Tutti i segreti di Ennio Morricone
Tipo C’era una volta in America

Ennio Morricone è, in effetti, uno dei più grandi compositori della storia del cinema. Se la vogliamo dire con le onoreficienze raccolte sul campo, ha vinto 3 Golden Globe, 6 Bafta, 10 David di Donatello (e per altri 5 la candidatura), 5 nastri d’argento. E poi, un Oscar alla Carriera nel 2007, e – finalmente, alla sesta nomination – l’Oscar alla Migliore colonna sonora per The Hateful Eight di Tarantino. Ha anche una stella sulla Hollywood Walk of Fame, la mitica passeggiata di Los Angeles dove sono ricordati tutti i più grandi dello spettacolo, e a lui è stato dedicato nientemeno che un asteroide, il 152188 Morricone.

L’autobiografia. Dall’inconfondibile sonorità del far west di Sergio Leone all’epocale soundtrack di C’era una volta in America, da Mission agli Intoccabili, la sua è musica che si descrive con un solo aggettivo: indimenticabile. Un motivo che va ben oltre il semplice accompagnamento, e che si fa corpo assieme all’immagine, divenendo pasta tangibile e presentissima della pellicola. Come nascono questi capolavori? Dove viene scovata l’ispirazione? Chi è davvero l’uomo che c’è dietro? Il suo ritratto emerge tra le pagine della sua autobiografia in forma di dialogo, nelle librerie in questi giorni per Mondadori, Inseguendo quel suono. La mia musica, la mia vita. Una conversazione, frutto di anni di incontri, con il compositore Alessandro De Rosa, ricca di aneddoti e riflessioni, per alzare il velo al di là del mito (a proposito di velo, il maestro sta affrontando una causa con gli eredi del suo chitarrista Pino Rucher, legata alla paternità degli assoli della Trilogia del dollaro: la prossima udienza sarà il 9 giugno).

 

 

La presentazione promette bene: «Questa lunga esplorazione, questa lunga riflessione, a questo punto della mia vita è stata importante e persino necessaria. Entrare in contatto con i ricordi non significa solamente malinconia di qualcosa che sfugge via come il tempo, ma anche guardare avanti, capire che ci sono ancora, e chissà quanto ancora può succedere». Si legge sul sito ufficiale di Mondadori: «È un dialogo denso e profondo, e allo stesso tempo chiaro ed esatto, che parla di vita, di musica e dei modi meravigliosi e imprevedibili in cui vita e musica entrano in contatto e si influenzano a vicenda. Morricone racconta con ricchezza di particolari il suo percorso: gli anni di studio al Conservatorio, gli esordi professionali per la Rai e la Rca dove scrive e arrangia numerose canzoni di successo – sua, tra le tante, Se telefonando, interpretata da Mina –, le collaborazioni con i più importanti registi italiani e stranieri, da Leone a Pasolini, a Bertolucci e Tornatore, da De Palma a Almodóvar, fino a Tarantino e all’ultimo premio Oscar. In pagine che danno vertigine a chiunque ami la musica e l’arte, il maestro apre per la prima volta le porte del suo laboratorio creativo, introducendo il lettore alle idee che stanno al cuore del suo pensiero musicale e fanno di lui uno dei più geniali compositori del nostro tempo. Con lucida onestà Morricone ci racconta cosa significa per lui comporre, svelandoci il rapporto misterioso e ambivalente che lega musica e immagini nel cinema, ma anche l’urgenza creativa che sta alla base delle sperimentazioni nell’ambito della musica assoluta. Le pagine procedono in un dialogo che unisce il dato biografico alla riflessione musicologica, l’aneddoto alla spiegazione tecnica».

 

 

La bella intervista al CorriereIntanto, il Maestro ha anticipato qualche suo segreto e un po’ di retroscena a Valerio Cappelli del Corriere della Sera. Una bella intervista, semplice ma non banale, in cui scopriamo, ad esempio, che C’era una volta in America era stata scritta per Amore senza fine di Zeffirelli. Ma poi il regista voleva infilare nel film una canzone di Lionel Richie e – si sa quant’è inflessibile – il Maestro piantò lì tutto. Per farla poi sentire a Sergio Leone quando gli chiese: «Hai mica degli scarti di altri film che non hai usato?». Chiamali scarti.

Oppure si viene a sapere che il Maestro ha la passione per gli scacchi, di cui detiene la seconda categoria nazionale e che avrebbe potuto diventare una strada, al posto della musica. Racconta a Cappelli: «Io non avevo una vocazione alla composizione, è stato un processo graduale. Prima volevo diventare medico, poi scacchista: patteggiai col grande Boris Spasskij, e vinsi facile con Terrence Malick. Ora gioco con Mephisto, una scacchiera elettronica. In genere vince Mephisto. Gli scacchi sono parenti della matematica e la matematica lo è della musica».

 

 

E come nascono le sue opere? Dai timbri, dice, con qualche influenza importante (Petrassi, Nono, Stravinskij, Palestrina, Monteverdi, Frescobaldi e Bach). Ma dai timbri. Il leit motiv di Sosteiene Pereira, ad esempio, è nato «durante una manifestazione di fronte a casa mia. C’era una protesta accompagnata da suoni e parole ritmate». Insomma, l’«intuizione che arriva quando meno te l’aspetti».

Della sua inflessibilità severa e consapevole, invece, si ha segno un po’ sempre. Ci tiene a specificare, per dirne una, di aver «rifiutato tanti film quanti ne ho fatti, circa 500. Una volta il regista Flavio Mogherini (padre di Federica, superministro Esteri della Ue, ndr) mi chiese: perché non mi fai un bel pezzo alla Ciajkovskij? Gli attaccai il telefono. Non lo rividi più». E con lo stesso metodo ferreo, alla bella età di 88 anni, ogni mattina si sveglia alle 4, legge i giornali e fa ginnastica (la moglie no, la moglie gli ha detto: «Senti, io torno a letto»). Poi, alle 8.30, comincia a scrivere. Di solito, capolavori.

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