Chi è e di che cosa si occupa
il garante degli animali a Bergamo

Paola Brambilla è il Garante per la tutela degli animali del Comune di Bergamo, nominata qualche mese fa dal sindaco Gori. L’abbiamo intervistata per capire di cosa si occupa e in che modo il Comune gestisce le problematiche relative ai nostri amici a quattro zampe. Diplomata al Sarpi e laureata in Giurisprudenza con lode, Paola Brambilla svolge la professione di avvocato dal 1996, con studi a Bergamo e a Milano, ed è specializzata in diritto amministrativo, con particolare riferimento al diritto dell’ambiente. È consulente di enti pubblici e amministrazioni territoriali, tra cui ATO, Parchi regionali, Province, Comuni, Unioni di Comuni e Comunità Montane in tutta la Lombardia. Dal 2001 è Presidente del WWF Lombardia, ora con delega nazionale per l’EXPO2015. Dal 2003 al 2009 è stata consigliere nazionale del WWF Italia. È inoltre docente a contratto dell’Università di Bergamo, nel Dipartimento di Giurisprudenza e di Lettere e Filosofia, ed è stata docente di master all’Università Statale di Milano, alla Bicocca e alla Bocconi.

 

Avvocato, chi è e di che cosa si occupa il Garante degli animali?
Per passione e per mestiere sono abituata a vedere l’altra parte del mondo. Non quella degli inquinatori e dei torturatori di specie, ma la parte di chi lo protegge o dovrebbe proteggerlo. Il Garante degli animali non è una nomina politica: non sono, cioè, un rappresentante dell’amministrazione, ma una figura esterna che dovrebbe garantire che il Comune si occupi correttamente delle problematiche del mondo animale di sua competenza, facendo rispettare il regolamento per i diritti degli animali, occupandosi degli animali di affezione, e in generale svolgendo una funzione di stimolo anche verso le istituzioni e di risposta alle domande dei cittadini che possono aver la necessità di sapere in che modo devono essere tutelati gli animali.

Ma non c’è già l’Assessore all’ambiente?
L’Assessore all’ambiente si occupa delle politiche e della macchina comunale; il Garante è invece una figura super partes, che deve controllare che il Comune e le altre istituzioni cittadine facciano rispettare le norme sulla tutela degli animali; il mio ruolo dovrebbe dunque agevolare la risoluzione dei problemi che riguardano il benessere animale in genere.

Quale genere di animali?
Gli animali d’affezione, ovvero cani, gatti, furetti, ma anche pesci tropicali decorativi, anfibi e rettili, uccelli, roditori e conigli domestici;  se, per esempio, una persona tormenta o maltratta un gatto o un cane, anche solo lasciandolo al gelo sul balcone o in un garage al buio per gran parte del giorno per la polizia locale, che ha il compito di vigilare sugli animali d’affezione, dovrebbe intervenire. Ma se non lo fa, io devo segnalare all’amministrazione comunale che la polizia non fa il suo lavoro e chiedere un intervento pronto ed efficace.

Si occupa solo degli animali di affezione?
Il regolamento comunale si focalizza su questi ultimi, ma la pratica è un po’ diversa. Al parco della Trucca, per esempio, ci sono cigni, oche e anatre. Non fanno parte della fauna domestica d’affezione, ma sono di proprietà del Comune e quindi il loro stato di salute diventa di competenza comunale. Poi non dimentichiamoci i selvatici, che popolano l’ambiente urbano e perturbano, e le ultime zone agricole del Comune di Bergamo: pipistrelli, volpi, piccoli mammiferi. Una vecchia campagna del WWF si intitolava Clandestini in città: sono sintomo di un ambiente urbano vivo e sano. Ma non è tutto: arrivano i procioni o lo scoiattolo grigio della California, animali esotici o alloctoni? Per il Comune diventa un problema e bisogna iniziare a chiedersi come gestirli. Perché se gli animali sono sul suolo comunale diventano di competenza del Comune.

