La struggente storia di Naty
l’amante dagli occhi verdi di Fidel

«I tuoi occhi, i tuoi occhi» poche parole, le uniche che lo scrittore Ernest Hemingway disse a Natalia Revuelta, da un telefono pubblico di un bar de L’Avana. Perché Naty (a Cuba la chiamavano tutti così), nell’isola rossa dei Caraibi, non passava inosservata. I suoi occhi smeraldo stregavano ogni uomo, la sua eleganza era ammirata da ogni donna, la sua intelligenza affascinava chiunque. In particolare affascinò una persona che avrebbe segnato per sempre la sua esistenza: Fidel Castro.

Sabato 28 febbraio, all’età di 89 anni, Natalia Revuelta è morta, con al suo fianco la fida collaboratrice Carmen Garcia e, soprattutto, la figlia Alina, nata da quella storia d’amore con il Líder Máximo, il quale non riconobbe mai però il frutto di una fugace ma intensa notte di passione del 1955.

 

Naty revuelta

[Natalia Revuelta da giovane]

 

«Non ho avuto una vita orribile, ma il mio Paese sì». Appena ventenne, Naty era già una donna fatta e finita. Bellissima, era la rampolla di una nobile famiglia de L’Avana. Il suo matrimonio con il cardiochirurgo Orlando Fernandez, di quasi vent’anni più grande di lei, le aveva aperto anche quelle poche porte che ancora non aveva avuto la possibilità di aprire nella borghesia cubana. Le sue giornate passavano tra piacevoli letture allo Yacht Club, discussioni brillanti con alcuni dei più grandi intellettuali dell’isola e party serali dove il lusso regnava sovrano. La sua indole, però, era quella di una combattente. Le piaceva la sua vita, era conscia di essere fortunata, ma allo stesso tempo non si capacitava di come si potesse permettere al 90% della popolazione cubana di vivere in condizioni penose. La biografa Georgie Anne Geyer, nel suo libro Guerrilla Principe, scrisse di lei: «Era una delle donne più squisitamente belle di tutta Cuba, ma anche una donna terribilmente affascinata dall’avventura e dagli spiriti rivoluzionari».

Parlando all’edizione americana di Vanity Fair, nel 2011, Naty affermò: «La mia non è stata affatto una vita orribile, ma quella del mio Paese sì. Tutti rubavano, dal presidente in giù. I nostri ministri sono diventati ricchi, e anche i loro segretari. I poliziotti erano dei killer, solo che indossavano un’uniforme. Ogni giorno sentivi storie di persone torturate, dei loro corpi gettati in mezzo alle strade o nel mare, per divenire poi il pasto degli squali… Per questo iniziai ad aiutare i ribelli». Era il 1950 quando, per la prima volta, gli occhi smeraldo di Naty incontrarono lo sguardo tenebroso e brillante di un giovane laureando in giurisprudenza, da due anni sposato con Mirta-Diaz Balart, studentessa di filosofia. Il suo nome era Fidel Alejandro Castro Ruz. Difficile dire se fu amore a prima vista, di certo fu l’inizio di una storia che ha cambiato il corso della storia. E checché ne dica Naty, fu dall’incontro con Castro che lei iniziò a capire veramente cosa significava il termine “rivoluzione”.

«La nostra non fu una storia normale». I due iniziarono a frequentarsi, avevano amicizie in comune. Castro faceva il praticante in un piccolo studio associato, ma il suo animo bruciava di passione rivoluzionaria. Naty era affascinata dal suo eloquio e dal suo carisma. Arrivò il 1952, il 10 marzo 1952, il giorno in cui Fulgencio Batista tornò al potere a Cuba con un colpo di Stato guidato dagli Stati Uniti. Castro divenne immediatamente uno dei più grandi oppositori del dittatore. Mentre accusava Batista, in tribunale, per attentato alla costituzione, raccolse attorno a sé un gruppo di giovani favorevoli alla democrazia liberale, pensatori marxisti e fortemente contrari alla dittatura di Battista. Naty non rimase a guardare: convinse il marito ad aprire le porte della loro casa a Castro e il suo gruppo di amici, in modo che potessero avere un luogo sicuro dove riunirsi. La condizione era solo una: che Fidel fosse l’unico in possesso di un mazzo di chiavi.

Nel 1997, in un’intervista al Toronto Star, Naty raccontò: «Io e mio marito non eravamo le braccia, ma li abbiamo aiutati con soldi tolti dalle nostre tasche. Impegnai diverse cose per dare loro ulteriore denaro. Braccialetti d’oro e un paio di orecchini di zaffiro e diamanti che mi aveva regalato mia madre. Fidel e il suo gruppo iniziarono a incontrarsi nella nostra casa, usandola come una base sicura. Non volevano nulla, non bevevano mai. Parlavano e basta, sottovoce. Hanno riposto la loro completa fiducia in me e io in loro». In quelle mura nacque il “Movimento 26 luglio”, ovvero il gruppo di ribelli allo sbaraglio che il 26 luglio 1953 organizzò un disastroso assalto armato alla caserma della Moncada. Finì male: più di ottanta tra gli assalitori vennero uccisi, Castro fu fatto prigioniero, processato e condannato a 15 anni di prigione. Naty, da lontano, ascoltava le notizie e soffriva. Pensare di non poter più vedere l’uomo che aveva capito di amare profondamente la dilaniava. Del resto, però, anche lei era consapevole di aver scelto un amore difficile: «Non abbiamo mai avuto la possibilità di vivere una storia normale – raccontò al Toronto Star -. Dovete capire che quelli furono anni pericolosi».

