Cose da sapere su Sant’Alessandro

Siamo nel tremendo periodo tra la fine del terzo e l’inizio del quarto secolo. Alessandro era un militare, il vessillifero della Legione Tebea. Vessillifero era colui che, durante le battaglie, aveva il compito di tenere alto lo stendardo della propria unità perché i soldati non si sbandassero perdendo il contatto con gli altri. Era scelto tra i più coraggiosi e nerboruti perché non poteva combattere: doveva solo resistere.

La Legione Tebea era un’unità speciale dell’esercito romano, che prendeva il nome dalla città egiziana di Tebe (da non confondersi con l’omonima, in Grecia) ed era composta quasi completamente da cristiani. Il comandante della Tebea si chiamava Maurizio (da cui i toponimi di Saint Maurice, St. Moritz, san Maurizio al Lambro ecc.). Non ci sono pervenuti gli ordini di servizio, ma pare che la Compagnia della Tebea, di cui Alessandro era nel frattempo divenuto centurione (capitano), fosse spostata dall’Egitto all’Iraq e successivamente a Colonia (sul Reno), Brindisi e nuovamente in Nord Africa.

 

 

Nel corso di questi spostamenti i soldati cristiani furono sottoposti a ripetute decimazioni per ordine dell’imperatore, Massimiano, fedele ai vecchi culti. Alessandro, vista la mala parata, decise di tornare in Italia. Riconosciuto, fu arrestato a Milano, in quanto disertore. Nel luogo della detenzione sorge oggi la Basilica di Sant’Alessandro, dietro piazza Missori. Gli fu richiesto di abiurare al cristianesimo ma rifiutò e, in attesa dell’inevitabile esecuzione, riuscì a fuggire. Pensava di raggiungere Como dove aveva degli amici: Fedele e Materno sono i più noti e i più venerati in quelle zone d’Italia.

Non riuscì ad arrivare in riva al lago, perché qualche anima bella pensò di denunciarlo. Alessandro fu allora portato di nuovo davanti all’imperatore che gli preparò un bell’altare pagano sul quale avrebbe dovuto sacrificare ai vecchi dei. Ma il futuro martire si mise a danneggiare l’altare provocando l’ira dell’imperatore che ne ordinò immediatamente la decapitazione. Poiché nessuno degli addetti riuscì ad avere ragione di quel soldato forte e vigoroso, fu deciso che Alessandro fosse gettato in prigione a morire di fame e di sete.

Ma in prigione non ci stette molto. Da Milano, per la via che secoli dopo sarebbe stata percorsa da un altro ricercato, Renzo Tramaglino, raggiunse Bergamo – pare in vicinanza del ponte sulla Morla a Borgo Palazzo – dove incontrò un altro militare ben noto ai bergamaschi, Crotacio, che lo tenne nascosto in casa sua. Da quel momento iniziò l’evangelizzazione di Bergamo. Tra i primi convertiti si annoverano Fermo e Rustico – parenti del padrone di casa – che completano la prima toponomastica della Lombardia cristiana. Anche loro, infatti, subiranno il martirio.

 

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L’intelligence romana non si era tuttavia data per vinta. Scoperto e identificato, Alessandro fu preso, trascinato in catene a Bergamo e decapitato senza ulteriori richieste di abiura. Era il 26 agosto del 303. Dieci anni prima che Costantino consentisse ai cristiani di vivere la loro fede in santa pace.

Luogo scelto per l’esecuzione fu quello dove ora sorge la chiesa di S. Alessandro in Colonna. La colonna è detta del Crotacio dal nome del patrizio che aveva nascosto il santo prima della cattura.

Il corpo di un simile personaggio sarebbe andato perso se, alcuni giorni dopo l’esecuzione, non fosse stato trafugato e portato per l’inumazione nel podere di Grata (nobildonna poi a sua volta canonizzata) che lo aveva identificato grazie alla presenza di alcuni gigli sorti in corrispondenza del sangue caduto a terra durante il supplizio.

Nell’area del campo di Grata fu successivamente eretta la grande basilica di Sant’Alessandro, abbattuta secoli dopo per fare spazio alle mura venete.

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