Quadri, donne e canne
La vita hippy di Stefano Caglioni

A Bergamo, Stefano Caglioni lo conoscono tutti. Lo ricordano con la sua chitarra, o con i suoi quadri sotto braccio, in piazza Vecchia. Oppure in piazzetta Santo Spirito, davanti alla chiesa, che intonava Salve o Regina, lui con la chitarra e un altro artista, Fenaroli, che cantava. O ancora all’imbocco di S. Alessandro bassa, seduto su un gradino, vestito da papa, con l’abito bianco. Stefano Caglioni era un eccentrico, un hippy che ha attraversato i decenni, a partire da quel 1968 in cui si è diplomato al liceo Sarpi. Dopo il liceo si è iscritto a Lettere, alla Statale di Milano, e si è laureato con una tesi su Charles Fourier, un socialista utopico vissuto a cavallo fra Settecento e Ottocento. Poi, nel 1973, il viaggio in India che gli ha cambiato la vita. Ha seguito uno yogi, cioè un maestro di yoga e di meditazione. Dopo un anno è tornato con l’idea di vivere un’esistenza libera, in tutti i sensi, facendo anche uso di hashish e marijuana, in maniera massiccia. Era la filosofia della metà degli Anni Settanta: «Che bello, due amici, la chitarra e lo spinello». Caglioni ha sempre dipinto, è stato considerato una specie di “Ligabue bergamasco”, con un certo successo anche di pubblico. Da alcuni anni, pulito e sbarbato, vive nella casa di riposo di via Gleno.

 

La risata è sempre quella di quando passava gran parte della sua vita in Piazza Vecchia, sotto il portico della biblioteca Angelo Mai. Allora aveva i capelli lunghi, la barba, l’aria stralunata. Vestiva con giubbetti di pelle nera, borchie, alla moda dei punk. Ma Stefano Caglioni dentro era un hippy, un figlio dei fiori. A volte aveva la chitarra, altre volte portava in piazza i suoi dipinti. Adesso è qui, sulla carrozzina al sole, in questo primo pomeriggio di settembre, davanti all’ingresso vetrato della casa di riposo di via Gleno, la Carisma. È pulito, sbarbato, porta i capelli corti e un maglioncino grigio. Ride spesso, Stefano, ma a volte i suoi occhi scuri si fanno serissimi, le ciglia rimangono immobili, sembra che stia fissando qualche cosa che non è in questa stanza.

 

 

Stefano, hai voglia di fare una chiacchierata, un’intervista?
«Sì, va bene».

Entriamo, ci mettiamo lì al bar?
«Va bene, devi spingere la carrozzina».

(Stefano prende un caffè, le mani gli tremano). Hai voglia di raccontarmi la tua vita?
«Sì. Io sono nato il 13 aprile del 1950, i miei abitavano in via Nullo, era una famiglia benestante. Avevo un fratello Umberto, del 1958, ma è morto giovane per overdose. Gli avevano dato l’eroina tagliata male quei bastardi. Brutta gente. Mia sorella Carla ha due anni meno di me, ha due figli. Mio papà si chiamava Gianfranco, aveva un’azienda, un molino e oleificio in via Borgo Palazzo. La mamma invece c’è ancora, ha novantaquattro anni, viene a trovarmi tutti i giorni con mia sorella, si chiama Rori. Lei ha sempre lavorato nelle biblioteche».

Una buona famiglia.
«Sì, ma i miei litigavano spesso. A mio papà piaceva il gioco, andare al casinò. Mia mamma si arrabbiava».

Tu hai studiato?
«Sì, io ero un ragazzo studioso, ho fatto il Sarpi, mi sono diplomato nel 1968 e poi mi sono iscritto a Lettere, alla Statale di Milano. Però che palle. Era noioso. Avevo professori severi, di italiano avevo la Sara Virgillito, molto severa. Mi piaceva fare sport, nuotavo, per un periodo ho fatto anche l’istruttore».

Era il 1968, un anno speciale.
«Sì, ma a Bergamo non si era fatto niente, era tutto tranquillo, le cose sono cominciate dopo, dal 1969, con i grandi scioperi, anche gli studenti sono andati in piazza, cominciavano a fare casino».

Ma l’università l’hai finita?
«Sì, certo. Ho anche insegnato per un po’, anche al Lussana, alle Magistrali».

Ma eri contento?
«Mah, mica tanto. Io avevo dato una tesi di argomento filosofico, su Charles Fourier, un socialista utopista come Proudhon, Saint Simon… Fourier era quello del falansterio, della riforma sociale senza rivoluzione; lui rivalutava le passioni umane e la natura… Le passioni non erano cattive, non erano da reprimere… Tra Fourier e il movimento hippy c’era una parentela stretta».

Come?
«Perché gli hippy erano per la libertà totale, per l’amore libero… Fourier inoltre diceva che bisogna vivere in comunità, secondo una particolare armonia delle passioni… i falansteri erano luoghi dove vivere insieme, in comunità, per lavorare e per divertirsi insieme, senza famiglie monogamiche, ma nella libertà sessuale che avrebbe finalmente anche annullato il predominio maschile sulla donna…».

Interessante.
«Molto. Ho fatto una tesi sui falansteri e sull’opera di Fourier. Ed ero forse il primo vero hippy di Bergamo».

Per questo sei andato in India.
«Certo. Ero un hippy, volevo la libertà, la libertà interiore prima di tutto e la cultura indiana ci intrippava tutti a quel tempo. E così ho preso l’aereo con il mio amico Mauri Zonca e siamo andati a Bombay. Siamo rimasti là per un anno, abbiamo girato dappertutto».

