Cos’è il Patto di stabilità
come funziona e che cosa cambia

Il premier Matteo Renzi, ospite il 13 ottobre dell’Assemblea annuale di Confindustria Bergamo, ha dichiarato: «Il patto di stabilità? Lo trovo stupido, ma lo rispetto». Per capire cosa effettivamente sia il patto di stabilità che blocca la possibilità d’investimento degli enti locali (Regioni, Provincie e Comuni), bisogna però partire da un dato di fatto: il Primo Ministro non può scegliere di rispettarlo o meno, è costretto a rispettarlo. Il motivo è che il patto di stabilità è un accordo stipulato e sottoscritto nel 1997 da tutti i Paesi membri dell’Unione Europea, relativo al controllo delle rispettive politiche di bilancio pubblico. Tradotto, significa che se gli Stati membri vogliono continuare a far parte della Ue, sono costretti a rispettare due vincoli precisi: un deficit pubblico non superiore al 3% del Pil e un debito pubblico inferiore al 60% del Pil, o comunque tendente al rientro in relazione al Pil (che può significare debito invariato, ma aumento del Pil). I Paesi che sforano rischiano una sanzione che può ammontare fino allo 0,5% del Pil nazionale.

Per rispettare queste prescrizioni, a cui anche l’Italia, nel 1997, ha deciso di sottostare, ogni Stato membro poteva prevedere le misure più consone. Nel nostro Paese si è scelto di applicare una regola, poi più volte variata, che tenesse sotto controllo anche i bilanci della pubblica amministrazione e degli enti locali.

Come funziona. Nello specifico, oggi, il funzionamento del patto di stabilità interno può essere semplificato in questo modo: nel bilancio annuale dell’ente, le entrate e le uscite devono essere perfettamente pari. Tanto entra, tanto esce. Se diminuiscono le uscite, devono diminuire anche le entrate. Succede quindi che, per ipotesi, un Comune preveda entrate (tra tasse comunali, vendita d’immobili e altre possibili voci) dal valore 100 e, conseguentemente, preveda uscite per i servizi ai cittadini dal costo di 100. Qui s’innesta però un problema: per legge, la pubblica amministrazione non può pagare i lavori in anticipo, per questioni di trasparenza, ed è dunque costretta a pagare le imprese mano a mano che i lavori avanzano. Capita così che i lavori, dal costo 100, invece che finire nello stesso anno di bilancio relativo alle entrate 100, finiscano l’anno successivo. In questo caso però, i soldi risparmiati nell’anno in corso e ancora nelle casse comunali, proprio per il patto di stabilità, non potranno essere aggiunti alle entrate dell’anno successivo, ma devono essere obbligatoriamente accantonati e resi intoccabili perché andranno conteggiati come disponibilità della pubblica amministrazione, e questo contribuisce ad abbassare il deficit pubblico.

L’anno successivo, il Comune avrà altre spese previste e le entrate dovranno essere pari a quelle. Peccato ci siano i lavori non ancora conclusi dall’anno prima che devono essere pagati. Si entra così in un circolo vizioso che porta, logicamente, ai ritardi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni, le quali, teoricamente, avrebbero anche la disponibilità economica ma se la vedono “congelata” dal patto di stabilità necessario all’Italia per rispettare i vincoli che si è assunta in Europa 17 anni fa. Da qui si capisce la rabbia degli imprenditori che hanno fornito servizi e lavori agli enti locali, che si vedono i pagamenti bloccati per mesi, se non anni, ma anche dagli stessi enti, che si vedranno costretti a compiere una scelta: non pagare le imprese o non offrire ai cittadini dei servizi, talvolta imprescindibili e assolutamente necessari (come la raccolta dei rifiuti o la sistemazione del manto stradale).

 

Cosa può cambiare. Renzi, essendo stato a lungo sindaco, sa bene quanto sia iniquo e ingiusto il patto di stabilità, ma dal suo attuale ruolo di premier non può fare altro che rispettare gli accordi presi in ambito Comunitario. Nonostante ciò, oltre che ad aver definito «stupido» il patto di stabilità, sempre davanti alla platea degli imprenditori bergamaschi, ha anche affermato che «mercoledì 15 ottobre, nel Consiglio dei Ministri, verrà liberato dal patto circa un miliardo di euro per i Comuni». Una speranza per tutti gli enti locali più vicini alla popolazione, ma può accadere realmente? Teoricamente sì: come abbiamo detto, sono i singoli Stati a decidere come raggiungere gli obbiettivi imposti (ma anche sottoscritti) dalla Ue. L’Italia, sino ad oggi, ha deciso di seguire la strada del “congelamento” delle disponibilità finanziarie degli enti locali che abbiamo poc’anzi esposto e, come ha deciso di fare questo, può anche decidere di cambiare metodo. Certo è che, vista la situazione economica italiana, i margini di movimento sono assai limitati. La principale opzione è quella di permettere a Regioni, Provincie e Comuni di variare (al ribasso) la propria capacità di spesa, liberando così capitali di immediata necessità. Questo è già accaduto in diverse parti d’Italia. La seconda possibilità è che il Governo permetta un “allargamento” dell’attuale patto di stabilità interno recuperando risorse da altre uscite dello Stato, magari dalla tanto acclamata spending review. Possibile, ma complicato. Staremo a vedere.