Provando a capire Alain Delon

Ieri, domenica 8 novembre, Alain Delon ha compiuto 80 anni. Preistoria cinematografica per una, forse anche un paio di generazioni; eppure ci sono alcuni aspetti di Delon che il fiume del tempo ha tramandato fino ad oggi, e probabilmente ce ne vorrà prima che li faccia sfociare nel mare dell’oblio: la bellezza inarrivabile, la recitazione mai studiata o programmata, ma istintiva e naturale, la sregolatezza innata. Ma come si fa a parlare di icone come Alain Delon? Da dove cominciare? Dove arrivare? Si prende in mano la penna, si prova a riflettere, a farsi venire qualche idea, ma la sensazione di essere troppo didascalici o troppo fumosi, partigiani o noiosamente neutrali, in linea o eccessivamente originali, è dietro ogni riga e parola. È lo scotto da pagare quando si prova a dire qualcosa su personaggi (o persone? Ecco già il primo crocevia) di questo calibro. Più prudentemente, allora, proviamo a capire, senza piangere né ridere, come vuole Spinoza, ma solamente capire.

 

 

Fuori da ogni schema. Per esempio, sarebbe interessante provare a capire come mai Alain Delon sia sempre stato inequivocabilmente fuori da qualsiasi tipo di regola, sul set come nella vita di tutti i giorni. Perché lui, tanto per cominciare, non ha mai studiato recitazione, non ha mai frequentato alcun corso o scuola per imparare la mimica, la postura, la dizione corretta. È difficile, o forse impossibile, trovare attori del livello di Alain che non abbiano mai speso nemmeno un minuto nel farsi insegnare qualcosa. Forse per supponenza? O pigrizia? Più facile pensare che sia per il fatto che a Delon le regole non sono mai andate giù, atteggiamento figlio di una giovinezza vissuta al limite dell’umanamente consentito, giacché anche solo di quello legale ne è stato un travalicatore assiduo.

Basti pensare che a soli 17 anni decise di arruolarsi in marina, ma scoperto, al distaccamento di Tolone, a rubare pezzi di radio, venne spedito a combattere in Indocina, per punizione. A Saigon decise però che appropriarsi di Jeep era molto più interessante che di radio, e così finì nella prigione militare francese. O, ancora, i rapporti eccessivamente solidali che stringeva con i boss mafiosi marsigliesi, dalla natura dubbia e dalle conseguenze certe (a farne le spese, soprattutto, una sua guardia del corpo trovata morta in una discarica del 1968). E di aneddoti se ne potrebbero snocciolare per ore.

Tanta intemperanza era dovuta, con ogni probabilità, ad una vita famigliare disastrata: i genitori separatisi quando lui aveva appena 4 anni, il periodo dell’adolescenza passato parcheggiato nei peggiori collegi di Francia, un’unica figura più o meno paterna, il compagno della madre, frequentato nei cortili del carcere in cui quest’ultimo era rinchiuso, il padre vero mai conosciuto. Si comincia allora a capire perché Alain Delon fosse così imprevedibile, così riottoso a qualsiasi convenzione, così agitato e irrequieto.

 

 

La bellezza, croce e delizia. Potrebbe essere interessante capire anche come mai Alain Delon sia, ormai da diversi anni, completamente sparito dalla circolazione: non un’intervista, non una comparsa in pubblico, niente di niente. Per spiegarci questa stranezza, non si può ignorare il fatto che Alain abbia combattuto per buona parte della sua vita contro una profonda depressione, che l’ha portato persino a meditare di togliersi la vita. Provando a capirci qualcosa di più, vien fuori che la sua divina e impareggiabile bellezza, che gli è valsa l’ufficioso titolo di uomo più bello di sempre, sia stata da un certo momento in poi una condanna: invecchiare, vedersi appassire, pare che lo stesse facendo diventare matto. Aveva una vera e propria fissazione per il proprio fascinoso e virile aspetto: era in perenne concorrenza con Jean-Paul Belmondo, altro statuario attore dell’epoca, rispetto al quale si sentiva costantemente in difetto dal punto di vista del, per così dire, “essere uomo”.

L’assenza di una figura paterna, si può ora capire, ha inciso tantissimo nello sviluppo di questo complesso. Così come ha inciso nei rapporti burrascosi e scostanti che ha sempre tenuto nei confronti delle donne e dei figli che ha avuto, le prime spesso maltrattate e regolarmente abbandonate, i secondi mai realmente considerati. Ma si parlava di depressione, dunque, probabile coagulo dei tanti traumi vissuti in primis da giovane e alimentati, poi, nel resto della vita.

Oggi, per trovare un poco di quiete e di serenità ritenuti necessari per non perdere la voglia di vivere, Delon abita da solo e isolato dal resto del mondo, nella campagna parigina a diverse decine di chilometri dalla città, senza voler farsi vedere, né vedere, praticamente da nessuno.

 

 

Ma è abbastanza? Abbiamo provato, dunque, a capire Alain Delon, a spiegarcelo lucidamente, a entrare nelle trame della sua vita con piglio scientifico e indagatore. E tante cose sono state comprese: un’infanzia tribolata che ne ha segnato il carattere, le scelte, il modo di lavorare, i rapporti più personali; una bellezza divina che, come ogni luminoso sole, prima scalda e illumina ma alla lunga scotta; la recitazione intesa come veicolo per liberare la propria istintività, come strumento per esprimere il proprio disinteresse per quel che è dovuto e preordinato. Ma, in fondo, può essere sufficiente?

Capire Alain Delon, spiegarsi le cause e gli effetti che ne hanno retto questi 80 anni di vita, in fin dei conti, a che giova? Nonostante i buoni propositi iniziali di non sminuirne la figura, dunque, anche questo tentativo è miseramente fallito. Si ritorna, allora, al punto di partenza. Raccontare, o anche solo presentare, figure come Alain Delon è come provare a contare le stelle: oltre a non trovare alcun modo adeguato per farlo, si ha pure l’impressione di star violando qualcosa di misterioso e, tutto sommato, imponderabile. E allora, esattamente come il modo migliore per comprendere le stelle è guardarle e lasciarcisi coinvolgere, tutto ciò che basta fare con Alain Delon non è provare a capirlo, con buona pace di Spinoza, ma anzi è proprio ridere e piangere: delle vicende famigliari di Rocco e i suoi fratelli, della delicatezza di Il Gattopardo, dei ritmi avvincenti di Colpo grosso al casinò. Tutto il resto, per dirla con Verlaine, è letteratura.

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