Il ricordo di Gimondi nelle parole
del grande amico don Mansueto

«Quando ero in seminario mi chiamavano Gimondi». Don Mansueto Callioni parla nel suo studio, nella casa parrocchiale di Almè. È toccato a don Mansueto fare la predica il giorno del funerale di Gimondi: era il suo grande amico prete. Ancora adesso fa fatica a trattenere la commozione. «Mi chiamavano Gimondi per la mia passione. Esplose nel 1965, ero all’ultimo anno del liceo classico, Gimondi trionfò al Tour de France. Era dai tempi di Coppi che l’Italia non aveva un vero campione. Io tifavo Balmamion… Era un buon corridore, si impose in due Giri d’Italia, ma non era un campione. Gimondi ci scosse tutti quanti: pensammo che era arrivato il nuovo Coppi».

 

 

Lei è stato uno dei migliori amici di Gimondi.

«Ma molto tempo dopo. Per tanti anni sono stato solo un suo tifoso».

Quando lo ha conosciuto?

«Nel 1970, era inverno e facevo il curato a Brembilla dove c’era un Gimondi Club. Loro organizzarono una cena alla quale partecipò il Felice e io venni invitato: lo conobbi, gli strinsi la mano. E stop, finita lì».

E quindi?

«E quindi continuai a essere un suo tifoso. Lo vidi in via Garibaldi a Bergamo a un trofeo Baracchi. Però devo confessare una cosa».

Che cosa?

«A un certo punto, il ciclismo era diventato monotono. Per quattro anni, Eddy Merckx regnò incontrastato. Felice è vero che non si è mai arreso, che ha lottato, ma dal 1969 al ’72 dovette accontentarsi di quello che avanzava. E allora confesso che mi ero un po’ allontanato, un po’ intiepidito. Ma è stato questo il punto fondamentale di tutta la storia, direi l’epica, di Gimondi».

Perché?

«Perché quando arrivò quel 2 settembre del 1973, nessuno ci sperava più. Nemmeno io, confesso: quel giorno non vidi la corsa, ero stato via con la parrocchia. E quando tornai a casa e accesi la radio dell’automobile… Appresi l’incredibile. Gimondi aveva battuto Merckx, Maertens, Ocana, ovvero i tre corridori ciclisti più forti del mondo. Li aveva battuti in volata. L’impossibile era accaduto, Gimondi aveva fatto la grande impresa: aveva vinto il Campionato del mondo. In quel preciso momento è entrato nel mito».

L’uomo che non si arrende mai alla fine viene premiato.

«Sì, l’uomo tenace che non molla, che si impegna sempre, anche contro l’evidenza dei fatti. La speranza che vince. Questo è il grande messaggio. Se non ci fossero state tutte quelle sconfitte, questo messaggio, questo mito non avrebbe avuto tutta quella forza».

Però qualche segnale c’era stato.

«A pensarci bene sì. Al Giro d’Italia di quell’anno vinse ancora Merckx e Gimondi, tanto per cambiare, arrivò secondo. Però, per la prima volta dopo anni, nella tappa a cronometro vinse Gimondi e Merckx arrivò terzo. E ricordo che Adriano De Zan, grande telecronista, segnalò questo evento e si chiese se non fosse il segno di un cambiamento. Ed era proprio così».

Poi arrivarono diverse altre rivincite.

«Eccome. Al Giro d’Italia del 1974 lo seguii nelle ultime tre tappe, quella di Bergamo, sul Selvino, la cronometro e infine la tappa di Milano. Fu una gioia immensa».

Però non eravate amici.

«No, ero un tifoso. C’erano tante cose che mi legavano a Gimondi. Le sue qualità, il fatto di essere bergamasco. E poi sono un prete e Gimondi aveva sempre dimostrato fede religiosa e fede nei nostri valori. Veniva anche lui dalla parrocchia, dall’oratorio. Mi identificavo talmente in lui che quando ero ancora in seminario e compilai la domanda per l’esenzione dal servizio militare la firmai Felice Gimondi. Non lo feci per scherzo. Lo feci per davvero. In seminario nemmeno si poteva portare La Gazzetta dello Sport. Io me la facevo procurare dal portinaio, la pagavo io e poi in cambio della complicità gliela lasciavo leggere. Ho rischiato seriamente di venire buttato fuori dal seminario».

 

 

Per Gimondi.

«Sì».

Quando siete diventati amici?

«Nel 1990 avevo un incarico in Curia e divenni parroco a Sombreno, che è frazione di Paladina. Gimondi abitava a Paladina. Un giorno celebrai la messa su al santuario e lui era lì tra i fedeli, insieme alla moglie, Tiziana. Cominciammo a parlare. Io giravo in mountain bike per i colli, lui mi disse che voleva organizzare una scuola di mountain bike per i ragazzi. Cominciammo a impegnarci insieme».

Faceste la scuola?

«Sì, all’interno dell’oratorio. Prima coinvolgemmo gli adulti, che sarebbero diventati istruttori, poi i ragazzini. La lanciammo nel 1997, ventidue anni fa, va avanti ancora oggi con una ventina di bambini che escono in bici sui colli con gli accompagnatori due volte a settimana».

Che cosa diceva Gimondi ai ragazzi?

«Questo è importante. Ripeteva sempre: date il massimo, se avete dato il massimo avete vinto. Che finiate primi o quinti o ultimi. Se date il massimo va bene anche se perdete. E ai genitori diceva: “Lasciate che i ragazzi si divertano in bici, non fate pressioni”. Lo ripeteva sempre».

Uscivate in bici insieme?

«Io andavo in mountain bike, ma un giorno del 1998 il Felice si presentò a casa mia con una Bianchi da corsa. Io dissi che non sarei mai salito su una bicicletta con quelle ruote così sottili. Ma alla fine cedetti. Uscivamo insieme, sì, e quando la strada saliva era impossibile che non ci sfidassimo. Quando la strada sale si torna tutti bambini».

Chi vinceva?

«Una volta salivamo a Berbenno da Laxolo, era il giorno del mio compleanno. Io lo battei e poi lo ringraziai perché era stato gentile a farmi passare, proprio nel giorno del mio compleanno. Lui mi rispose alla sua maniera, rusticissima, con pure qualche parolaccia. L’avevo battuto davvero!».

Perché Gimondi è entrato così a fondo nel cuore della gente?

«Già, lo hanno apprezzato e gli hanno voluto bene in tanti. Io penso perché tanta gente si riconosceva nella sua semplicità, nel senso di schiettezza che arrivava dalle sue parole. Che però non erano mai banali. Avevano semplicità e profondità. Anche il suo esempio, l’attaccamento alle cose che contano, anche questo la gente lo ha sentito e apprezzato».

Ma è vero che Gimondi ha rappresentato il meglio dell’essere bergamaschi?

«Penso proprio di sì».

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