 

Natalia-Revuelta

[Natalia Revuelta in una delle sue ultime interviste]

 

«Non posso vivere senza le tue lettere». Fidel Castro, insieme al fratello Raul e a molti altri ribelli, fu quindi incarcerato. Dal carcere, grazie ad alcuni coraggiosi amici in comune, Naty e il rivoluzionario rosso iniziarono a scriversi. Le loro lettere sono bellissime, dialoghi di due persone intelligenti, puramente innamorate, che si scambiavano pensieri, riflessioni e, soprattutto, emozioni. In una missiva datata 1954, Castro scriveva: «Mia carissima Naty, l’attesa delle tue parole mi manda in fiamme. Scrivimi, non posso vivere senza le tue lettere. Ti amo». Intanto, a L’Havana, Naty stava sfruttando le sue conoscenze per tentare di far ottenere la liberazione del rivoluzionario. E ci riuscì: Battista, nel 1955, concesse l’amnistia, a patto che Castro non facesse ritorno a Cuba. Prima di partire per il Messico, però, il futuro Lìder Maximo fece tappa a L’Avana. Qui decise di divorziare con la moglie, la quale, tra l’altro, per errore aveva anche ricevuto una delle lettere che Castro aveva scritto a Naty. Ma soprattutto decise di incontrare nuovamente la Revuelta. I due, finalmente, consumarono il loro amore in una notte di passione e parole. Poi Castro partì. Una volta giunto in Messico, non abbandonò i suoi sogni rivoluzionari e organizzò un nuovo piano per abbattere la dittatura di Battista. Invitò Naty a raggiungerlo, ma lei, a sorpresa, rifiutò. Non gli disse che la loro notte d’amore aveva seminato un frutto: era rimasta incinta. Da quel momento, però, cambiò tutto.

 

Alina Fernadez Revuelta

[Alina Fernandez Revuelta mostra una foto di lei ragazzina con Fidel Castro. Non sapeva fosse suo padre]

 

«Ci ho messo molto a togliermelo dal cuore». Il 19 marzo 1956 nacque Alina Fernandez Revuelta, figlia di Natalia Revuelta e Fidel Castro, mai riconosciuta dal Lìder Maximo. Il marito di Nati, Orlando Fernandez, pur consapevole di non essere il padre di Alina, decise di riconoscerla. Naty rivide Castro solamente 4 anni dopo la notte in cui fu concepita loro figlia, nel 1959, quando l’uomo che aveva tanto amato entrò trionfalmente a L’Avana dopo aver fatto decadere il regime di Battista. Non ci volle molto perché Naty capisse che Castro «aveva messo il suo piano rivoluzionario davanti alla sua vita privata», come raccontò lei stessa a La Vanguardia nel 2008. Nel 1961, Orlando Fernandez decise di lasciare Cuba e trasferirsi negli Stati Uniti. Con sé portò anche Natalie, la prima figlia di Naty. Lei accettò la scelta del marito e rimase a L’Avana, sola, con Alina. Nonostante la sua storia d’amore con Fidel Castro fosse oramai finita e lei ne fosse ben conscia, rimase per sempre fedele a lui e alla rivoluzione, lavorando come funzionaria prima al Centro nazionale di ricerca scientifica e poi al ministero del Commercio estero. Ad Alina confessò l’identità del suo vero padre solamente anni dopo, quando la bambina era già diventata una ragazza. Una confessione da cui la giovane non si riprese mai.

Nel 1993, Alina decise di fuggire da Cuba: travestita da turista spagnola e con un passaporto falso, sbarcò negli Stati Uniti. Ancora una volta, sua madre decise di non fuggire e rimanere nella sua amata isola. Negli Usa, rivelata la sua vera identità, Alina scrisse un libro in cui accusò Fidel di essere un uomo «di estrema crudeltà». Solamente negli ultimi mesi ha rimesso piede a L’Avana grazie a un permesso che gli ha concesso lo “zio” Raul, per poter assistere la madre negli ultimi mesi della sua vita. E il 28 febbraio l’ultimo sospiro di Naty è arrivato. Aveva al suo fianco Alina, ma non ha mai negato di essersi sempre «sentita molto sola, senza una famiglia vera. Ci ho messo un sacco di tempo a togliermi dal cuore Fidel». Probabilmente, anche sul letto di morte, i suoi ultimi pensieri sono andati a quell’uomo che aveva tanto amato, a cui ha donato i suoi averi, i suoi sogni, i suoi anni migliori e i suoi occhi color smeraldo. Chissà se, saputa la notizia, Fidel Castro ha ripensato alle parole che oltre 60 anni fa scrisse dal carcere: «Mia carissima Naty, ci sono cose eterne nella vita nonostante le miserie. Ci sono cose eterne. E questa è l’impressione che ho di te: ho ricordi così indimenticabili che li porterò con me nella tomba».