Platini, artista amato dall’Avvocato

Il giorno che lasciò il calcio veniva giù un’acquina noiosa, la Juventus giocava a Brescia, era maggio, l’ ’87. Dopo la partita radunò tutti in uno stanzone con i tavoli da refettorio, le tovaglie di carta, i piatti, i bicchieri di plastica e le tartine, e fecero un brindisi. Sui muri di cemento della curva Filadelfia la gente aveva appeso un lenzuolo strappato con su scritto: «Che tristezza senza di te». Ah, Michel. Michel Platini, oggi, è un sospiro di fronte al genio dell’artista. Ci mettiamo di sbieco davanti all’opera d’arte, strabuzziamo gli occhi e ci chiediamo con un po’ di vergogna come diavolo avrà fatto a generare un’idea del genere. Dovette pensarlo anche l’Avvocato, l’avvocato Agnelli, la prima volta che lo vide, e infatti se ne innamorò perdutamente. Un giorno telefonò al direttore dell’Equipe, Edouard Seideler: «Quel vostro Platini è libero? Potreste metterci in contatto?». Poi mandò Boniperti su a Parigi con un bel gruzzolo e un mazzo di rose per la signora Christèle e se lo portò via.

A Joeuf, Lorena, il nonno Francesco, muratore, si era trasferito dalla provincia di Novara. Aveva rilevato la licenza del Café des Sportif, e la vita andava avanti felice con Aldo, il papà di Michel, che faceva il professore di matematica e l’allenatore dilettante, e la mamma, Anna, che serviva liquori al bancone di zinco del suocero. Quando aveva sette anni Michel giocava davanti alla saracinesca di un garage. In porta giocava Fufi, il cane, che raccontano parasse meglio di Zoff, e quando doveva imparare a prendere la mira cercava di colpire un palo del telegrafo della linea Nancy-Metz. Nella storia giovanile di Platini ci sono un sacco di meraviglie letterarie. Una volta, a diciassette anni, andò a Metz per fare un provino. Alle visite mediche gli dicono di soffiare nello spirometro, forte, coraggio, su, e Michel soffia, talmente forte che a un certo punto perde i sensi. Al risveglio gli spiegano che ha una scarsa capacità polmonare: insufficienza cardiaca, gli dicono. In casa lo chiamavano “il nano” perché all’inizio era alto così, ma poi per fortuna venne su di colpo di dieci centimetri. Il padre ha sempre raccontato che Michel aveva questa grande capacità di fare le cose. A dodici anni lo mette in un kayak sulle onde lunghe dell’Atlantico, in Bretagna, a Perros Guirec, e a Michel non ci vuole molto tempo per apprendere lo stile dello specialista. E la prima volta che lo buttò in mare? Un pesce dentro l’acqua, naturalmente.

A pochi è concesso di adattarsi alle situazioni, capirle a volo, e risolvere. Gli artisti comprendono la realtà, la rielaborano, e poi ce la ridanno sotto forma di bello. Parole. Immagini. Gol. Nulla di più ha fatto Michel, con quel suo portamento sfacciato, lieve, maestoso. Ha vinto tre volte (di fila) il Pallone d’oro, una Coppa Europea e quasi tutte quelle per club. Ha smesso quando proprio non riusciva più a divertirsi: «Dopo l’Heysel non ero più io, mi sentivo vuoto e con troppi dolori fisici. Se non provi più gioia, devi smettere». Ha vinto due scudetti, e nei cinque anni alla Juve ha reso il calcio italiano un meraviglioso spettacolo teatrale.

Pieno zeppo di battute spassose e personaggi d’antan, come la signora Valeria che gli preparava le torte e tutti i sabati gliele portava al campo d’allenamento recitando la parte della sciantosa: «Michelino, tesoro, l’ho fatta stamattina». Una volta Agnelli lo chiamò all’alba, come faceva con tutti i suoi preferiti. «Michel, non è che stava dormendo?». Lui lo rassicurò: «Non ancora, Avvocato, non si preoccupi». O quella volta che Boniperti lo convocò insieme a Boniek nel suo ufficio e gli chiese come mai il gioco della Juve non funzionasse. «Perché devono passare la palla a me, non a Furino», rispose Platini. Uno spettacolo, quello di Michel, zeppo di colpi di scena. Maggio ’83, Juventus-Ascoli, i bianconeri vincono già 4 a 0. Michel chiede uno scambio, e gliela ridanno troppo alta per stopparla. E’ in quel momento che l’artista rovescia il tavolo, se la porta avanti di tacco, una volée all’impossibile, e con un pallonetto scavalca anche il portiere. Semplicemente, rien de plus.