Lavelli, i 90 anni del più grande
maratoneta bergamasco di sempre

All’anagrafe si chiama Giuseppe Fermo Lavelli, ma tutti lo hanno sempre chiamato Rino. Una volta succedeva spesso: si dava al bambino il nome di nonni e antenati, ma spesso non piacevano, così poi lo si chiamava in altro modo. Rino Lavelli, nato il 12 novembre 1928, dopo le scuole elementari ha fatto il contadino nella sua Ramera, e ha cominciato a correre per caso, invitato da un amico: una campestre in Maresana (che ha vinto). Era dotato di grandi mezzi, a riposo il suo battito cardiaco segnava 38 battiti al minuto. Ha vinto una marea di corse in montagna, alle quali partecipava soprattutto per guadagnare quello che gli serviva per la famiglia. Questa attività ha penalizzato gli impegni ufficiali di atletica. Ciononostante ha partecipato alle Olimpiadi di Melbourne per la maratona, ha vinto i campionati italiani dei 5000 e 10 mila metri (1953 e 1955), ha vinto per tre volte i campionati italiani di maratona (1956, 1957 e 1960) e il campionato italiano della 20 km di corsa. Nel suo albo d’oro anche la Cinque Mulini (1956) e la Monza-Resegone (vinta per ben dieci volte). Nel 2009 ha vinto i mondiali di corsa in montagna nella categoria Master oltre gli 80 anni.

 

Rino Lavelli è vestito in tuta, blu e verde, come la campagna che c’è qui, attorno alla Ramera di Ponteranica. Ha la voce alta, sonante, la risata pronta. Viene al cancello, apre, dice: «Benvenuti, io abito al terzo piano». Ci fa strada e sale tre piani di scale. Di corsa. Rino Lavelli ha appena compiuto novant’anni. E la prima domanda è la più ovvia.

 

 

Come fa?
«Che cosa vuole dire?».

Come fa a salire tre piani di scale di corsa?
«Sono fortunato, che cosa vuole. E poi mi alleno tutti i giorni. Appena mi alzo, faccio ginnastica. Poi cammino e corro. Parto da casa, vado ai Prati Parini e dai Prati Parini arrivo al Canto Basso, Lonno e poi torno indietro, non proprio tutti i giorni, ma spesso».

Lei è stato uno dei più grandi corridori dell’atletica leggera italiana.
«Insomma. Ero un buon fondista. Facevo bene sui cinquemila, diecimila e maratona. E poi le corse in montagna».

Ma ha fatto anche le Olimpiadi.
«Sì, a Melboune, nel 1956. Eravamo andati giù in aereo, un viaggio di tre giorni. C’era anche il Guglielmo Pesenti, lui era un ciclista, un mio amico caro. Avevo dormito sulla sua spalla in aereo. Io ero piccolo e leggero, lui era alto, potente, un grande ciclista della pista, era il figlio del Tone Pesenti che aveva vinto il Giro d’Italia, mi sembra nel 1932. A me piaceva molto il ciclismo».

Ma correva a piedi.
«Sì, però una volta, forse avevo sedici o diciassette anni, Guglielmo mi presentò al Tone Pesenti, nel suo negozio di piazzetta Santo Spirito. Lui disse al figlio: “Ma chi mi hai portato qui? Non vedi come è piccolo e leggero? Non va bene per la bici”. E così ho chiuso prima di cominciare. Però poi ho fatto il ciclocross».

Davvero?
«Sì e andavo forte. Prendevo la bici in spalla e via. Mi ricordo Longo, che lui era giovanissimo e fortissimo, e altri come Malabrocca, Zanotti, Severini, mi avevano tesserato professionista per la Carpano, la squadra dell’ultimo anno di Coppi. Ma la Federazione di Atletica Leggera mi tolse dal suo albo, perché i suoi atleti dovevano essere dilettanti… Insomma, non ammettevano che facessi il professionista in bici e il dilettante in atletica. Siccome preferivo l’atletica, rinunciai alla tessera di ciclista professionista».

Rinunciò ai guadagni.
«Non esattamente».

Che cosa vuole dire?
«Quando andavi a fare i campionati italiani o europei di atletica non prendevi niente. Se vincevi il campionato italiano il tuo allenatore prendeva centomila lire e tu la medaglia d’oro. Assurdo, ma era così. Allora io andavo a fare le corse in montagna dove mi ingaggiavano e mi pagavano. Così ho costruito questa casa dove siamo adesso, qui alla Ramera. Io sono nato qui, a pochi passi».

Quando?
«Il 12 novembre del 1928».

 

 

Come ha scoperto queste sue qualità?
«Aiutavo i contadini della zona, sono andato a lavorare a undici anni. Vuole conoscere la mia carriera scolastica?» (Lavelli ride sonoramente).

Sì.
«Ho fatto per tre anni la prima elementare e per due anni la seconda. Fatti i cinque anni ho assolto l’obbligo scolastico di allora. Non capivo niente. E andai con i contadini: vangavo, portavo il carro con il concime… avevo una grande passione per la terra, ce l’ho anche adesso, ha visto fuori il mio orto che bello?» (ride di nuovo).

Ma come ha cominciato a correre?
«Per caso. Vicino a me abitava un Carrara che correva, faceva le corse in montagna. Mi disse che c’era una gara, il giro della Maresana. Avevo credo sedici o diciassette anni, la guerra era appena finita. Andai a fare quella gara. Si partiva dal prato della Maresana, dove c’è la chiesetta, e si andava al Moro, alla Cà del Lacc, alla Croce dei Morti. Era un giro solo, circa sei chilometri. Sono arrivato primo. C’era uno Zanchi che mi aveva staccato, ma poi l’ho superato in vista del traguardo. E allora vennero a chiedermi se volevo correre nel Csi, mi ricordo che c’era un giornalista, si chiamava Bianchi. Mi diedero tuta e scarpette. Nel 1946 feci il campionato italiano giovanile e arrivai terzo».