Come vivevate?
«I soldi non mi mancavano, l’ho già detto. E poi là vivi con niente. Fumavamo oppio, ci facevamo canne alla grande, tutti i giorni. Però il Mauri esagerava, non gli bastava, a lui piaceva l’eroina, però l’eroina è terribile, bisogna stare molto attenti. Io preferivo anfetamine, fumo e oppio. Le fumerie erano vietate, ma ce n’erano tante… C’erano i vetri colorati, la pipetta di oppio, la musica, ti davano la stuoia… e si partiva».

L’India ti ha deluso?
«No, no. Là sono molto spirituali, amano la natura, la contemplazione. Ho conosciuto un guru, un maestro, viveva nella giungla dell’Himalaya, io ero andato a trovarlo con il Mauri. Lui insegnava tecniche yoga e di meditazione e io ero molto interessato. Siamo stati molto con lui, abbiamo anche girato l’India per un po’, insieme. Si chiamava Mohan e aveva conosciuto Paramahansa Yogananda, il celebre yogi. Era un ingegnere, un uomo molto intelligente, veniva dal sud dell’India. Loro sono spirituali, noi molto materialisti. Loro si accontentano della capanna, del suono del vento, dell’acqua. Mangiano pochissimo».

Poi sei tornato.
«Sì perché mi ero stufato. Avevo voglia di ricominciare a dipingere».

Tu sei un pittore.
«Ho sempre dipinto, da quando avevo cinque, sei anni. Anche mio padre era un pittore e anche mia nonna, la madre di mia madre. Era molto brava, dipingeva cose classiche, paesaggi, nature morte… È stata lei a darmi i pennelli, a insegnarmi, a sei anni mi faceva già pitturare a olio, mi faceva ritoccare certi particolari… Io ho sempre dipinto perché era il modo migliore per esprimermi. L’arte e il sesso, le donne».

Ti piacciono le donne.
«Sempre piaciute tanto. Ma sono furbe, eccome. E tante sono anche zoccole. Ho fatto l’amore con un sacco di donne perché io piacevo. Erano affascinate dai miei modi bruschi, selvaggi, fuori dalle regole. Capelli lunghi, barba, giubbetto di pelle nera, chitarra, pittura… Ho avuto anche delle grandi attrici. Ma non puoi scriverlo. Con una di loro ho fatto l’amore ai Propilei, in Porta Nuova».

Come?
«Sì, lei si è spogliata tutta, io anche. Io ero fuori di testa, lei era assatanata. Sarà successo una dozzina di anni fa».

Non ci credo.
«È vero, e se ti dicessi chi è… Una volta mi sono fatto un’attrice americana che era venuta a Bergamo in visita perché era a Venezia per la mostra del cinema. L’abbiamo fatto in un bar di via San Bernardino. Che maiala, altro che angelina».

 

 

Più importante l’arte o le donne?
«Pari merito».

Chi sono i tuoi artisti preferiti?
«Van Gogh sopra tutti. Sono andato anche in Olanda a visitare il suo museo. E gli impressionisti».

Però sei laureato in Lettere.
«Sì, perché mi piaceva tanto anche leggere e scrivere. Scrivevo bene. I miei scrittori preferiti erano gli americani: Hemingway, Dos Passos, Steinbeck e poi quelli della beat generation, Kerouac, Ferlinghetti… E poi mi piace un sacco la musica, il rock. Led Zeppelin, Rolling Stones, Pink Floyd, Bob Dylan. Ma anche Vasco Rossi. Lui lo conosco, è matto come me, è nato nel mio stesso anno, ha il mio carattere. Conosco bene anche Roby Facchinetti, anche se lui è completamente diverso, però è molto bravo. E molto attento ai soldi».

Tu sei attento ai soldi?
«Per niente. Guadagnavo bene con i miei quadri, li ho venduti tutti, adesso dipingo ancora quando mi viene l’ispirazione».

Sei religioso?
«No, non molto. Spirituale sì, religioso no. Non mi piacciono i preti».

Però ti sei fatto tatuare una corona di spine sulla fronte, tanti anni fa, e si vede ancora bene.
«Sì, perché Gesù è uno dei nostri, lui era come gli hippy, era per la libertà dell’uomo, la libertà profonda, interiore, era un mistico e non gli interessavano i soldi, il potere. Lo hanno messo in croce. I vangeli li ho letti tutti, non solo una volta».

Tu negli ideali di amore e libertà degli hippy ci credevi davvero.
«Ci credevo e ci credo».

Nel Sessantotto si pensava di cambiare il mondo, di fare la rivoluzione con i fiori nei cannoni, ma alla fine non è successo granché.
«Però alcune cose sono cambiate. Le relazioni fra le persone oggi sono diverse. Bergamo allora era molto chiusa, anche se di fumo e di droga ne girava molta. E poi comandavano i preti. I preti pensano molto ai soldi, non mi vanno. Io li conoscevo anche perché poi abitavo in piazza Vecchia, con mia mamma, vicino al Palazzo della Ragione».

Come stai?
«Sono qui… ho avuto un problema ai nervi, tremo, faccio fatica a stare in piedi, però va bene anche così, anche se loro qui sono un po’ nazisti. Bisogna obbedire».

Sei contento della tua vita?
«Sì, mi sono divertito, ne ho fatte di cose. Mi dispiace per quei ragazzi che c’erano sotto la biblioteca e sono morti perché si bucavano. Li hanno uccisi quelli che tagliavano l’eroina con le porcherie. Lo facevano per i soldi, per il potere dei soldi. Questo non doveva succedere, no. Questo è stato molto brutto».

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