Popeye, il sicario fidato di Escobar
che ha ucciso 300 (o 3000) persone

John Jairo Velasquez Vasquez, meglio noto come “Popeye”, ha ucciso centinaia di persone, ha torturato, rapito, ha alimentato il narcotraffico nel suo Paese, la Colombia, e nel mondo. Eppure oggi afferma di essere stata una vittima delle circostanze, e di Pablo Escobar, il Re della Cocaina.

Popeye è uscito dal carcere due anni fa, dove è rimasto per ventidue anni dopo avere confessato di avere ucciso trecento persone e di avere ordinato la morte di altre tremila. Il cecchino più fidato di Escobar si dà ora alla macchia, perché teme ritorsioni da parte dei familiari delle sue vittime. Dal suo ritiro segreto sulle montagne colombiane, ha annunciato di essere pronto a scrivere un memoriale su ciò che è stato vivere e lavorare per il feroce Cartello di Medellin, che ai tempi d’oro riforniva l’80 percento del mercato mondiale della cocaina. L’autobiografia s’intitolerà Sono sopravvissuto a Pablo Escobar (I Survived Pablo Escobar). Vasquez ha promesso che farà delle rivelazioni esplosive sul suo “capo”, che negli anni Ottanta aveva reso la vita nella capitale colombiana un vero e proprio inferno, e ha dato un’anticipazione: la ricchezza di Escobar, pari a 20 bilioni di sterline, gli ha permesso di raggirare e, infine, di prendere il controllo dell’agenzia d’intelligence nazionale, la DAS (Administrative Department of Security). Il dipartimento è stato sciolto nel 2011, ma fino ad allora il suo compito era quello di garantire la sicurezza delle istituzioni statali, dei politici e di altre figure importanti per la Colombia.

 

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L’intelligence nelle mani del Cartello. «Senza il coinvolgimento del DAS gli omicidi di molti politici, così come di trafficanti di droga nemici del Cartello di Medellin non sarebbero mai avvenuti. Nel 1986, con Alberto Romero [l’ex capo del DAS] e Carlos Castaño [narcotrafficante e leader di un gruppo paramilitare di estrema destra], abbiamo preso il controllo del DAS, con il nostro denaro. Il DAS è stato fondato con i soldi del Cartello di Medellin», ha affermato Vasquez, secondo quanto riporta il Daily Mail. La presenza del Cartello nel cuore di quello che avrebbe dovuto essere il suo maggiore oppositore ha permesso a Vasquez di uccidere persone di alto profilo politico, per conto di Escobar.

Nel corso della sua terribile carriera da cecchino, Popeye ha rapito e torturato un futuro presidente della Colombia, vari vice presidenti e ha congiurato e ucciso il candidato presidenziale Luis Carlos Galan. Nel 1992, anno in cui fu finalmente arrestato, aveva ucciso 250 persone, fatto esplodere più di 250 autobombe ed era collegato al disastro del jet Avianca, che aveva ucciso 107 persone, allo scopo di eliminare un altro candidato presidenziale. Ha assassinato giornalisti, politici, poliziotti, giudici. Anche la sua fidanzata. Ha votato la sua esistenza votata allo spregio per la vita, alla strage e alla crudeltà. Eppure Popeye dice: «Anch’io sono una vittima di Escobar. Non ero responsabile per gli assassini. Vi ho preso parte, ma è stato Escobar a progettarli». E ha aggiunto: «Se non fosse stato per DAS, Galan non sarebbe morto, Jose Antequera (capo dei sindacati) non sarebbe morto, i 107 passeggeri dell’Avianca non sarebbero stati uccisi».

 

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Una vita per il crimine. Popeye ha incontrato Escobar attraverso un amico d’infanzia, a 18 anni. Ha cominciato uccidendo un conducente d’autobus che aveva suscitato l’ira di Escobar per non avere aiutato la madre di un amico che era caduta dal bus e che era poi morta. «Ho fatto delle ricerche, ho trovato l’uomo e l’ho ucciso. Non ho sentito niente. L’idea che una persona non può dormire perché pensa alle persone morte non funziona con me. Non avevo nemmeno bisogno di drogarmi, di fumare o di prendere delle pillole per calmarmi. Ciò che ho fatto non mi ha mai privato del sonno», ha ammesso Vasquez.

Da quel primo omicidio non si è più fermato. Ha rapito il giornalista Andres Pastrana, che poi sarebbe sopravvissuto e sarebbe diventato presidente del Paese, ha assassinato Carlos Mauro Hoyos, Procuratore Generale della Colombia, ha agito spesso in spazi pubblici, ha reso Escobar praticamente intoccabile. Poi, nel 1991, Escobar si è consegnato alla polizia per essere stato collegato all’omicidio di un candidato presidenziale e le autorità hanno garantito che non sarebbe stato espatriato negli Stati Uniti. Gli hanno permesso di costruirsi una “prigione”, con tanto di campo da football, cascata e Jacuzzi. Escobar ha continuato a dirigere il suo impero e Popeye a uccidere per lui. Quando il governo ha annunciato che il Re della Cocaina sarebbe stato trasferito in un carcere più duro, Escobar è sparito dalla circolazione.

 

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La morte di Escobar. L’inizio della sua fine è stato il fallito assassinio di Cesar Gaviria, candidato alla Presidenza e passeggero dell’Avianca. Nel 1990 Gaviria ha vinto le elezioni e ha subito lanciato un programma anti-droga, scatenando una guerra sanguinosa che terminò quando Escobar fu ucciso da due agenti della DEA (Drug Enforcement Administration), Steve Murphy e Javier Pena. Murphy ha raccontato: «Era una questione personale, per me. Aveva ucciso molte persone che conoscevo. La ricerca di Escobar era una vendetta. Abbiamo formato un team speciale con la polizia colombiana e lavorato notte e giorno per prenderlo. A volte ci arrivavamo così vicini che le tazzine di caffè erano ancora calde. Mi sono sentito così felice, alla fine. Il popolo colombiano ha riavuto indietro la sua terra».

Il tempo di collaborare. Vasquez, invece, si è consegnato, ha confessato e ha collaborato con la giustizia. Ora è un uomo libero, ma si è sottoposto a un intervento di chirurgia plastica per non essere riconosciuto e vive in una specie di bunker. Ha aperto una pagina Facebook, che ha già raggiunto i 40 mila follower. Risponde alle domande degli utenti, senza dimostrare alcun rimorso, eppure afferma di essere cambiato e di essere diventato religioso: «Ero il bandito più preparato di tutta la Colombia. Ma per un bandito non c’è altro destino se non la prigione o la morte. Ora sono un ex bandito. Sono l’unico sopravvissuto. So che la società non mi perdonerà mai e non riuscirò mai a togliermi l’etichetta da cattivo. So che Dio perdona. In prigione ho imparato come reintegrarmi nella società. Ma la libertà non è stata facile per me. Mi sento libero solo quando entro in bagno e mi vedo nello specchio, perché in prigione non c’erano specchi. Tutto quello che voglio adesso è raccontare la mia storia, la verità, e mi accontenterò di quello. Nella vita c’è tempo per tutto. C’è un tempo per uccidere, un tempo per pentirsi, un tempo per scontare la pena. Ora è il momento di raddrizzare le cose, di aiutare la società».

 

 

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