Stefano voleva fare l’astronauta
Nello spazio ci è arrivato lo stesso

«Da piccolo sognavo di fare l’astronauta, non ci sono ancora riuscito, ma in qualche modo nello Spazio ci sono arrivato». Dal sogno alla scienza, a volte, il passo è breve. Stefano Ferreri, 33 anni, di Terno d’Isola, è un ingegnere aerospaziale. Dal 2010, anno della sua laurea specialistica, conseguita al Politecnico di Milano dopo aver fatto il liceo scientifico al Mascheroni di Bergamo, vive a Darmstadt, vicino a Francoforte. Dalla Germania lavora per una multinazionale canadese, la CGI Inc., che si occupa di Information Technology (i campi di applicazione sono: difesa, intelligence, spazio, sanità, servizi umani, sicurezza pubblica, giustizia). L’azienda ha sedi in quaranta Paesi con circa 400 uffici e impiega 78.000 persone, di cui mille per progetti legati allo Spazio. Ha un fatturato annuo che si aggira su 10,7 miliardi di dollari e nella lista di Forbes Global si è classificata al 995° posto mondiale. In questa azienda Stefano Ferreri, dal luglio 2017, coordina un gruppo di quindici ingegneri che lavorano a tre progetti: uno per Eumetsat (l’agenzia europea specializzata nella gestione dei satelliti meteorologici) e due per un cliente privato che gestisce una mega-costellazione di satelliti per la distribuzione di internet in tutto il mondo. Di fatto ne sorveglia centinaia tra i 17.800 che orbitano intorno alla Terra. Esiste un sito (QUESTO), dove li si possono vedere addirittura in diretta con il tracciamento di ogni orbita.

 

 

Come è maturata la possibilità di lavorare per questa multinazionale?

«Poco più di due anni fa decisi di lasciare L’ESA (l’Agenzia Spaziale Europea) e le missioni scientifiche per cimentarmi nel campo commerciale dello Spazio, in particolare nelle telecomunicazioni. Non fu una scelta facile. La mia esperienza maturata all’Agenzia non era rilevante nel campo per cui lavoro oggi e quindi dovetti fare due passi indietro dal punto di vista dell’incarico e delle responsabilità, ma volevo crescere professionalmente e pensai che quella sarebbe stata un’opportunità da non perdere. Ed ora eccomi qua».

Che tipo di lavoro sta facendo?

«I due progetti più complessi su cui stiamo lavorando rappresentano una sfida globale delle telecomunicazioni alla quale partecipiamo con una squadra dalla Germania, unitamente a una squadra di colleghi in Inghilterra e a un’altra squadra in Canada. Non posso entrare nei particolari per vincoli contrattuali legati al segreto industriale. Come in tutti i progetti in campo spaziale, l’ambiente per cui lavoro è molto internazionale: nel mio gruppo ci sono ingegneri e laureati da tutto il mondo (Colombia, Turchia, USA, Scozia, Vietnam, India, Australia, Ungheria). La parte più delicata, ma al tempo stesso più interessante, è sicuramente il rapporto umano: penso sia importante riuscire a trovare le leve giuste per motivare tutti i membri della squadra, adattarsi alle varie culture e ai loro diversi modi di pensare, riconoscerne i meriti».

Lei è salito agli onori della cronaca già nel 2013 in occasione del lancio della missione Gaia.

«Fu una grande soddisfazione per tutti i membri della missione. Uno degli obiettivi del satellite è quello di creare una…

 

Articolo completo a pagina 12 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 21 novembre. In versione digitale, qui.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.