Perché si è resa disponibile ad assumere questo ruolo?
Ho dato la mia disponibilità a due condizioni: che il regolamento sui diritti degli animali venisse aggiornato – è un po’ datato, si profonde in minuziose definizioni della misura delle gabbie e merita un più ampio respiro –  mostrando attenzione anche alla fauna selvatica e alla bio-diversità in genere; e che fosse possibile lavorare insieme alle associazioni che sul territorio si occupano di animali (come WWF e Lega Ambiente). Vorrei mettere tutti a un tavolo per affrontare insieme le sfide che questo quinquennio ha aperto.

Quali sono gli obiettivi che vuole portare avanti?
Sono diversi. Primo: riformare il regolamento. Secondo: educare i padroni, perché sappiano come si gestisce un animale, specialmente quando si hanno dei bambini. Faccio un altro esempio legato alla Trucca. I cani, per istinto naturale, quando vengono liberati nel parco cercano di mangiare le oche. Una di queste è rimasta senza becco. Siccome è di proprietà del Comune, l’abbiamo portata dal veterinario e fatta operare. Anche se è rimasta con poco becco, ora riesce a mangiare. Occorre fare attenzione: chi si prende un animale deve saperlo educare e gestirlo nelle diverse situazioni; un altro esempio, alla Trucca o nei parchi comunali ci sono altre specie di cani, e bambini: ecco perché i cani vanno tenuti al guinzaglio, tranne che nelle zone riservate, che però si possono creare solo in parchi ampi, e sempre però con l’attenzione della compresenza di più cani, se non da aree cani diventano ring. Terzo: la gestione della fauna locale. Non bisogna comprare animali che vengono dall’estero: generalmente a un certo punto l’acquirente incauto se ne si libera, creando però una marea di problemi. Quando arrivano la nutria, lo scoiattolo grigio, il procione, la tartaruga americana, a livello ambientale ce ne si accorge: sono animali che distruggono un ecosistema consolidato e portano all’estinzione la fauna locale con cui competono aggressivamente.

Ci anticipa qualche soluzione pratica che ha in mente?
L’educazione intendiamo risolverla con corsi di formazione per proprietari di animali e per le pubbliche amministrazioni, svolte sul campo, nei parchi cittadini. Anche sul nostro territorio è sempre più frequente l’accumulo compulsivo di animali, e gestire queste situazioni non è facile: occorre lavorare con l’aiuto di ASL e servizi sociali, per poi indirizzare alle associazioni le richieste di adozione. Vanno poi spiegate le dinamiche criminologiche che stanno dietro al maltrattamento di animali, si veda il caso di Trescore balzato agli onori delle cronache anche nazionali. Gli studi portati avanti negli Stati Uniti evidenziano come dietro al maltrattamento animale ci siano delle condotte criminogene ad ampio raggio, che non riguardano solo l’animale, ma che si estendono spesso al nucleo familiare ed oltre. Serve una risposta di prevenzione adeguata. Mia nonna – maestra elementare per oltre 40 anni – mi diceva che quando vedeva i suoi bambini che tormentavano le lucertole o mettevano in un sacco i gatti, e poi si recava a casa loro, scopriva che c’era sempre, in quella famiglia, qualcosa che non andava. Dovremmo essere una specie come le altre. Ma se nelle altre specie offrendo la gola sei risparmiato, per noi uomini non è più così; ci siamo creati una struttura mentale che attraverso la tecnologia ci ha fatto perdere di vista l’empatia, la vulnerabilità della specie verso le altre specie, quindi non conosciamo questo freno e questo limite.

Come pensa di affrontare la questione dal punto di vista della comunicazione?
Questo è un altro capitolo interessante. Vogliamo rendere fruibili, tramite un sito e una pagina Facebook, dei protocolli operativi molto semplici. Che cosa fare se si trova un gatto? E se ne troviamo dieci o più come è successo quest’estate? Bisogna offrire suggerimenti immediati, con riferimenti certi. A parlare dev’essere un ente unico che dia risposte concrete ai cittadini. La risposta non deve mai essere: è di competenza di qualcun altro. L’obsolescenza informatica della pubblica ammninistrazione è attualmente il problema più grande. Il secondo è smussare le diffidenze tra tutti i protagonisti della tematica. In questo senso ho trovato a Bergamo molta collaborazione.

