Il simbolo della Repubblica Italiana
Una storia curiosa e travagliata

Fra addio di Napolitano e avvento di Mattarella, nelle ultime settimane, su ogni strumento mediatico regnavano i simboli più eminenti del nostro Paese: la bandiera tricolore, l’inno di Mameli e quella strana stella con due rami intorno che di preciso non si sa bene cosa sia, ma fatto sta che è sempre lì. Osservandola con attenzione, si scopre di averla ben in mente, probabilmente perché è ovunque: su qualsiasi documento istituzionale, sui passaporti, persino sui pacchetti di sigarette. Ma cosa rappresenta allora questo comune quanto ignoto simbolo? Si tratta nientemeno che dello stemma della Repubblica Italiana, pensato nel 1948 e mai più modificato. La storia e il significato di tale emblema merita senz’altro di essere conosciuta, così che ogni volta che verrà accesa una sigaretta, varcato il confine o stappato un liquore, ognuno potrà sentirsi un po’ più italiano.

 

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[Paolo Paschetto al lavoro]

 

I concorsi indetti da De Gasperi. Attraverso un esercizio di ripasso storico facile facile, sovviene subito alla mente la situazione del nostro Paese all’alba del 1948: la guerra era finita, e con essa la dittatura fascista nonché, per volontà dei cittadini, la monarchia. Eravamo diventati Repubblica, alla quale non poteva assolutamente essere accostato lo stemma caratteristico della famiglia Savoia. Occorreva dunque pensare ad un nuovo simbolo, che rappresentasse la nuova forma di governo e le caratteristiche peculiari del popolo italiano in forma sintetica ma chiara.

All’epoca, le redini del Paese erano nelle mani di Alcide De Gasperi, il quale decise, per ovviare alla mancanza, di indire un concorso pubblico nazionale: qualunque cittadino avrebbe avuto la possibilità di esprimere la propria proposta, la quale sarebbe stata valutata da apposita commissione al fine di trattenere le cinque migliori; che, oltre al motivo principale dato dalla sempiterna gloria patriottica, avrebbero fruttato agli ideatori 10mila lire (o forse le due cose sono da considerare per gradi di importanza inversa). Fatto sta che al concorso risposero 341 candidati, con 637 progetti in bianco e nero.

 

primo simbolo paschetto

[Il primo bozzetto]

 

Vennero selezionati i cinque migliori, e i relativi disegnatori furono chiamati a preparare nuove bozze, questa volta con un tema ben preciso, imposto dalla Commissione: una cinta turrita che avesse forma di corona, circondata da una ghirlanda di fronde della flora italiana, con in basso la rappresentazione del mare e in alto la Stella d’Italia d’oro; infine, le parole unità e libertà. Dei cinque rimasti la spuntò Paolo Paschetto, artista torinese, classe 1885, il cui ulteriore sforzo di creatività venne stimolato con altre 50 mila lire. Venne dunque presentato il prodotto definitivo, secondo i dettami imposti dalla Commissione. Ma ci fu un piccolo e semplice intoppo: non piaceva a nessuno. Qualcuno lo definì addirittura una «tinozza» e De Gasperi stesso, in una lettera a Terracini, lo giudicò «un simbolo non molto ben riuscito e rappresentativo».

De Gasperi annunciò allora alla nazione, per via radiofonica, che era stato indetto un secondo concorso pubblico, secondo le medesime modalità del primo, per riuscire a giungere ad un risultato soddisfacente. Rullio di tamburi e colpo di scena da fa impallidire Alfred Hitchcock, chi si aggiudicò il secondo bando? Nientemeno che Paolo Paschetto stesso, di nuovo. In questo paradossale déjà vu, venne però stabilito un nuovo paletto, ovvero che il futuro simbolo avrebbe dovuto richiamare l’idea di lavoro, in accordo con il primo articolo della Costituzione, fresca di redazione («L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro»).

 

simbolo attuale

 

Il progetto definitivo. Questa volta la Commissione decise di mantenersi essenziale, dettando poche e chiare indicazioni cui il Paschetto si attenne alla perfezione. Il risultato fu l’immancabile Stella d’Italia in centro (che, nella storia del nostro Paese, ha sempre simboleggiato protezione e speranza) con sullo sfondo una ruota dentata d’acciaio, a richiamare la laboriosità, un ramo di ulivo sulla sinistra, che rappresenta la volontà di pace della nazione sia nel senso di concordia interna che di fratellanza internazionale, e un ramo di quercia sulla destra, che incarna la forza e la dignità del popolo italiano.

Questo nuovo progetto venne finalmente accolto con favore, anche se senza particolari entusiasmi a dire il vero, e il 5 maggio 1948 venne ufficialmente dichiarato il simbolo della Repubblica italiana. È capitato, nei decenni successivi, che un paio di volte qualcuno abbia pensato di modificare lo stemma del Paschetto: ci provò Craxi nel 1987, lanciando un concorso addirittura internazionale, il quale però non produsse idee particolarmente convincenti; e ci provò pure Cossiga, da Presidente della Repubblica, ma anch’egli senza alcun successo.