Storia di Roald Dahl, lo scrittore
che guardava i bambini negli occhi

«Roald Dahl era altissimo, quasi un gigante: i suoi genitori infatti venivano dalla Norvegia, la patria dei giganti e degli gnomi». Giganti e gnomi nelle prime due righe di una biografia rendono bene l’unione di “vero” e “immaginario”, nella vita e nelle opere, di colui al quale la biografia appartiene. In questo caso: Roald Dahl. È con questa chiave, infatti, che lo scrittore (classe 1916, nato e cresciuto in Inghilterra da genitori, appunto, norvegesi) è entrato di diritto nel novero degli autori per ragazzi più importanti di questo e del precedente secolo, con romanzi come La fabbrica di cioccolato, Matilde, Il GGG, Le streghe (alcuni dei quali anche trasposti al cinema, con successo).

Una vita, la sua, che ha già in sé del normale e del meraviglioso. Il padre che ancora ragazzino, in Norvegia, perde un braccio perché un medico ubriacone gli curò male (disastrosamente) una semplice frattura rovinandogli talmente l’arto che poi non si poté far altro che amputarglielo. Ciononostante, una volta cresciuto, partì, col fratello, alla volta prima della Francia e poi dell’Inghilterra e diventò un benestante un uomo d’affari. Ebbe una moglie che gli diede due figli, poi la moglie morì, lui si risposò, e da questa seconda moglie ebbe altri quattro figli. Quando Dahl aveva sei anni, perse nel giro di pochi mesi la sorella maggiore (la prima nata dall’unione di sua madre e suo padre) e il padre stesso, “ammalato” di dolore per la morte dell’adorata figlia. A quel punto la madre, norvegese, non tornò nel Paese d’origine, dove pure aveva genitori, suoceri e parenti pronti ad accoglierla, ma decise con coraggio di rimanere a vivere in Inghilterra coi cinque figli (di cui due non suoi) per la promessa fatta al marito: i figli avrebbero studiato nelle scuole inglesi, «le migliori al mondo».

 

 

In Boy, autobiografia romanzata (ma non troppo) di Dahl, dove tutto ciò è stato raccontato, da questo momento in poi si apre per lo scrittore un capitolo lungo dieci anni abbondanti, tanti quanti egli trascorse nella famose “scuole inglesi”, ovvero fino ai suoi diciott’anni. Capitolo doloroso e, per il lettore, rivelatore di una realtà dura a dir poco, nascosta, vergognosa, fatta di punizioni corporali entro le mura dei blasonati istituti britannici, di cui Dahl fu sia atterrita vittima (lui, che fino a quel momento aveva visto nei suoi genitori e nei nonni norvegesi, presso cui trascorreva meravigliose vacanze in estate, modelli di amore, saggezza e coraggio, ora “scopriva” quanto gli adulti potessero essere anche malvagi) sia disgustato spettatore.

Non stupisce quindi che appena le scuole superiori terminarono, lo scrittore non ebbe alcun desiderio di proseguire la sua carriera scolastica nei college inglesi, ma acchiappò al volo l’opportunità di cambiar vita e di andare via di lì. Assunto dalla compagnia petrolifera Shell, fu spedito, con sua grande gioia, in Africa. Mentre si trovava ancora lì, scoppiò la Seconda Guerra Mondiale e dal 1939 Dahl divenne un pilota della RAF e sorvolò su molti Paesi per combattere per il Regno Unito. Durante uno di questi voli, il suo aereo fu abbattuto, incidente che gli costò una semi-cecità momentanea e sei mesi di ospedale ad Alessandria, poi tornò a volare. Al termine della guerra fu inviato a Washington per ricoprire un ruolo diplomatico, ma si dice che come molti intellettuali dell’epoca la sua reale attività fosse quella di spionaggio. È solo qui che comincia a scrivere (inizialmente e principalmente racconti e romanzi per bambini, ma scriverà anche soggetti e sceneggiature cinematografiche – tra cui I GremlinsAgente 007 – Bersaglio mobile). E qui nel ’53 sposa la prima moglie, l’attrice Patricia O’Neal (l’amante agée del protagonista maschile di Colazione da Tiffany, per intenderci), da cui avrà cinque figli, e, tornato in Inghilterra negli anni Ottanta, ne sposerà una seconda che gli rimarrà accanto fino alla morte, nel 1990, avvenuta all’età di 74 anni per leucemia. Dahl conobbe lo stesso dolore del padre quando la figlia Olivia morì per complicazioni dovute al morbillo: aveva 7 anni, la stessa età che aveva la sorella maggiore quando morì anni e anni prima. E non fu l’unico dolore familiare.

