Silvano, memorie su pellicola
Il primo vero fotografo seriatese

Se una foto vale più di tante parole, nessuno meglio dello storico fotografo di Seriate potrebbe raccontarci quegli scorci dimenticati della vita cittadina di un tempo. Classe 1936, il signor Silvano Terzi fu il primo fotografo ad aprire in paese: ora è diventato un personaggio amato e, a tutti gli effetti, famoso tra i seriatesi grazie alla pagina Facebook Sei di Seriate se.

Fotografo con vista. «Io sono pensionato e ho tempo: mi metto qui al computer, vado su Facebook e pubblico qualche foto, condividendola. A volte sono foto che scatto in giornata, altre volte sono foto storiche», racconta il signor Silvano, che non ha mai perso la passione di imprimere per sempre in un flash i paesaggi che lo circondano. Insieme alla moglie Ornella e ad Andrea, uno dei due figli, vive in via Italia, in un appartamento al sesto piano che gli regala una vista stupenda: «Vedo tutta Seriate, Comonte con la collina, Torre de’ Roveri, Brusaporto, Orio al Serio e l’aeroporto. Città Alta è uno spettacolo da qui e, se c’è limpido, appaiono i grattacieli di Milano. Da qui io scatto tutte le mie foto, è il mio piccolo laboratorio: con un obiettivo potente e con questo panorama, si possono davvero cogliere anche i più piccoli dettagli».

 

Silvano Terzi (nato nel 1936) con il padre Giovanni (classe 1885) fuori dal loro negozio di fotografia in via Italia

 

I tempi della miseria e dell’infanzia. Torniamo però un attimo indietro. «I miei genitori, Maria e Giovanni, avevano aperto una tabaccheria nella vecchia piazza Roma, che ora è diventata piazza Papa Giovanni XXIII, proprio di fronte al sagrato della chiesa parrocchiale. Eravamo una sorta di bazar: si vendeva soprattutto il tabacco da fiuto, per cui eravamo diventati famosi in provincia grazie a un sapiente mix di tabacchi che mia madre aveva creato». Era uno di quei negozi che ora non esistono più, dove non si vendevano solo tabacco e sigarette, ma anche lampadine, pile, saponette, profumi, caramelle, fialette d’alcool per gli accendini. «Ai tempi si era davvero poveri, c’era una miseria che oggi non ci immaginiamo neanche: ricordo che vendevamo anche le sigarette sciolte e le Alfa erano quelle più economiche. Spesso la stessa persona passava a prenderne due al mattino e due alla sera perché non aveva abbastanza soldi per comprarne di più, altri invece barattavano con mia mamma qualche uovo di gallina in cambio di qualche sigaretta». Di gente ne girava tanta perché lì vicino c’era una fontana sul sagrato della chiesa: fino agli Anni Cinquanta, nelle case non c’era acqua corrente e si era costretti ad andare con i secchi a far rifornimento alla fonte comune.

«Alla sera ci mettevamo fuori dalla tabaccheria seduti su una sedia, guardando la gente che passava e scambiando due chiacchiere (e avendo poi due sorelle, i pettegolezzi tra donne erano assai usuali!). Vicino al nostro negozio, sull’attuale via Dante, c’erano il fornaio Manenti e la salumeria, sempre di proprietà dei Manenti, poi un fruttivendolo della Bepa fritarola, il bar Pippo, il bar osteria Toscanì… Come dicevo, la povertà era tanta: non c’erano ancora le automobili, ma il signor Tuccio Piccinelli aveva un birocc, un calesse col cavallo e, ogni volta che passava, noi bambini gli correvamo dietro, felici come se fosse chissà che!».

La prima tv. La famiglia del signor Silvano è stata la prima ad avere il televisore: «I vicini di casa venivano da noi, muniti di sedie, per vedere Lascia o raddoppia. Mi ricordo ancora che bussavano ed entravano con la loro seggiola: “Permesso, sciura Maria!” e in un batter d’occhio eravamo una ventina di fronte alla tv, come al cinema! Persino l’arciprete, che era monsignor Guglielmo Carozzi, spesso ci chiedeva di poter ascoltare i…»

 

Per leggere l’articolo completo, rimandiamo a pagina 22 e 23 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 7. In versione digitale, qui.

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