Scaglia, la nuova era Confindustria

Sono passati cinque mesi dall’elezione di Stefano Scaglia a presidente di Confindustria Bergamo. Di lui, prima di giugno, si era sentito parlare, ma si conosceva poco: le sue aziende sono in Val Brembilla e con la famiglia risiede a Milano. Piedi nella valle e notevole esperienza internazionale, ha sempre vissuto lontano dalle liturgie cittadine. Con la sua squadra dovrà cercare di ridare prestigio e autorevolezza all’associazione degli industriali in una stagione in cui tutte le istituzioni faticano a trovare la sintonia con i tempi. Scaglia fino a oggi ha concesso poche interviste e ha centellinato le dichiarazioni. Martedì prossimo affronterà la sua prima assemblea generale alla Cms di Zogno.

Presidente, chi è Stefano Scaglia?
«Stefano Scaglia è una persona che fa l’imprenditore».

Perché non dice semplicemente “un imprenditore”?
«Perché sono tante le cose mi interessano. Naturalmente la mia azienda e la mia professione, ma anche le altre persone. Mi interessa, per esempio, capire quello che fa lei e la sua visione del mondo».

Siamo qui per il motivo opposto, capire lei e la sua visione del mondo.
«Non sono comunque un imprenditore di prima generazione anche se nel 2004 ho fondato un’azienda, la Scaglia Indeva, utilizzando il bagaglio di competenze nate nel gruppo di famiglia».

Lei è anche una persona che ha accettato di fare il presidente di Confindustria Bergamo…
«Un compito che mi sono assunto proprio perché a me interessano molto gli altri, mi piace ascoltare, parlare, vedere, confrontarmi, capire. Purtroppo il limite è sempre il tempo. Però questi primi mesi di presidenza, al di là di difficoltà dovute all’apprendere un nuovo mestiere, mi stanno dando tante soddisfazioni».

 

 

Dicono che lei sia più orientato verso Milano che verso Bergamo.
«Non so che cosa voglia dire questo, perché la maggior parte del mio tempo la passo qui. Dormo a Milano qualche volta, ma per lo più sono in giro per il mondo o a Brembilla, dove abbiamo le aziende. I posti in cui mi sento più a casa sono però la Valle Brembana e la Valle Imagna, che percorro spesso in bicicletta. Mi piace praticare sport».

Golf?
«No, oltre alla bici, sci-alpinismo, corsa, montagna, sci di fondo, tutte cose in cui posso stare con gli amici».

Ha scelto lei il titolo dell’assemblea di martedì prossimo, La persona al centro dell’innovazione?
«È stato un parto collettivo. Io ho proposto l’idea, il titolo secco è arrivato dopo due o tre tentativi».

Sembra un titolo cattolico.
«Non direi, è un titolo che dà la misura di quello che sta nel programma della mia presidenza. La persona è importante in sé, poi la si può vedere secondo diverse sfaccettature: come lavoratore, come ideatore, come sviluppatore delle imprese, come studente, come professore. Persona e innovazione sono le due parole chiave su cui eserciteremo il primo biennio».

Cosa vuol dire in concreto mettere al centro la persona?
«Vuol dire lavorare su iniziative che fanno sì che la persona possa essere consapevole di quello che sta accadendo e all’altezza delle sfide, indipendentemente dal ruolo che esercita nell’impresa. Ciò significa lavorare sull’education, sulle scuole, sulla formazione continua, sulle competenze tecniche, ma non solo. Vuol dire, in poche parole, lavorare su un atteggiamento di fronte a quello che sta succedendo».

 

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I giovani di oggi sono all’altezza delle sfide?
«Sì, ma devono rendersi conto ancora di più delle richieste che vengono fatte loro. Richieste di grande apertura verso il mondo, di rinuncia alla localizzazione, che non vuol dire sradicarsi, ma essere disposti a guardare oltre, ad aprirsi, a mettersi continuamente in gioco e in discussione. Pensare di essere arrivati, di essere adeguati e di aver raggiunto un traguardo sarebbe la fine».

I 40-50enni sono all’altezza delle sfide?
«Non sono in grado di dirlo generazione per generazione. Dipende dalle persone».

E i sindacati?
«Anche loro stanno capendo, si stanno adeguando. Secondo me la velocità dovrebbe essere un pochino più elevata».

Quali sono le tre sfide più importanti?
«La prima è una sfida di consapevolezza: capire che cosa sta succedendo e quale impatto questo abbia su di me e sulla mia impresa. La seconda è…»

 

Per l’articolo completo, rimandiamo a pagina 12 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 9 novembre. Per la versione digitale, invece, qui.

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