Il portiere che disse no alla Lollo
per la sua amatissima Lidia

Passando per il centro sportivo Colombera di Mozzo, non si può non notare un personaggio particolare: aspetto signorile, alto di statura e con un paio di guantoni da portiere nelle mani. Lo si vede intento ad allenare ragazzini davanti alle porte del campo da calcio con tanta passione e vigore, senza nulla da invidiare a un più giovane preparatore atletico. Quando entra in campo tutti i ragazzi intenti alla preparazione atletica, sia attaccanti che difensori, in coro gli urlano «Ciao Gigi!».

Nato a Palazzo Frizzoni. È Gigi Gelmi, anni 86, che ogni giorno forma i numeri uno, gli estremi difensori della porta delle squadre giovanili di Mozzo. La sua è una lunga e appassionata storia di portiere – e non solo – di squadre blasonate intorno agli Anni Cinquanta. È nato a Bergamo il 21 novembre 1931, a Palazzo Frizzoni: la mamma, Anna Ghilardi, era la custode del palazzo del sindaco di Bergamo e fra quelle mura Gigi è venuto al mondo, forse l’unico neonato nella storia dell’antico palazzo comunale. Il padre Vito, ex terzino della Atalanta Bergamasca Calcio, invece era un artigiano che restaurava mobili antichi nella sua bottega di via Broseta. Gigi giocava nei prati del centro di Bergamo con i figli dei Radici, i Sassi, i Bondioli, mentre lui, il figlio del falegname, era sempre in porta. Era il più alto e massiccio e il ruolo di portiere si tagliava a pennello. Durante il giorno lavorava in un negozio di tappezzeria di via XX Settembre e il pomeriggio aveva gli allenamenti in Borgo Palazzo nel campo dell’Olimpia, per poi giocare le partire del sabato o della domenica.

 

 

Nell’Atalanta e poi… Poi a 14 anni lo ha chiamato l’Atalanta, vincolando il suo cartellino per tutta la sua carriera calcistica. Alcuni giornalisti, durante la prima partita in notturna a Bergamo, nel campo sportivo Balassina, dove ora c’è la stazione autolinee dietro al Vittorio Emanuele, lo notarono e gli consigliarono di bussare alla porta del grande Milan. Allora Gigi prese il treno e andò a Milano, dove ad attenderlo c’era un uomo dello staff rossonero, che con la bicicletta – sul canotto – lo portò a San Siro per la presentazione alla squadra. Il Milan per cinque mesi lo mise alla prova durante gli allenamenti e le partite giovanili, per proporgli infine di entrare a far parte della squadra. Era una cosa seria, lo avevano già iscritto a una scuola privata per consentirgli di proseguire gli studi. E qui il colpo di scena: l’Atalanta non diede il nulla osta per la cessione del cartellino e per il gigante portiere bergamasco non rimase che ritornare a Bergamo. Non si capì perché l’Atalanta non abbia voluto cedere il suo portiere; a 16 anni Gigi andò in prestito alla Nozzese del patron Bernasconi a 1.000 lire al mese, poi a 18 anni il grande salto nell’Arezzo, facendo nel frattempo il militare a Siena, per essere vicino ai campi degli allenamenti della squadra aretina.

La vita dei colleghi giocatori era già sopra le righe allora, idoli locali coccolati dai tifosi ma anche dalle più belle ragazze del posto. Gigi, razza bergamasca, invece era molto più concentrato sulle attività sportive e gli svaghi erano limitati a qualche salto in balera o al cinema. Oppure lo si trovava in cucina, intento a preparare ai colleghi la polenta che portava da Bergamo. Una volta, al bar, dopo una memorabile parata a due mani, i tifosi locali hanno fatto un poster dello scatto dell’impresa e l’hanno appeso nel locale frequentato da tutti i supporter di Arezzo.

 

 

Passeggiando con Gina Lollobrigida. Un po’ come il nostro storico Bar Anselmo. A pranzo e a cena il ristorante era convenzionato con la squadra, ed era anche il ritrovo della gioventù aretina. Era il 1949 e il locale era frequentato anche dalla troupe di un film che stava effettuando le riprese nella città toscana. Arrivavano gli attori e le attrici del film, e fra di loro c’era una bellissima ragazza che una sera disse all’aitante giovanotto seduto lì vicino: «Gigi, passami il sale». Gelmi non si fece pregare, colpito dalla rara bellezza e gentilezza della ragazza che incrociava ogni sera. Quella ragazza, che aveva 21 anni, quindi più grande di lui, stava girando il film con Gino Cervi La sposa non può attendere. Era Gina, Gina Lollobrigida, che dopo Miss Italia aveva iniziato la carriera di attrice. La giovane ragazza agli esordi, non era ancora la Lollo poi diventata famosa. Era il 1949 e l’anno successivo la Lollobrigida sarebbe sbarcata a Hollywood per un contratto esclusivo a cui presto avrebbe rinunciato. Ma ritorniamo al nostro Gigi con in mano il salino. Cristallizzato l’istante galeotto, da quel giorno, e per i mesi successivi, durante il weekend Gina e Gigi fecero coppia fissa. Le passeggiate, le serate al cinema e qualche effusione affettuosa che faceva arrossire il timido portiere bergamasco. Due giovani ragazzi di altri tempi: la Lollo «era educatissima» e il Gelmi un gran cavaliere. Poi, finite le riprese del film, la loro avventura finì com’era iniziata.

 

 

L’amore della sua vita. Purtroppo nel frattempo il padre di Gelmi si era ammalato e Gigi dovette rescindere il contratto con l’Arezzo e ritornare a Bergamo. Gelmi aveva molte ammiratrici, alcune figlie di eredi di imperi industriali che possedevano le squadre calcistiche più importanti del tempo. «Le ragazze mi facevano la corte ma io ero innamorato». Infatti a Bergamo c’era Lidia, con cui sin da piccolo aveva un’affettuosa amicizia. Il ritorno a casa fece sì che l’amicizia con la bella Lidia diventasse qualcosa di più. Anche se dagli States ogni tanto la Lollo gli scriveva, e queste lettere erano motivo di piccoli contrasti con la sua fidanzata. Ma poi arrivò il grande giorno e Gigi si sposò con la donna della sua vita, a suggellare la fine di ogni altra vera o presunta love story con le tante corteggiatrici. Per fare il grande passo, Lidia aveva rinunciato a un importante contratto come stilista in Svizzera. «Sempre molto elegante e bellissima, è lei che mi aveva stregato». Gigi era giovanissimo, aveva 23 anni e fino ai 28 proseguì a giocare nel Crema, per poi lasciare la carriera sportiva. Nacquero i due figli Stefania e Marco, e Gigi si mise a lavorare in una azienda artigiana in Bergamo.

E da qui ha inizio la sua carriera di preparatore atletico di giovani portieri: prima all’Olimpia, poi al Longuelo, Curno e ora a Mozzo. «Il nonno figo», come lo chiama la sua nipotina appena maggiorenne, continua oggi ad allenare giovani promesse «non ho intenzione di mollare mai, sino alla fine».

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