Ci fa un esempio di questa collaborazione?
All’inizio del mese scorso in uno scatolone sono stati abbandonati 15 gatti e altri 8 davanti al gattile di Madone. Facevano parte di una famiglia di 30 gatti, posseduti da alcuni accumulatori compulsivi, che dovendo traslocare li hanno abbandonati un po’ da una parte e un po’ da un’altra. Cosa fare di questi gatti? Il canile di Seriate non li può accettare. Il Comune di Bergamo non ha un gattile convenzionato, e non aveva la capienza per ricoverare 15 gatti, non ancora passati da una fase di quarantena né in condizioni di salute ottimali. Così abbiamo attivato le reti di associazioni, chiamato l’ASL (che gestisce il canile/gattile di sanitario  Levate, e li ha tenuti per qualche giorno), e poi il parco faunistico delle Cornelle ha messo a disposizione per qualche giorno una grande gabbia, lo spazio in cui mettono i felini prima degli interventi. Nel frattempo li abbiamo schedati, curati, e tramite l’ENPA (Ente Nazionale Protezione Animali, ndr), l’OIPA (Organizzazione Internazionale Protezione Animali) e le varie associazioni siamo riusciti a farli adottare quasi tutti. Un’enorme collaborazione: Comune e Polizia Locale sono riusciti ad impostare finalmente una cabina di regia. Di recente, abbiamo cercato di istituzionalizzare l’emergenza. Ho chiesto un incontro all’assessore con il responsabile del verde comunale, i due responsabili ASL per il benessere animale, il dirigente del settore ambiente con responsabilità istituzionale, l’istruttore della Polizia Locale che si occupa di animali e abbiamo stabilito un protocollo di comunicazione perché ognuno sappia sempre cosa sta succedendo. Presto nascerà un “tavolo” tecnico dell’ufficio dei garanti.

Quali sono i problemi più rilevanti da imparare a gestire?
Il primo è rendere compatibile la presenza animale con lo spazio urbano. Per gestirla al meglio, bisogna capire la dimensione di questo fenomeno. Per la biodiversità urbana vale lo stesso principio. Dobbiamo creare le condizioni perché in città non si crei una frammentazione per la piccola fauna, ma la città sia permeabile alle specie animali, come a Londra, dove vivono volpi, ghiri, corvi e gazze. Significa rendere i nostri tetti abitabili a rondini e pipistrelli. Con un verde più vivo, meno artificiale, in modo tale che possiamo avere quella piccola fauna che fa la differenza. Bisogna far diventare l’ambito urbano abitabile per tutti. Anche culturalmente è positivo. Sviluppa una sensibilità. Rendere compatibile la dimensione umana con quella animale, e viceversa.

In relazione alla biodiversità, esistono già progetti in corso di sviluppo in Italia?
A Milano, per esempio, c’è il progetto di mettere sul terrazzo piante o fiori che attirano farfalle, e funziona. Questo può fare la differenza. Senza arrivare alla Cina, dove le api sono morte e l’operaio va a impollinare le piante con dei lunghissimi cotton fioc. Noi abbiamo gli alveari: teniamoci quella piccola biodiversità e rendiamola un elemento di riscatto. Il Living Planet Report dice che abbiamo perso il 53 percento delle specie a partire dalla terza grande estinzione di massa. Il declino più forte è stato negli ultimi 200 anni. Ma cos’è il Polo Nord senza l’orso bianco? E il Polo Sud senza il pinguino? E i parchi senza uccellini e farfalle? Ci manca un pezzo, che diventa poesia, cultura, narrativa. Si chiamano servizi ecosistemici, se non vogliamo prendere quello naturale.

