È il momento di alzarsi tutti in piedi
Tentorio sta uscendo dall’aula

Franco Tentorio, 73 anni, è da sempre in politica. Ci è entrato da giovane dalla parte destra, allora la più scomoda, iscrivendosi al Movimento sociale italiano. Rappresentante degli studenti del Fuan (l’associazione universitaria del Msi) in Bocconi, finisce il suo corso di studi un attimo prima della Contestazione del ’68. A Bergamo appartiene a un gruppo di giovani che si raccolgono attorno a Mirko Tremaglia. Diventeranno, per Tentorio, «gli amici di tutta una vita»: Amedeo, Fabrizi, Buzzanca. Pochi, sempre quelli, come fratelli. Sceglie il Msi perché lì ritrova i valori della sua famiglia: la patria, l’impegno sociale. A venticinque anni diventa consigliere comunale. Verrà confermato per tutte le amministrazioni successive, guadagnando così il primato di anzianità per quella carica in tutta la storia di Bergamo. Dal Msi ad An al Pdl, sempre più al centro, ma comunque una vita all’opposizione, fino al 1999, quando, con la Giunta Veneziani, diventa Vicesindaco. Tornerà all’opposizione con l’Amministrazione Bruni. Ma nel 2009 Tentorio si candida a sindaco e vince. Cinque anni dopo, battuto onorevolmente da Gori, torna ai tavoli dell’opposizione continuando imperterrito e instancabile la sua battaglia per Bergamo, per la buona politica, per l’Atalanta e per tutto ciò in cui crede. Una decina di giorni fa ha annunciato che l’anno prossimo non si ricandiderà al Consiglio comunale.

 

 

Come la chiamo, sindaco, ex sindaco, sindaco emerito?
«Franco».

Salviamo la forma.
«Allora facciamo dottore».

Dottor Tentorio, dopo mezzo secolo ha deciso di non ricandidarsi più: ha vinto la stanchezza, l’età o la sinistra?
«Nessuno dei tre. Io vado ancora con grande piacere alle riunioni politiche, comprese quelle del Consiglio comunale. In questi ultimi cinque anni penso di non aver fatto neanche un’assenza. Mi premeva tener fede alla parola data ai 25 mila che mi hanno votato. Sono sempre presente, anche in commissione, mi preparo sulle delibere, però, arrivato ad una certa età, è giusto lasciare lo spazio a qualcuno più giovane di me. Questo è il motivo unico, vero».

E chi sarebbe “il qualcuno più giovane” di lei?
«Nella mia lista ci sono due consiglieri che possono andare avanti: Minuti e De Rosa. Ma in Consiglio comunale vedo anche altri giovani bravi come Tremaglia, Ribolla… Anche nella maggioranza ce ne sono di bravi, non li cito per non far loro piacere…».

Almeno uno, dai.
(Lunga pausa di silenzio, ndr) «Vede che stento? Perché ragiona il cuore e non la mente… un consigliere sempre molto rispettoso degli altri è Vergalli (del Pd, ndr)».

E i grillini?
«Con loro abbiamo ottimi rapporti, sono due bravi ragazzi, non aggressivi ma impegnati. Certo nella realtà di Bergamo i Cinque Stelle contano abbastanza poco».

Lei l’anno prossimo compirà solo 74 anni, come occuperà il tempo?
«Intanto continuo a fare il mio lavoro di commercialista, che ho trascurato nei cinque anni da sindaco. Grazie ai miei colleghi però siamo riusciti a tenere in piedi bene l’ufficio (e a non ridurre di molto il fatturato). Poi cercherò di dedicare un po’ più di tempo allo sport, perché l’età rende indispensabile l’allenamento. Quindi bicicletta e sci. Infine mia moglie, evidentemente non ancora stufa di me dopo 41 anni, insiste affinché andiamo un po’ in giro per il mondo».

Il Comune è sempre stato la sua seconda casa. Per cinque anni è stata addirittura la prima…
«I miei valori di vita sono stati prima la famiglia; poi, a pari merito, il lavoro e l’amministrazione pubblica. Ho ritenuto che fosse giusto limitare questo impegno solo a Bergamo, perché… mi piaceva di più. Non ho mai pensato di andare a Roma».

