Urubko e la sfida invernale al K2

Vive ad Albino e ogni istante il suo sguardo va, quasi naturalmente, alle Orobie bergamasche che cingono il comune della Valle Seriana. L’occhio va lì perché il cuore va lì, alle montagne, agli speroni da superare con la forza delle dita, la spinta delle gambe e la freddezza di sangue e mente, mentre il vento taglia la faccia e infila enormi spilli in ogni parte del corpo. Denis Urubko non ha patria: nato in Russia, diventato kazako per amore dell’alpinismo e ora bergamasco di cuore, grazie all’amicizia con Simone Moro, iniziata nel 1999 e oggi più che mai salda, e con Mario Curnis. O forse ne ha tante, tutte le montagne. Gli occhi di Urubko vanno alle Orobie, ma la sua mente va solamente a una cosa: il K2. In inverno. Per aprire una nuova via.

 

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Simone Moro e Denis Urubko.

 

Un chiodo fisso. «È pericoloso. Ma è possibile» e questo basta a Urubko. Una via nuova, nell’alpinismo moderno, è già qualcosa di incredibile, ma aprirla sul K2, d’inverno, rasenta la follia. Forse. Forse, perché Urubko è un alpinista esperto, con alle spalle più di 1.500 scalate, che ha completato nel 2009 la salita dei 14 ottomila senza ossigeno grazie all’apertura di una nuova via sulla parete Sud-Est del Cho Oyu con Boris Dedeshko, impresa che gli è valsa il premio Piolet d’Or, poi donato al Cai di Bergamo. Non è, quindi, presunzione quella di Urubko, ma solo la convinzione che il K2 non può restare l’unica montagna sopra gli 8 mila (insieme al Nanga Parbat, obiettivo invece dell’amico Moro) a non essere mai stata scalata d’inverno. Urubko è da oltre 10 anni che pensa a questa missione, dal 2003, quando l’aveva tentata con il polacco Krzysztof Wielicki. Nella storia, è l’alpinista che è arrivato più in alto sul K2, d’inverno: toccò quota 7 mila e 800 metri lungo lo spigolo Nord. Perché tentarci attraverso una via mai provata prima? «C’è più neve, è più camminabile. Puoi facilmente trasportare materiale fino a campo 4 e credo sia più riparata dal vento» spiega a Montagna TV. Ma sa anche che l’ultimo tratto, da quel versante, sarà più di un’impresa, con i suoi speroni e i suoi ghiacci.

A dicembre il sogno. «Quello di Moro e Urubko è un alpinismo classico, lontano sia dalle spedizioni commerciali che dalle collezioni di ottomila. Un alpinismo di esplorazione che punta all’essenziale»: queste parole le ha pronunciate un guru dell’alpinismo mondiale, Reinhold Messner, l’uomo che appena poche settimane fa, in occasione dei suoi 70 anni, ha dichiarato che il suo alpinismo è fallito. Eppure, a tenere in vita l’alpinismo nella sua pura essenza di avventura ed esplorazione, rimangono ancora personaggi come Urubko, che proprio per rincorrere il suo sogno di scalata invernale del K2 senza ossigeno ha deciso di optare per un gruppo piccolo, di appena 5 elementi, in cui spiccano i colleghi e amici Adam Bielecki (polacco) e Alex Txikon (basco). La spedizione partirà a dicembre, con Urubko che si sposterà ai piedi della montagna qualche giorno prima dei compagni per espletare le prime, necessarie, pratiche organizzative. Insieme a Bielecki e Txikon era già stato sul Kanchenjunga, a maggio. Stavano tentando di aprire una nuova via quando la neve fresca e il vento hanno bloccato tutto. O meglio, hanno bloccato Bielecki e Txikon, perché Urubko ha deciso di virare su un intinerario già collaudato ed è riuscito a raggiungere gli 8.586 metri. Quando sei in montagna la diversità di vedute conta poco: contano il coraggio e l’affidabilità. Per questo Urubko ha deciso di puntare nuovamente su di loro.

 

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Il nuovo percorso. Tra una corsa, un’arrampicata sui massi e una discesa tra le valli delle Orobie, Urubko indica su di una fotografia il percorso che ha studiato in mesi e mesi di riflessione. Dopo oltre metà salita e con ancora più di mille metri da arrampicare, la linea da seguire vira verso sinistra, verso la parete est. È una spalla glaciale, con denti imponenti di seracchi che finiscono sotto il torrione di rocce e ghiaccio fino alla vetta. È un percorso tutto da scoprire e proprio per questo eccita Urubko. Nelle sue parole e sul suo volto non appare mai, neanche per un attimo, la preoccupazione o la paura. L’unica certezza è evitare lo Sperone Abruzzi, passaggio complicatissimo dove, nel 2009, morirono ben 11 alpinisti. Il gruppo affronterà invece la parete più stretta, quella orientale, che in passato è già stata affrontata da una spedizione americana. Da lì raggiungeranno il campo 4, circa 200 metri sotto gli agognati 8 mila. A quel punto si staccheranno nuovamente dagli itinerari già percorsi e tenteranno la salita verticale.

Scimmia e cavallo. Quando parla della sua spedizione, Urubko non sta mai fermo. Salta, si arrampica, fa flessioni. Sorride, riflette, indica. Spiega che le scimmie sono animali antropologicamente strutturati per arrampicarsi, mentre i cavalli lo sono per resistere alle lunghe distanze, alle sfide fisiche: l’alpinista dev’essere sia scimmia che cavallo. Ma deve stare attento, perché ci sono percorsi in cui serve più attenzione nell’arrampicata e altri dove serve più attenzione alla resistenza. La scalata invernale, senza ossigeno, del K2 è il perfetto esempio di come ogni dettaglio vada studiato in anticipo e così Urubko spiega che non essendo possibile fare una preparazione di acclimatamento su montagne vicine, sarà importantissima la preparazione fisica in questi mesi, soprattutto «quella da cavallo, perché da scimmia serve meno nella mia via». Urubko non è certo di farcela, ma è certo di potercela fare e già questo significa, almeno nel suo mondo, essere a metà dell’opera.

E Urubko si allena, nella sua Albino, sulle sue Orobie, nei boschi in cui hanno imparato a conoscere le montagne Riccardo Cassin e le icone dell’alpinismo bergamasco Walter Bonatti e Simone Moro. Ora, sulle loro tracce, c’è un nuovo bergamasco-russo-kazako, uno che non ha patria se non le montagne, ma che nel cuore porta sempre Albino e le Orobie. Con la mente fissa lassù, sul K2.