Il signor Cernuschi, che a 78 anni
va sano e va lontano. Ma di corsa

«La soddisfazione più grande è arrivare, arrivare fino in fondo. Tutto qui. È bello tagliare il traguardo dopo aver percorso chilometri e chilometri. È come arrivare in cima a una vetta, in montagna: non fa molta differenza. Essere stanchi, avere la felicità di godersela, poter dire: “Sì, ho fatto anche questa”. Questo è il bello delle cose». L’età non conta, è il coraggio che serve. Ne ha da vendere Antonio Cernuschi, a 78 anni ancora lì a dirsi che di cose ne ha fatte tante, ed è vero. Cernuschi è uno dei più longevi runners della Bergamasca, uno di quelli che la carta d’identità non conta, anche se alla sua età non sempre è facile. Pesano di più il coraggio e la volontà, anche quando il fisico comincia a dirti che è meglio tirare un po’ il freno. «Quando si va in pensione si cerca di fare qualche attività, qualcosa per tenersi in forma, per fare movimento e non stare sempre fermo sul divano. Così ho cominciato a camminare, e piano piano la passione mi è venuta, è cresciuta strada facendo. Adesso non posso farne a meno. Io non avevo mai fatto sport sul serio, ho iniziato a sessant’anni, in pratica quando sono andato in pensione».

 

 

Antonio è stato premiato dalla Bergamo Runners per la sua straordinaria volontà, ha vinto due volte il titolo italiano di ultramaratona (nel 2017 e nel 2018) ma soprattutto è un uomo carico di valori positivi. La cerimonia l’hanno fatta all’oratorio di Celadina e c’erano tutti i migliori runners del 2018 che è appena passato. Insieme ad Antonio, è stato premiato anche Rosario Baratti, che ha perso la vista all’età di 45 anni per colpa di una malattia. Sono storie che fanno bene al cuore, che danno un senso alle cose. Ultrasettantenne, Cernuschi si gode il tempo libero così, partecipando «alle 24 ore, alla 100 chilometri del Passatore o alle 50 miglia. Se partecipo alle maratone devo guardare le classifiche al contrario per trovare il mio nome, se invece partecipo a gare più lunghe posso ambire a un bel piazzamento». È nato e cresciuto a Bergamo, «sono di Borgo Santa Caterina che adesso è un po’ cambiato rispetto a tanti anni fa ma è sempre bello». Ha tre figli (Stefania, Giovanni e Marco) e, tiene a precisare Antonio, «sette bellissimi nipoti». A casa nessuno fa sport (nessuno come lui), «e sanno che per me è una cosa bella e non sono preoccupati». Aveva un negozio di alimentari, e il tempo era sempre poco. Infatti da ragazzo lo sport era un lusso. «Mi piaceva andare in montagna, quello sì. E anche andare in bici, ma non ho mai fatto sport a livello agonistico. Idoli? Pochi, quasi nessuno. Mi piaceva Gimondi, sì, ma solo perché ha la mia età ed è bergamasco come me. Ho sempre ammirato molto i grandi scalatori, Walter Bonatti, Reinhold Messner, Riccardo Cassin, questi qui. Sono uomini coraggiosi, che hanno fatto delle imprese in montagna. Ai miei tempi ce n’erano diversi che portavano a termine imprese leggendarie. È una cosa che mi ha sempre affascinato e che ho sempre guardato con grande ammirazione».

Quella di Antonio è, in fondo, una piccola metafora della vita. Alla sua età corre più contro se stesso. Il tempo e gli avversari contano meno, quasi nulla. Anzi, non conta niente. Anche se poi lui i piazzamenti riesce a farli… «Faccio le corse agonistiche e mi confronto con gli altri – dice -, però lo faccio principalmente per me stesso, corro per me e contro di me. È normale che sia così. Alla mia metà il bello di queste cose è arrivare alla fine di una corsa, riuscire ad arrivare in fondo all’obiettivo che mi sono prefisso prima di partire. Che ci siano altri concorrenti, va be’, questo conta meno; quando sei dentro, in mezzo al gruppo, cerchi di dare il massimo, ma non è che mi confronti con i giovani. Quelli hanno un altro passo. La mia soddisfazione è arrivare in fondo, tagliare il traguardo e godermi quelle sensazioni, tutto qui». Esce a correre tre, quattro volte a settimana. «Con il freddo cerco di stare in casa. Cammino un po’, per la schiena, per tenere in movimento il ginocchio, se cammino l’anca non mi fa male. E in casa mi tengo in allenamento con un po’ di cyclette». Senza strafare, però: non è lo scopo di Antonio. «Alla fine corro dieci, dodici corse l’anno. Un numero normale. C’è una collega che ne farà cinquanta: ha 65 anni, mica male». Antonio si accontenta di godersi il paesaggio e di spingere appena un po’ quando il corpo glielo permette. «Quando si arriva al traguardo è un gioia, specialmente se la corsa è stata lunga o se si è faticato un po’ troppo. È il bello delle cose, è il bello della corsa».

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