Ma glielo hanno proposto?
«Me l’hanno proposto ma allora ero sindaco. A differenza di altri, penso che quando tu hai un incarico, devi portarlo a termine».

L’anno prossimo una corsettina in Europa? Sarebbe il coronamento della sua carriera politica.
«Io penso che il miglior compimento sia chiudere 49 anni con dignità. A parte che non ho più partito, quindi sarebbe un po’ difficile trovare chi mi candida».

Quando si pensa al centrodestra bergamasco, si pensa a Franco Tentorio.
«Ho avuto la soddisfazione, quando ho scritto su Facebook che non mi sarei ricandidato, di avere ricevuto 200 commenti. Quasi tutti di complimenti, con ringraziamenti e inviti a cambiare parere: ma gli annunci si fanno una volta sola».

Di lei è stato scritto: “È un uomo tranquillo, rassicurante, dotato di ironia, che ama il confronto e sa ascoltare”.
«Spero proprio che sia vero. Io mi sento così. In Consiglio comunale non ho mai litigato con nessuno. Anche da sindaco».

Possibile che in 49 anni non ci sia stata una bega memorabile?
«Io non sono uno che litiga, perché non mi piace e perché non mi rende felice. Siccome lo scopo della vita è essere felici…».

Neppure quando era nel Msi?
«Eravamo quattro gatti: Amadeo, Fabrizi, io e prima Tremaglia, poi Mancinelli. In quegli anni la caratteristica era la discriminazione totale, non ci nominavano in nessuna commissione. A un certo punto abbiamo deciso di fare ostruzionismo e su ogni delibera, anche la più insignificante, parlavamo un quarto d’ora a testa. Avevamo cominciato alle nove di sera e alle tre della mattina non eravamo neanche a metà del Consiglio. Ci hanno riconvocati due giorni dopo, ma noi eravamo preparati, ci divertivamo. Ad un certo punto arriva il Baruffi del partito socialista e ci dice: “Va be’, smettetela che vi diamo una commissione”. Per noi era una piccola vittoria politica».

Che commissione era?
«Quella elettorale, che aveva come scopo quello di firmare le liste degli elettori. Ricordo che mi hanno dato un pacco così da firmare. Mi son messo qui in ufficio con tutte le signorine e mi dicevano: “Firma!”».

Della politica di oggi che impressione ha?
«Io ho votato Fratelli d’Italia, però sono convinto che oggi non c’è alternativa ai partiti di governo. Speriamo che facciano benino. Secondo me, grossi errori non ne hanno fatti. Il governo è contrastato da tutta l’opinione pubblica, da tutti i media, però ha il 60 per cento dei consensi. Lasciamolo lavorare. Certo, questi toni alti non sono i miei».

È Salvini la nuova destra?
«Non è la mia destra onestamente, anche se condivido molte delle sue scelte».

E i rischi per l’economia?
«Io sono un ottimista. Forse perché vivo in una realtà solida come Bergamo: l’indice di disoccupazione qui è inferiore al 4 per cento, con la media nazionale all’11. Per cui non capisco le critiche fortissime del presidente bergamasco degli industriali, Scaglia».

E il reddito di cittadinanza?
«Qui è molto impopolare, però noi ricchi dobbiamo metterci in mente che esistono anche i poveri. Uno Stato che si impegna a porre un freno a queste enormi differenze è giusto. Io sono della destra sociale e nei miei valori ci sono la famiglia, il rispetto della persona…».

E la patria dov’è finita?
«Eh, la patria… e il mio partito dov’è finito? Fini ci ha prima dato grandi gioie, poi ci ha distrutto».

Non si abbatta, non è da lei. Anche Gori l’ha definita «un grande combattente…».
«Un bel complimento».

E lei che cosa dice di Gori?
«Sicuramente intelligente, molto impegnato, perché ce la mette tutta. Un po’ spregiudicato nelle sue scelte, ad esempio quella di candidarsi in Regione».