Dahl piace perché i bambini li guarda dritto negli occhi: il suo stile è semplice, fatto di frasi brevi e a volte linguaggio schietto (ma mai volgare). Senza troppi giri di parole. Eppure riesce a sposare quest’essenzialità con la potenza della fantasia e delle sue storie, dei suoi personaggi; riesce con pochi tratti a catapultare i lettori in altri mondi, così come a renderli intimamente partecipi dei sentimenti dei personaggi, delle loro paure, del loro stupore, delle loro preoccupazioni. Ci fa fremere con il bimbo protagonista di Danny il campione del mondo quando si addentra clandestinamente nel bosco del prepotente signor Hazell per attuare il piano di portargli via tutti i fagiani e tirargli il più grosso scherzo mai fatto prima; e ci fa anche immedesimare nei timori del padre di Danny, che lo affianca in quest’impresa, durante la quale cade in una buca-trappola in quel bosco e, con una gamba rotta, deve trascinarsi via di lì prima che le guardie lo scoprano. Ci fa tremare dalla paura quando ci descrive le Streghe, protagoniste dell’omonimo romanzo, coi loro cranii calvi, lunghi e attorcigliati artigli al posto delle unghie, saliva blu, e piedi senza dita… Ci rincuora quando Sofia, protagonista del bellissimo Il GGG, scopre che quel Grande Gigante Gentile buffo con enormi orecchie entrato di soppiatto in camera sua e che se l’è portata via a lunghissime falcate è in realtà un essere meraviglioso di cui potersi fidare. Ci scalda il cuore quando l’intelligentissima protagonista di Matilde trova finalmente nella signorina Dolcemiele qualcuno che la ami teneramente.

Dahl piace perché ha un modo pacifico, intelligente e bellissimo per prendersi le sue rivincite sulla vita: le sue storie. Non è difficile ravvisare in tanti romanzi e in tanti personaggi, tratti dell’intensa vita dello scrittore. L’odiosa nonna di George, il protagonista di La magica medicina, non può non ricordare nella sua magrezza e nei suoi occhietti cattivi la signora Pratchett, anziana proprietaria di un negozio di dolci di cui Dahl parla in Boy e che denunciandolo all’allora rettore della scuola di lui per uno scherzo fatto con alcuni compagni (le fece trovare un topo morto in un vaso di caramelle), gli procurò la sua prima punizione corporale. La teutonica e autoritaria signorina Spezzindue di Matilde ricorda una sorvegliante di uno degli istituti frequentati dallo scrittore, che pareva divertirsi sadicamente a cogliere qualcuno in flagrante nei corridoi al momento sbagliato. Le streghe dell’omonimo romanzo altro non potrebbero essere, con la loro apparenza “normale” di brave signore che sorridono ai bimbi e offrono loro caramelle o un animaletto da carezzare, tutti quegli adulti di cui un bimbo d’istinto si fida ma che poi tradiscono ed esercitano una malvagità apparentemente senza motivi e disarmante. Beh, nessuno di loro fa una bella fine…

 

ROALD-DAHL-STAMPS

 

Dahl piace perché dice ai bambini, e non solo, le cose come stanno (cose che i bambini, per nulla stupidi, già sanno, ma di cui con loro troppo spesso non si parla per paura di “traumatizzarli”): e cioè che il male nel mondo c’è. Ma non ne fa una tragedia, piuttosto un’opportunità, ritagliando nell’orizzonte dei suoi lettori, sempre con parecchia ironia (del resto, norvegese + educazione british = no concessioni a sdolcinerie assortite), una raggiungibile speranza che fa chiudere l’ultima pagina di un suo romanzo con un sospiro. Gli esempi di come lo scrittore non solo scrisse così i suoi romanzi, ma visse così la sua vita non mancano: il primo esempio per lui fu ovviamente la madre che, rimasta vedova e con cinque figli in una terra che non era la sua, non si arrese a quella situazione, ma la visse da protagonista senza troppi vittimismi. Anni dopo, a soli quattro mesi di vita, Theo, l’unico figlio maschio di Dahl, fu investito da un taxi mentre era nella sua carrozzina. Tra le varie lesioni riportate, la più grave fu l’idrocefalo. Lo scrittore, con due amici – un neurochirurgo e un ingegnere – mise a punto un congegno, la valvola Wade-Dahl-Till, per alleviare la pressione cranica che successivamente fu utilizzato da molti altri soggetti che si trovano in questa condizione (lo scrittore è anche fondatore della Roald Dahl’s Marvellous Children’s Charity, un’associazione che aiuta bambini gravemente ammalati). Inoltre, dopo che la moglie Patricia, nel ’65, cominciò ad essere colpita da alcuni gravi ictus, lo scrittore si ingegnò a ideare una serie di tecniche per cercare di riabilitarla il più possibile, nonostante i medici gli avessero detto che la donna non si sarebbe mai ripresa. E queste tecniche sono ora delle procedure standard in tutto il mondo tra i vari trattamenti delle vittime di ictus.

Nei romanzi di Dahl c’è il mondo normale dentro cui si nasconde un mondo meraviglioso (o quanto meno fantasioso). Ci sono storture e cattivi, ma anche padri amorevoli, maestre comprensive, nonne strabilianti. Chi si prende un castigo se l’è meritato e il finale non è tanto un “vissero felici e contenti” quanto un “superarono una difficoltà con l’ingegno e se la lasciarono alle spalle, vivendo intensamente il resto della loro vita”. Che è un po’ quello che Dahl fece quando a bordo di un aeroplano se ne andò in Africa a vivere la sua avventura, lasciandosi alle spalle gli episodi più tristi e mortificanti della scuola. «Si può fare», sembra essere il suo monito «siate bravi, e vedrete!».

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