già nel ‘75 feci della rivista con Elio Pandolfi, Antonella Steni e Alighiero Noschese, in uno spettacolo che si chiamava I compromessi sposi.

Ci parli dell’esperienza con Fellini.

«Lui non aveva un copione. Se voleva girare la scena di una lite, agli attori faceva dire dei numeri e basta. Poi aggiungeva i dialoghi nel doppiaggio, usando 4 o 5 voci a cui faceva fare tutti i personaggi: oltre a me c’erano Baccarini ed Elio Pandolfi. È stata un’esperienza molto formativa per la mia carriera di attore».

La tournée di Dirty Dancing sta andando benissimo.

«Siamo in giro da 4 anni e facciamo sold out in ogni città d’Italia. Una grande soddisfazione. Il pubblico è vario e talvolta ci sorprende. Città dove pensavamo di avere un’accoglienza tiepida ci travolgono con il loro entusiasmo, talvolta. Capita anche l’opposto: in città vivaci ci troviamo quello che noi abbiamo ribattezzato “pubblico del 2 novembre”».

C’è un ambito in cui si trova più a sua agio?

«Beh, non sono più un ragazzino (ride, ndr) e mi muovo bene un po’ ovunque. In Dirty Dancing canto Besame mucho e ottengo sempre un successo personale abbastanza forte: il 7 gennaio all’Arcimboldi di Milano, di fronte a 2.600 persone, ho avuto la fortuna, per la prima volta nella mia carriera, di uscire a ringraziare il pubblico e avere in risposta un boato come quando un bomber fa gol».

Torna spesso a Bergamo?

«Ho fratelli e sorelle in città, ma riesco a tornare solo una volta l’anno, giusto per una cena con i parenti e nulla più. In via Masone ricordo addirittura una casa con una stalla: oggi le cose sono decisamente cambiate. La periferia arrivava alla Malpensata».

Un aneddoto dalla sua carriera?

«Fellini mi chiamava sempre e mi diceva: “Renato, Renatino, vieni qua, parlami un po’ in bergamasco”. “Ma maestro, è un dialetto così ostico”. “Ma fammi il favore, dai”. “Se fet che, ‘n’va a bif ergota?”. E lui: “Che meraviglia! Mi ricorda, durante la guerra, i treni di notte con gli alpini che parlavano come parli tu adesso”. Una dimensione onirica, gli sembrava di sognare».

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