Pensa che a livello mondiale ci si stia muovendo nella direzione giusta?
C’è anche una globalizzazione amica dell’ambiente. Nell’UE, per esempio, ci sono normative globali in materia ambientale. Tutti gli scarichi in acqua, in Europa, devono essere autorizzati e le acque europee sono più pulite di vent’anni fa. Gli aerei di compagnie extra europee devono pagare quote di emissione nel sistema UE. Un elettrodomestico, anche se  prodotto in Cina, per poter essere importato in Europa non deve contenere sostanze nocive e tossiche e i suoi componenti elettrici ed elettronici devono essere recuperabili: questi sono esempi virtuosi. Stiamo iniziando a capire che quelle ambientali sono le uniche soluzioni economicamente convenienti. Un euro speso in prevenzione ambientale si oppone ai circa sette spesi per risarcire gli effetti dei disastri ambientali. Gli investimenti sul carbone non sono più redditizi. Gli Stati sono sempre più coinvolti nella gestione delle problematiche relative ad inquinamento e malattie, che costano di più della prevenzione, un ambiente sano vuol dire meno spesa sanitaria; e per Paesi a welfare pubblico conta, eccome. La scelta non verrà fatta dalle coscienze individuali, la farà il vantaggio economico.

Perché occuparsi gratuitamente di animali e ambiente?
Me lo chiedo anche io tutti i giorni. La risposta è che ti senti ripagato. È una sfida vera, autentica, romantica che fai per te stesso e per la tua specie, ti fa sentire davvero vivo e parte del pianeta. Uno studio pubblicato l’anno scorso dimostra come le piante abbiano un sistema di comunicazione emozionale. Quando due piante della stessa specie sono vicine, dirigono le proprie radici in modo tale da non distruggere la pianta vicina. Questo è veramente stare in rete. Apre la testa. Siamo tutti connessi, diceva una pubblicità del WWF. Quando due anni fa si è scoperto come mai in India aumentavano i casi di rabbia, mezzo mondo ha capito a cosa servono gli avvoltoi. L’India è piena di avvoltoi. Hanno una funzione fondamentale: per motivi religiosi, le vacche non vengono mangiate dagli uomini, e rimangono sul suolo. E allora cosa succede? Vengono mangiate dagli avvoltoi. Ad un certo punto però, gli indiani hanno iniziato ad utilizzare nella catena alimentare medicinali anti-infiammatori a base di diclofenac, per cui le carni delle mucche e degli animali da allevamento contaminate. Così gli avvoltoi, mangiando le carni delle mucche, morivano. Le carni rimanevano esposte e putrefatte a lungo, non essendo più le carcasse scarnificate e pulite dagli avvoltoi, si sviluppava la rabbia, cani e volpi mangiavano le carni contaminate e mordendo gli uomini trasmettevano la rabbia. Si è avuta un’escalation spaventosa. Allo stesso modo, l’ebola si diffonde perché i pipistrelli della frutta, che da sempre ospitano in modo assolutamente asintomatico questa patologia, con il disboscamento delle foreste si sono trovati ai confini della città. Quando espellono le feci, possono essere contaminate. In questo modo si contrae la patologia e viene portata in giro. Se avessimo più cura dell’ambiente e lo tutelassimo nella sua integrità, molte delle grandi pandemie – lo stesso è per l’aviaria – potrebbero avere un effetto più limitato.

Cosa deve cambiare a livello individuale, scolastico e istituzionale perché diventiamo tutti più sensibili al problema?
Dobbiamo smetterla di volere l’anestesia a tutti i costi, cioè di non voler vedere ciò che è brutto, rivoltante, efferato, perché ci urta. È un atteggiamento che confina con la confirmation bias: cerchiamo l’informazione che più ci piace, che più conferma l’idea che già abbiamo in testa. Quella che ci dà ragione. Ma il nostro cervello si nutre di reazioni, eventi, emozioni. Con l’innovazione abbiamo la possibilità di sapere come funzionano le cose. Sapere che esiste un’altra possibilità vuol dire avere la facoltà di scegliere, e quindi dobbiamo volere sapere per sapere scegliere nel modo giusto. Bisogna inserire l’educazione ambientale in tutti gli ordini scolastici: fa la differenza. Se in città riusciamo a coltivare ed ospitare frammenti di biodiversità, vuol dire che ognuno smette di guardarla sullo schermo del computer e comincia a osservarla nel giardino di casa sua. La Lombardia ha la colonia di aironi più numerosa d’Europa. C’è una coppia di aironi che abitano nella Montelungo, la sera arrivano puntuali al nido. Bisogna parlare di queste tematiche: c’è davvero voglia di capire, imparare. Va intercettata e fatta crescere per essere cittadini migliori, ed ospiti migliori del nostro unico pianeta.