Che cosa dicevano in famiglia?
«Erano contenti, perché mi ero fatto notare e mi aveva assunto la Reggiani che aveva un gruppo sportivo aziendale che mi consentiva di allenarmi. Allora entrare alla Reggiani era vincere un terno al lotto. Prendevo trentamila lire al mese. Adesso la fabbrica non c’è più, però la sede si vede ancora, al Monterosso. Eravamo una famiglia povera, come tutte qui. Il papà faceva il muratore, la mamma stava a casa, avevo tre sorelle».

E poi?
«E poi feci il grande sbaglio della mia vita» (Lavelli fa la faccia triste, anche truce).

E cioè?
«Partii militare, nei bersaglieri. Vinsi delle gare anche con loro, andai dal colonnello con la coppa e il colonnello disse a un altro ufficiale: “Questo qui se va vanti così va in nazionale”. E mi invitò a firmare, a restare nei bersaglieri. Mi avrebbero dato cinquantamila lire al mese e tutto il tempo per allenarmi. Era il pane a vita, assicurato».

E lei che cosa rispose?
«Risposi no».

 

 

Era antimilitarista?
«No, dovetti parlarne prima con mia madre e mia madre mi scongiurò di non firmare perché aveva paura di un’altra guerra. Era il 1950… Temeva che mi avrebbero spedito subito al fronte. Ma è stato un errore, un grave errore…».

Poi è tornato alla vita civile.
«Sì. Io ero ignorante, ero proprio tanto ignorante. Io non sapevo di nazionale, olimpiadi… Pensi come ero ignorante: una volta dovevo andare a un campionato in aereo e bisognava compilare un modulo. Prima di me c’era Giacomo Peppicelli, uno veramente forte, un amico. Io non sapevo come fare, lui mi disse: “Fai come me”. E io sul modulo firmai come lui: “Giacomo Peppicelli”. Si rende conto?».

Senta, lei ha vinto il campionato italiano di atletica sui cinquemila nel 1953, sui diecimila metri nel 1955 e la Maratona, per tre volte, nel 1956, 1957 e 1960. Nel 1976 stabilì il record della 24 ore di corsa sfiorando i 244 chilometri. Ha vinto la Maratona di Roma, quella di Bucarest, la Cinque Mulini, la Monza-Resegone per ben dieci volte… Eppure di lei si dice che è stato un campione mancato. Perché?
«Perché dicono che avevo delle potenzialità superiori. Dicono che potevo diventare come Zatopek».

Infatti.
«Chi lo sa. Il fatto è che io avevo bisogno di guadagnare, per la famiglia. E allora tante volte andavo a fare le corse in montagna e non mi allenavo come dovevo per le gare ufficiali di atletica, dove non beccavo un soldo. E poi mi piaceva giocare a calcio».

Che cosa significa?
«Significa che quando andai alle Olimpiadi di Melbourne, per la Maratona, a metà gara mi ritirai perché avevo un gran male allo stinco. Era un dolore che mi portavo dietro da molti giorni, che mi aveva impedito di allenarmi: era stato in seguito a un calcione che avevo rimediato giocando a calcio. Quella maratona delle Olimpiadi la vinse Alain Mimoun, un francese, in due ore e venticinque minuti. Quel tempo lo feci poi anch’io. E Mimoun lo battei, pochi mesi dopo, alla Cinque Mulini».

Lei è sposato?
«Sì, con Virginia, ho avuto due figli, Massimo e Robi. Purtroppo mia moglie e mio figlio Robi non ci sono più. La vita è anche questa. Qualche volta scopri che non sei attrezzato per affrontare tutto quello che succede nella vita. Io venivo dal mondo contadino, poi la realtà è cambiata, tutto è cambiato. Non è stato facile. Io avevo in testa di guadagnare il più possibile e sacrificavo gli allori perché volevo dare il massimo alla mia famiglia, tutto quello che potevo».

Lei corre ancora.
«Sì. Ho fatto i campionati del mondo dei master, li ho vinti nel 2009 a Zagabria; si organizzano ogni cinque anni, ma quelli degli 85 non li ho fatti perché mi avevano operato al ginocchio destro. Adesso aspetto i campionati dei novantenni, l’anno prossimo».

Come è la sua giornata?
«Niente di speciale. Mi alzo alle sette, mi preparo un caffè e latte, faccio quaranta minuti di ginnastica. Poi c’è tutta la casa da pulire, l’orto da tenere. Faccio quasi tutti i giorni la mia camminata, un po’ di corsa, come dicevo prima. Vado anche in bicicletta. Adesso mi sembra che il ginocchio faccia giudizio». (Lavelli alza la tuta, sul ginocchio c’è una bella cicatrice. La gamba è muscolosa, sembra quella di un trentenne).

Se tornasse indietro?
«Non si può tornare indietro, bisogna sempre andare avanti e guardare la vita in faccia, dare quello che possiamo, fare il massimo che possiamo. La corsa è stata la mia vita e io continuo a correre. Poi di sbagli ne ho fatti, certo, ma serve a qualche cosa rimpiangere?» (Rino Lavelli guarda con quegli occhi stretti come due fessure, non ride e non parla. Sembra che stia osservando qualche cosa, lontano).

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