Bergamo ricorda Guido Galli
il giudice ucciso da Prima Linea

«Era l’esempio alto della parte più elevata della nostra cultura bergamasca e dei suoi valori: esserci senza farsi vedere, lavorando per il bene comune», così don Carlo Mazza, già parroco di Piazzolo in val Brembana e oggi vescovo di Fidenza, ricorda Guido Galli nel libro di Renzo Agasso Aula 309. Storia del giudice Guido Galli ucciso da Prima Linea. A 35 anni da quel pomeriggio milanese del 19 marzo 1980, gli assessorati alla Cultura e all’Istruzione del Comune di Bergamo, assieme all’Istituto Superiore Guido Galli, ne celebrano la memoria con una mattinata di testimonianze che si terrà giovedì 19 alle ore 10 presso il Teatro della Casa del Giovane (via Gavazzeni 13, Bergamo).

Chi era Guido Galli. In una lettera che Galli indirizzò a suo padre nel 1957 si può leggere: «Perché vedi, papà, io non ho mai pensato ai grandi clienti o alle “belle sentenze” … io ho pensato a un mestiere che potesse darmi la soddisfazione di fare qualcosa per gli altri». Era nato nel 1932 a Bergamo e, nonostante il lavoro lo avesse portato prima a Modena e successivamente a Milano, rimaneva legato ai monti della sua val Brembana, dove tornava appena poteva, portando tutta la famiglia sulla Volkswagen rossa familiare. Nel 1959 aveva sposato Bianca Berizzi che gli avrebbe dato quattro figli (Alessandra, Carla, Giuseppe e Paolo), ai quali si aggiunse Riccardo, rimasto orfano dei genitori parenti della moglie.

Famiglia, dedizione al lavoro e una grande fede, erano questi i valori di Guido Galli, talmente legati tra di loro, tanto da inviare sempre una cartolina “ai bambini Galli” tutte le volte che si trovava fuori casa per delle inchieste. Prima Alessandra (1986) e in seguito Carla (1989) seguirono le orme del padre diventando magistrati. Per quello che riguarda il lavoro, Armando Spataro, amico di Galli e all’epoca pubblico ministero preso la Procura di Milano e coordinatore di tutte le attività legate al terrorismo di sinistra, ricorda come «Galli rispettava le persone, in virtù della grande umanità che non lo abbandonava mai. Qualsiasi cosa succedesse. Non gli piaceva modificare o radicalizzare un atteggiamento a seconda di chi aveva davanti».

Galli divenne docente di criminologia presso l’Università di Modena e presso la “Statale” di Milano, e segretario della sezione milanese dell’ANM (Associazione Nazionale Magistrati), amante del diritto penale, della procedura penale e della criminologia (approfondita con un periodo di studi in Germania); una delle sue principali pubblicazioni fu il vademecum La politica criminale in Italia negli anni 1974-1977, scritto nato internamente all’università dove vennero analizzate nel dettaglio le nuove normative.

 

alessandra galli

[Alessandra Galli]

 

L’indagine contro la lotta armata. Paradossalmente l’omaggio più esplicito a Guido Galli fu fatto proprio dai suoi sicari: verso le 17 del pomeriggio di mercoledì 19 marzo 1980 alla redazione dell’Ansa giunse una telefonata anonima che diceva come Prima Linea avesse «giustiziato» il giudice Galli, «impegnato in prima persona nella battaglia per ricostruire l’Ufficio Istruzione di Milano come centro di lavoro giudiziario efficiente, adeguato alle necessità di ristrutturazione». Condannato a morte perché sapeva fare bene e con coscienza pulita il suo lavoro.

Il 13 settembre 1978 la polizia di Milano fece irruzione in un appartamento di via Negroli, dove viveva il latitante Corrado Alunni, fondatore delle Formazioni Comuniste Combattenti (FCC), traendolo in arresto e sequestrando armi e una cospicua documentazione che verrà recapitata ai pubblici ministeri De Liguori e Spataro e al giudice istruttore Guido Galli. Il magistrato bergamasco si mise così alla guida di una delle prime maxi-inchieste sulle formazioni eversive combattenti, tra le quali FCC e Prima Linea, organizzazione armata di estrema sinistra fondata nel 1976 che in pochi anni di attività fece registrare il secondo numero di morti più alti tra i gruppi della lotta armata (seconda solo alla Brigate Rosse). L’inizio dell’indagine portò Galli nel mirino del terrorismo ma, nonostante tutti i rischi annessi, il giudice si rifiutò di girare con la scorta perché preoccupato della sorte degli uomini chiamati proteggerlo.

 

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Il 29 gennaio 1979 il gruppo di fuoco “Romano Tognini Valerio”, facente parte di Prima Linea, uccise il sostituto procuratore Emilio Alessandrini che collaborava con Galli nel lavoro antiterroristico nell’area milanese. Il 19 marzo 1980, mentre si stava recando nell’aula 309 per tenere la consueta lezione di diritto penale, Guido Galli fu raggiunto da tre colpi di pistola (uno alla schiena e due alla testa) fatti partire da tre killer di Prima Linea: Sergio Segio, leader della fazione, Maurice Bignami e Michele Viscardi. Armando Spataro racconta che Galli venne trovato riverso a terra con il Codice Penale tra le mani. La figlia Alessandra, all’epoca studentessa al primo anno di Giurisprudenza, fu una delle prime a vedere il padre morente. Assieme alla madre e alla sorella scrissero una lettera appesa sul muro del Palazzo di Giustizia di Milano:

A quelli che hanno ucciso mio marito e nostro padre. Abbiamo letto il vostro volantino: non l’abbiamo capito. Sentiamo ugualmente il dovere di scrivere queste righe, anche perché altri possano leggerle. Capiamo solo che il 19 marzo avete fatto di Guido un eroe e lui non avrebbe mai voluto esserlo, in alcun modo: voleva solo continuare a lavorare nell’anonimato, umilmente e onestamente come sempre ha fatto. Avete semplicemente annientato il suo corpo, ma non riuscirete mai a distruggere quello che ha oramai dato per il lavoro, la famiglia, la società. La luce del suo spirito brillerà sempre annientando le tenebre nelle quali vi dibattete.

Guido Galli riposa nel piccolo cimitero di Piazzolo, in Alta Valle Brembana. A distanza di 35 anni a lui sono state dedicate vie di importanti città, scuole, aule universitarie e di tribunale, e il suo operato è stato ritenuto da molti un punto di riferimento per la magistratura italiana: un martire, come dice di lui monsignor Mazza, uno dal cui esempio «bisognerebbe capire la verità delle cose».

 

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