Il vero senso di amare l’Atalanta
secondo il Valo (quello della Nord)

Gian Battista Valota (per tutti semplicemente Valo) di Palosco è un ragazzo innamorato della Dea. E lo abbiamo intervistato perché, a nostro parere, le sue parole (così come quelle di tanti altri appassionati nerazzurri come lui) sono perfette per sottolineare cosa significhi essere atalantini. L’abbiamo realizzata prima della gara di Firenze, ma i concetti e le emozioni espresse non cambiano, anche se, ascoltando i mugugni del web, potrebbe sembrare il contrario.

Valo: “ricordiamoci da dove arriviamo” non dovrebbe essere il primo comandamento nerazzurro?

«Credo che “la maglia sudata sempre” sia più corretto, un concetto che deve valere per tutte le componenti che fanno parte del mondo Atalanta. Anche e soprattutto per i tifosi. I nostri colori rappresentano una città, gli amici, le tradizioni, la famiglia e una gloriosa storia da rispettare: ecco perché non dobbiamo mai dimenticare chi siamo e da dove arriviamo. Solo tenendo i piedi ben saldi per terra, come’è nella nostra indole, riusciremo ad avere lo slancio per spiccare il volo».

Nei momenti duri, il sostegno è sempre stato massimo. Ogni tanto, però, i risultati scatenano mugugni…

«È indubbio che i successi e i risultati portino più gente sugli spalti, ma solo nei momenti di difficoltà si scopre chi ha incontrato una passione che va oltre ogni classifica. In un periodo in cui dominano le tv, ben vengano entusiasmo e stadi pieni, ma non sono i numeri a fare la differenza, bensì quello che ti senti scorrere nelle vene».

Questo è un concetto molto caro a te e a tanti altri tifosi della Nord.

«Lo zoccolo duro, la gente da Atalanta, è quella che dopo una sconfitta in cui la squadra ha dato tutto si alza, applaude e ringrazia. Il risultato è solo un dettaglio in un mondo che sa regalare ricordi indelebili anche nei momenti più tristi. Il 29 maggio 2005 ben ottocento bergamaschi si presentarono a Siena con la squadra già matematicamente in B, dopo aver applaudito Delio Rossi e i suoi ragazzi. Noi siamo e dobbiamo essere per sempre quelli con quegli occhi lucidi, con quell’emozione e con quel profondo amore, perché solo così manterremo il legame con la nostra storia e continueremo ad essere il temuto dodicesimo uomo in campo».

 

 

Se va tutto bene, vinciamo la Coppa Italia. Se va tutto male, niente Europa. Cosa cambia?

«Cambia che se vinciamo la coppa avrò un po’ di barba in meno e un tatuaggio in più. A parte gli scherzi, non cambia assolutamente nulla per quel che riguarda la mia passione e il mio amore verso la maglia, perché quello che conta non è il trofeo in bacheca ma la voglia e i sogni. A questi ragazzi andrà sempre e solo il mio ringraziamento e la mia stima».

Ma un successo come lo vivresti?

«Frequento quella curva da 27 anni, ho vissuto la finale contro la Fiorentina del 1996 e sarei felice di stringere tra le mani quella coppa, ma la Curva mi ha insegnato che le vere vittorie sono altre, per cui se potessi scegliere rinuncerei a ogni vittoria pur di riavere al mio fianco, su quegli spalti, gli amici che mancano da troppo tempo».

Negli ultimi anni, molti bambini sono tornati a tifare la Dea. Tu ne hai due: come gli spieghi che non bisogna farsi condizionare dai risultati?

«Il primo approccio per i piccoli è legato all’entusiasmo che si crea per i risultati o al nome di un calciatore, per cui dobbiamo essere orgogliosi di tutti questi piccoli tifosi che affollano gli spalti e che mostrano con orgoglio la sciarpa. Noi adulti abbiamo un compito fondamentale: fargli capire che l’Atalanta è un’emozione che va oltre risultati e classifiche».

Come ci si riesce?

«Se ogni volta che sali quei gradoni senti un brivido, se ogni volta che ti abbracci dopo un gol senti la felicità, se dopo una sconfitta senti gli occhi inumidirsi ma non puoi far altro che amare ancora di più quei colori, allora hai scoperto la magia di essere atalantino. Ai miei figli ho sempre insegnato che nel calcio, come nella vita, non conta il risultato ma dare tutto. Si può vincere o meno, ma quando hai dato tutto per qualcosa in cui credi non perdi mai, al massimo cresci. E con te crescono l’orgoglio e il senso di appartenenza in qualcosa di meraviglioso».

Yari e Alex, i tuoi figli, come si trovano in Curva?

«Li ho portati in mezzo ai “temuti” ultras e gli ho mostrato con quanto amore e dedizione quei ragazzi lavorino per regalare emozioni. Hanno visto gente cantare e sostenere la squadra dopo una sconfitta, ci siamo abbracciati dopo un gol e lì, su quei gradoni, mi hanno visto felice come non mai. Vivere l’Atalanta con loro aumenta l’emozione e la magia, è bellissimo sognare insieme».

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