Decisione che a lei non è mai piaciuta…
«La considero un tradimento e gliel’ho detto anche in Consiglio comunale. Lui ridendo mi ha risposto: “Allora mi vuoi qua!”. E io: “Meglio qua, visto che ormai ci sei”. Quella scelta non è una cosa da bergamasco. È inutile che adesso lui dica: “Sto qua perché sono bergamasco”, stai qua perché non hai potuto andar via e non avevi alternative».

Ma il candidato Gori è forte o no?
«È diventato forte nella borghesia in centro. Ha perso consenso nelle periferie dove l’altra volta aveva vinto promettendo tantissimo, ma una volta eletto non si è visto quasi più».

Sarà ancora lui il sindaco nei prossimi cinque anni?
«Dipende da che uomo gli metterà contro il centrodestra».

Ci siamo! Dica.
«Eh, non è mica facile. La forza che attualmente ha più peso per esprimere un candidato è la Lega. A meno che non si facciano le primarie del centrodestra, e non sarebbe una cattiva idea. Negli incontri con gli amici leghisti ho consigliato di non escludere l’ipotesi di un candidato civico. Anche perché nella borghesia cittadina la Lega ha sfondato solo l’ultima volta. Quando mi ero candidato io, i leghisti avevano fatto una campagna elettorale splendida, aprendo anche la sede e facendo venire gente da fuori, ma avevano raccolto il 10 per cento, come la mia lista civica. L’ultima volta sono andati meglio, ma non ancora abbastanza. Per cui, se non sono in grado di esprimere un candidato forte, la candidatura civica non va sottovalutata».

 

 

Ha in mente qualcuno?
(Sospiro, ndr) «Qualcuno sì, però…».

L’avvocato Pezzotta?
«So che piace alla Lega. Sarebbe un candidato splendido, ma non so se lui sarebbe d’accordo».

Altri?
«Un’idea ce l’avrei, ma non gliela dico».

Allora ci dica almeno chi è stato il miglior sindaco di Bergamo.
«Domanda difficile. Uno che ha fatto un sacco di cose, ma che non era molto amato, è stato Veneziani. Certo, erano momenti diversi rispetto ai miei perché non c’era il Patto di Stabilità e questa è stata una discriminante enorme. Gli altri sindaci li ho conosciuti di meno, ma devo dire che non c’è stato neanche un ladro, e questa è una cosa enorme. Nessuno».

È difficile governare Bergamo?
«Le confido una cosa che mi fa piacere sottolineare: durante il mio mandato non ho mai dovuto dire di sì a nessun potere forte. Nessuno ha neanche mai provato a venirmi a dire: “Qui si deve far così”».

Nel giro di pochi anni Bergamo si è trasformata profondamente. Abbiamo perso una banca, anzi due, alcune grandi imprese sono state vendute…
«Io faccio il commercialista e ritengo la mancanza di una banca locale gravissima. La provincia di Bergamo ha centomila partite Iva, quindi un sacco di piccoli e medi imprenditori che hanno bisogno della banca del territorio: i nostri istituti di credito lo sono sempre meno. Poi abbiamo perso l’Italcementi….».

Che era parte dell’identità della città.
«Sono d’accordissimo e dico che quello che è avvenuto è scandaloso: hanno pensato solo ai soci, cioè a loro stessi e a quelli che avevano le azioni, senza curarsi dei dipendenti, della società, dei posti di lavoro, niente».

Due fatti indimenticabili della sua vita a Palazzo Frizzoni.
«Uno è l’Adunata degli alpini. Qui gran parte del merito va a Ceci e alle penne nere bergamasche: vedere un’intera città affacciata alle finestre, è stata un’emozione unica. Il secondo è il giorno in cui sono stato eletto sindaco. Quando sono andato in Consiglio comunale ho avuto l’impressione che la gente mi volesse bene. Sa che ancora oggi quando vado in giro tutte le vecchiette mi baciano? E io scherzando dico a tutte: “Ma non ha una nipote?”».

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